Mentre morivo

Mentre morivo, William Faulkner, Adelphi, 2000, 232 p.
Mentre morivo, William Faulkner, Adelphi, 2000, 232 p.

Questo libro è un osso duro da recensire. L’ho riletto in questi giorni, a distanza di qualche tempo, e sebbene ne sia stata nuovamente colpita mi sono anche resa conto che non è facile da presentare.
Come sia riuscito Faulkner a dare forma ad un tale parto letterario, per di più – così dicono – mentre lavorava di notte come fuochista in una centrale elettrica nell’estate del 1929, usando come tavolino una scomoda carriola capovolta, è un vero mistero. Credo che solo una mente geniale e pazzoide potrebbe riuscire in un’impresa simile, considerando anche la complessità e la qualità del testo. Del resto un genio, per essere veramente tale, deve pur avere una componente di follia che gli scorre nelle vene, perché è proprio questa che spesso gli permette di vedere oltre, di cogliere quegli aspetti che alle persone ordinarie invece sfuggono.

Diciamo subito che anche in questo romanzo, come nel bellissimo L’urlo e il furore, assistiamo alla graduale decadenza di un nucleo familiare, seppure in forme e modalità diverse. Immaginatevi una coppia e cinque figli che vivono nella contea di Yoknapatawpha nel Mississippi (luogo ormai mitico e ricorrente nelle opere di Faulkner), dove conducono una vita parca e stentata, fatta di miseria e sacrifici. Immaginate poi che la mater familias, gravemente malata, si faccia promettere in punto di morte dal marito di essere trasportata con la bara fino nella sua terra d’origine, per poter riposare eternamente accanto ai suoi avi. E poi immaginatevi questo strampalato convoglio alle prese con un viaggio tanto arduo quanto insidioso, minacciato da acquazzoni, diluvi, fiumi in piena, ponti e strade interrotte, incendi inaspettati e via dicendo, che mettono più volte a repentaglio l’integrità della bara. Insomma, una vera e propria via crucis che nonostante i giorni di viaggio prolungati dagli imprevisti, con tanto di avvoltoi al seguito attratti dal fetore della salma in putrefazione, alla fine si conclude senza drammi troppo eccessivi, ma anzi con la prospettiva di un futuro migliore.

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Rumore bianco

Rumore_Bianco
Rumore bianco, DeLillo, Einaudi, 1999, 389 p

Questo è un libro sulla morte. Non perché tratti di uccisioni, stragi e carneficine varie o perché indugi in riflessioni sulla sacralità della vita e relative questioni. No, niente di tutto questo.
Qui l’attenzione viene posta, con un obiettivo che si allarga a 360 gradi coinvolgendo anche il lettore, sulla “paura della morte”, un sentimento che ci portiamo sempre dentro e che ci accomuna tutti, senza esclusioni di sorta, sia quando ci coglie di sfuggita e lo cacciamo subito via con fastidio, sia quando ci travolge con foga rendendoci ancora più difficile il vivere quotidiano. Perché in fondo, anche se non lo vogliamo riconoscere, il miracolo straordinario della nostra realtà è sempre connesso al timore straordinario che è la paura della morte, che tentiamo di mantenere al di sotto della superficie delle nostre percezioni (come lo spiega molto bene lo stesso scrittore in un’intervista).

DeLillo è riuscito con questo libro ad andare oltre l’effetto materiale degli eventi – che pur essendo d’impatto rimangono un po’ defilati, quasi sempre sullo sfondo – per potersi calare meglio nell’animo dei personaggi, nelle loro reazioni emotive, nelle loro paure più intime, ossia in quel serbatoio inconscio di istanze individuali (e collettive) che condiziona da sempre il genere umano. Gli accadimenti materiali della storia, come appunto l’evento tossico aereo e la conseguente contaminazione, sembrano quasi solo un pretesto per scoperchiare paure ancestrali da troppo tempo compresse e messe a tacere sotto una coltre di apparente benessere.

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Memento mori

Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.
Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.

Di questa simpatica scrittrice scozzese, scomparsa nel 2006, mi ripropongo da tempo di leggere altro, anche se finora non ho trovato il tempo e la voglia di farlo. Eppure con questo romanzo, letto qualche anno fa, la Spark era riuscita a colpirmi per l’eleganza e la raffinatezza della sua scrittura, spesso accompagnata da un tocco d’ironia. La storia in sé stessa non è particolarmente coinvolgente, forse in certi tratti si fa pure noiosa, però nel suo complesso, dovendo tirare le somme, non posso dire che mi sia dispiaciuta.

Il racconto si sviluppa intorno al mistero di una strana telefonata che perseguita, uno dopo l’altro, un intero gruppo di anziani ottuagenari, tutti appartenenti alla buona società londinese e alla stessa cerchia di amicizie. “Ricordati che devi morire” è il contenuto inquietante e lapidario di questa telefonata, che ha l’effetto di creare non poco scompiglio negli animi dei destinatari.
Molti sapranno, ma forse è utile ricordarlo, che la frase “memento mori”, traducibile dal latino in “ricordati che devi morire”, veniva pronunciata nei tempi antichi da una persona di ceto umile ai generali romani che tornavano vittoriosi da una guerra, con lo scopo di evitare che il vanto della gloria oscurasse la loro modestia. E tornando alla nostra vicenda, l’unico personaggio del gruppo che non si lascia scomporre più di tanto da queste parole è l’affabile scrittrice Charmian Piper, che alla misteriosa voce telefonica ha il coraggio di rispondere: “Oh, se è per questo, ormai sono più di trent’anni che di tanto in tanto ci penso… Ho già compiuto gli ottantasei. Eppure non mi dimentico mai della mia morte, in qualsiasi momento possa arrivare.”

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Diceria dell’untore

Diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.
Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.

Quando ho letto per la prima volta Bufalino sono subito rimasta colpita dalla sua scrittura così colta, espressiva e raffinata, oltre che dalla sua incredibile capacità di utilizzare le metafore nei modi più arditi e impensati. Ho però notato che oggigiorno è un autore poco conosciuto, soprattutto dalle ultime generazioni, forse perché ha uno stile talmente ricercato che a molti potrebbe apparire anacronistico. Eppure i suoi scritti sono una fonte inesauribile di spunti lessicali di estrema bellezza, da leggere e rileggere non solo per ampliare la conoscenza della lingua italiana, ma anche per farsi avvolgere e inebriare da una sequela di immagini che sta sempre in bilico tra prosa e poesia.

Per quanto riguarda il libro in esame, devo ammettere che non è facile recensire un’opera di questo calibro, a mio parere tra le più riuscite dell’autore. La storia, per molti aspetti struggente, affonda le sue radici in un’esperienza realmente vissuta dallo scrittore, visto che prende spunto da una sua lunga degenza causata dalla tisi. Ricordi effettivi si mescolano quindi con fatti vagheggiati e fantasticati, anche se alla fine sono questi ultimi a prevalere. Il protagonista è dunque l’autore stesso, o meglio il suo alter ego, reduce dalla guerra con «un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo», ricoverato in un sanatorio palermitano nell’estate del ’46. In questo luogo di tubercolotici «secchi come uno sparo e umiliati da continui colpi di tosse», che si intrattengono a vicenda con discorsi, chiacchiere e piccole dispute, sperando in tal modo di prolungare un’esistenza che in realtà serba scarse possibilità di futuro, al protagonista non resta che tentare di sopravvivere alla malattia, magari convincendosi di esserne solo un ostaggio provvisorio, anche se:

… non c’era giorno o notte, alla Rocca, che la morte non m’alitasse accanto la sua versatile e ubiqua presenza, ch’io non ne intravedessi, in una striscia di luce o in un mucchietto di polvere, le imbellettate fattezze, ora d’angela ora di sgherra. Lei era la meridiana che disegnava sul soffitto delle mie insonnie le pantomime del desiderio; lei la tagliola che mi mordeva il calcagno; il mare di foglie che il sole tramuta in brulichio di marenghi; lei la buca d’obice, l’in pace, le quattro mura di ventre dove nessuno mi cerca.

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