Cosmetica del nemico

Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb, edizioni Voland, 2007, 102 p.
Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb, Voland, 2007, 102 p.

Regina del mondo editoriale francese, Amélie Nothomb è oggi conosciuta e apprezzata un po’ ovunque per lo stile incisivo e provocatorio, che ormai è diventato come un marchio di fabbrica. Provvista di uno sguardo spietatamente lucido e di una penna terribilmente graffiante, è riuscita a mettersi in luce soprattutto per l’abilità con cui passa al setaccio ogni tipo di manchevolezza e difetto umano. L’amore e la morte, la bellezza e la mostruosità, la sincerità e la doppiezza, la figura del seccatore e le problematiche con il cibo sono il cardine su cui ruotano le sue strabilianti storie, che spesso lasciano il lettore attonito, senza parole. Chi la legge viene letteralmente travolto da una scrittura irriverente e pungente, serrata e incalzante, dove un dato di fatto può trasformarsi all’improvviso nel suo esatto contrario.

In questo racconto, che per lo stile narrativo sembra quasi un’opera teatrale, tutto è impostato sul dialogo che avviene tra due persone, un colloquio mozzafiato che ipnotizza il lettore e lo tiene aggrappato alle pagine fino al colpo di scena finale, come sempre inaspettato. Sono pagine dense e leggere nello stesso tempo, destinate non solo a stupire per la vicenda alquanto bizzarra, ma anche a sollevare questioni filosofiche che bene o male spingono a riflettere sulla complessità della mente umana.

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Racconti del terrore

Racconti del terrore, Edgar Allan Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.
Racconti del terrore, E.A.Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.

Non aspettatevi vicende che facciano sobbalzare sulla sedia o che tengano col fiato in sospeso, perché l’orrore raffigurato da questo geniale scrittore è di tipo insinuante, sottile, collegato quasi sempre a stati d’animo interiori che non a pericoli veramente oggettivi. Nei racconti di Poe non ci sono mostri orripilanti o vampiri sanguinolenti che calcano le scene, ma tutto nasce da qualcosa che si sviluppa dentro, a livello inconscio, per poi esplodere fuori con tutta la sua violenza. I sepolti vivi, le riapparizioni dall’oltretomba, il tema del doppio e del sosia, hanno infatti la funzione di mettere in luce una natura psichica già malata e tormentata, che a sua volta acquista i caratteri dell’incubo.

Le ambientazioni si ispirano in gran parte al genere gotico, visto che ci presentano edifici isolati e fatiscenti, spazi oscuri e angusti come tombe, segrete di castelli e sotterranei, il tutto amplificato da sensazioni e visioni che si collegano spesso al soprannaturale. Ricorrente l’intreccio tra bellezza-malattia- morte, in particolare nei racconti incentrati sulle varie figure femminili (Berenice, Morella, Lìgeia), dove ogni volta il narratore affronta la scomparsa dell’amata con stato d’animo morboso, nevrotico, ossessivo. Quelle di Poe sono donne che da vive hanno una presenza quasi astratta, incorporea, che si limita a incarnare una qualità intellettuale o spirituale, mentre da morte acquistano un’influenza più forte e incisiva, spesso assumendo un’altra forma. Come ad esempio accade nella storia di Lìgeia, che dopo la malattia e il decesso si reincarna nel corpo di Rowena, la nuova moglie del marito, risucchiandone la vita e assumendone quasi l’aspetto. Appare strana questa visione della donna amata che ogni volta si ammala, deperisce, muore e poi in qualche modo ricompare; una coazione a ripetere che forse sottende una visione dell’amore come unica via d’accesso alla morte o come superamento dei confini stessi della morte… Non mi interessa indagare sulla vita privata dello scrittore, né mi arrogo il diritto di psicoanalizzarlo, ma qualche problema con il “femminile” deve averlo sicuramente patito.

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Trilogia di New York

Trilogia_Auster
Trilogia di New York, Paul Auster, Einaudi, 1998, 314 p.

Tre racconti all’insegna del più tipico stile austeriano, con circostanze e fatti casuali che danno origine a situazioni strane e complicate. Si potrebbero definire delle detective stories, anche se nel senso non convenzionale del termine, collegate tra loro da alcuni temi ricorrenti quali la solitudine, la scrittura, la memoria, il senso di mancanza o incompiutezza, la doppia o tripla identità.

Nelle prime due storie ci troviamo alle prese con qualcuno che deve spiare e tallonare qualcun altro, con l’incarico di raccogliere qualsiasi informazione utile. Una situazione che potrebbe sembrare banale ma che non lo è affatto, perché quando i personaggi di Auster iniziano a scavare nel passato della persona che stanno inseguendo si ritrovano ben presto invischiati nel proprio passato, spesso con un ribaltamento di ruolo tra pedinatore e pedinato che lascia il lettore di stucco. Nella ricerca dell’altro si nasconde infatti la ricerca di sé stessi, che scatta proprio nel momento in cui l’esistenza ha raggiunto un limite di situazioni troppo statiche, vuote, infruttifere. Questo è quello che succede, ad esempio, allo scrittore Daniel Quinn, il personaggio principale di Città di vetro, che in seguito ad una telefonata inaspettata causata da un errore decide di accettare un incarico fingendosi un altro, per poi accanirsi in un pedinamento tanto incalzante quanto ossessivo. Un inseguimento in cui Quinn si butta anima e corpo e che assume ben presto la forma di un’indagine interiore, visto che tra una difficoltà e l’altra viene assalito dai ricordi di un trascorso doloroso e dalla sensazione di una vita mal spesa. A questo punto perdere la bussola è un attimo, complici alcune strane coincidenze che ingarbugliano ancora di più le cose. Il recupero psichico dovrà per forza passare attraverso l’esperienza della disgregazione e della solitudine, per poi forse approdare a una nuova consapevolezza raggiunta tramite la scrittura.

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