Il giardino di cemento

Il giardino di cemento, Ian McEwan, Einaudi, 2009, 160 p.

“Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non sono affatto terribili”

Questa frase di McEwan, stampata nel retro copertina, sintetizza in modo significativo l’essenza di questo suo romanzo d’esordio, che si distingue da tutti gli altri per lo stile scarno e asciutto, anche se già non mancano quelle tipiche sfumature morbose che hanno reso tanto famoso l’autore. Se si pensa che proprio con tale debutto si conquistò l’appellativo di Ian Macabre, si può facilmente immaginare anche il contesto della trama.
Per spiegare le motivazioni che stanno alla base del romanzo devo per forza addentrarmi nei particolari, quindi se qualcuno non l’ha ancora letto e intende farlo si regoli di conseguenza. La storia, raccontata in prima persona, è quella di Jack, un ragazzo in piena fase adolescenziale, e di come lui e suoi fratelli si ritrovano a vivere quasi al di fuori del mondo, isolati da tutto e da tutti, dopo la morte improvvisa del padre seguita, a breve distanza, da quella della madre. Per non rischiare di essere separati e di finire in affidamento presso qualche altra famiglia, o peggio in un orfanatrofio, i ragazzini decidono di occultare il cadavere della madre in cantina, seppellendolo sotto strati di cemento, per poi continuare la loro esistenza come se niente fosse.
Com’è evidente, questo è un romanzo che getta una luce cupa sull’adolescenza, mescolandone la tipica innocenza con sentimenti più ambigui e torbidi. Un romanzo anche di formazione, se vogliamo, nonostante si sviluppi sulla base di una situazione alquanto estremizzata, ma raccontata in modo così realistico da risultare convincente. A dire il vero la storia non è neppure così inverosimile come appare in un primo momento, soprattutto se si pensa a ciò che succede ogni giorno nel mondo, basta andare a leggere un po’ di cronaca per capacitarsene.

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Ritorno alla natura

Pan, Knut Hamsun, Biblioteca Adelphi, 2001, 189 p.
Pan, Knut Hamsun, Biblioteca Adelphi, 2001, 189 p.

La figura di Knut Hamsun, Premio Nobel per la letteratura nel 1920, è relegata ancora oggi nel dimenticatoio per la passata collaborazione con il  partito nazista. Se all’inizio fu amato e stimato, riconosciuto come uno dei migliori scrittori del Nord, degno rappresentante della nazione norvegese, nel dopoguerra diventò oggetto di odio e disprezzo per aver sostenuto con i suoi scritti il governo filonazista di Vidkun Quisling, fantoccio di Hitler in Norvegia. Processato e privato dei beni, fu rinchiuso per due anni in un ospedale psichiatrico, nonostante l’età molto avanzata. Le autorità norvegesi cercarono di farlo passare per pazzo per salvaguardarne la figura letteraria, ma Hamsun reagì sempre con fermezza e lucidità mentale, assumendosi la responsabilità di tutto ciò che aveva scritto.
Alcuni studiosi pensano che lo scrittore fosse entrato in sintonia con l’ideologia nazista senza rendersi conto degli orrori che ne sarebbero conseguiti. Forse aveva visto in Hitler e nella Germania nazionalsocialista l’incarnazione del futuro uomo europeo, sul modello di quel superuomo che Nietzsche aveva tanto osannato. Arrivò al punto di intravedere nel Fürher una sorta di crociato riformatore che avrebbe creato una nuova epoca e un mondo migliore, senza rendersi conto di quanto fosse appannata questa visione. La convinzione diffusa, anche tra critici e storici della letteratura norvegese, è che Hamsun, per quanto filonazista, non fosse in realtà antisemita, e infatti nei suoi romanzi non trapelano segnali in tal senso. Lo scrittore era stato probabilmente attratto (e abbagliato) dalla visione utopistica di una società perfetta ed elitaria, affrancata dalle pecche della complicata e caotica civiltà moderna. E nel suo ideale sostegno al totalitarismo hitleriano non riuscì a scorgere il pericolo del sadismo e delle atrocità razziste che ne sarebbero derivate.
Per i motivi appena descritti, sull’opera di questo raffinato autore (peraltro apprezzato anche da Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Hermann Hesse e tanti altri) è calato un ostinato e anacronistico silenzio, che purtroppo perdura tutt’oggi. Eppure i romanzi di Hamsun – caratterizzati da personaggi fragili, delicati, estraniati dalla realtà, oltre che mossi da una visione panteistica della natura – meritano di essere letti e giudicati al di fuori delle passate preferenze politiche dello scrittore, nonché delle sue debolezze umane.

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Suttree

Suttree, Cormac McCarthy, ET Einaudi, 2011, 560 p.
Suttree, Cormac McCarthy, ET Einaudi, 2011, 560 p.

Non sempre i grandi romanzi devono avere una direzione specifica, a volte raccontano solo una storia senza la pretesa di trasmettere chissà quale messaggio. Così accade in questo libro, dove le vicende si susseguono senza approdare da nessuna parte, dove manca un fulcro di interesse, una meta da conseguire, un nodo da sciogliere o un segreto da svelare. Una lettura molto corposa, ricca di descrizioni e carente di colpi di scena, dove accade di tutto anche quando sembra non accadere nulla, ma per capirlo bisogna lasciarsi catturare dal flusso lento e vischioso della vicenda senza volerci scovare a tutti i costi un nesso logico, un significato profondo. L’unico messaggio, se proprio ne dobbiamo scovare uno, è che ogni uomo ha in mano il timone del proprio destino, sia quando naviga in acque tranquille che quando affronta cascate impervie.

Per chi già conosce il talento di McCarthy questo è un romanzo veramente imperdibile, anche se in parte diverso dal resto della sua produzione. I contenuti sono sempre drammatici e universali e la storia è per molti aspetti cruda, ma siamo ben lontani dalla durezza e dalla brutalità insensata che caratterizzano “Meridiano di sangue” e “Non è un paese per vecchi”. In Suttree affiorano addirittura piccoli sprazzi di umorismo, soprattutto nella descrizione di alcuni tratti fisici o intemperanze umane, anche se ogni cosa avviene sempre all’interno di una cornice desolata che neppure l’ironia riesce a stemperare del tutto.

Il romanzo è una finestra aperta sulla vita degradata che si svolge al di là delle metropoli nell’America degli anni ’50, nelle periferie delle campagne e delle baraccopoli ai margini dei fiumi. Il protagonista principale è Cornelius Suttree, detto Buddy, che abita su una casa galleggiante a Knoxville, lungo il fiume Tennessee, sopravvivendo con i scarsi proventi della pesca. Un personaggio che per certi versi affascina e per altri irrita: non ha uno scopo nella vita, passa le giornate a bere, a ciondolare, a frequentare personaggi poco raccomandabili, limitandosi a strisciare nel lerciume dei luoghi che attraversa. Una vita che appare come una rassegnazione al pantano d’indigenza che imbratta ogni scenario. Eppure la sofferenza c’è, anche se ben camuffata nel profondo dell’animo, anche se avvolta in una nebbia di oblio e apatica indifferenza. Un dolore esistenziale che esplode nei momenti più estremi, come una lava vulcanica che tutto travolge e trascina. Ed è in questi momenti che Suttree tocca il fondo per poi riemergere, alla stregua di un’araba fenice, dalle esperienze più insensate e degradanti.

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