Ricordando i più giovani

Con lieve ritardo, dedico anch’io un post alla Giornata della Memoria. A dire il vero è da una settimana che leggo, medito e svolgo delle ricerche, ma per questioni di tempo mi è stato impossibile concludere prima. Non importa, se ne può sempre parlare in un secondo momento. Anzi, stavo pensando che sarebbe utile pubblicare degli scritti sul tema della Shoah anche nel corso dell’anno, in modo da mantenere sempre “viva” la riflessione. Più se ne discute, anche all’interno dei nostri piccoli spazi virtuali, meglio è. Ogni tanto mi tornano in mente le parole di Primo Levi, così come appaiono nell’appendice del libro Se questo è un uomo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Ecco, nei prossimi mesi, sperando in una migliore gestione del tempo, non mi dispiacerebbe analizzare altri aspetti di questo capitolo terribile della storia umana (con nuovi studi, letture), anche se comprenderlo no, comprenderlo non mi è (e non mi sarà mai) possibile. Tanta crudeltà esula dalla mia capacità di comprensione.

Nel ricordare dunque i più giovani (bambini e adolescenti), si calcola che tra ebrei, slavi, zingari e disabili ne furono sterminati almeno un milione e mezzo. Una cifra da capogiro, che non solo sgomenta ma fa provare una profonda rabbia, soprattutto se si pensa che ancora oggi ad un numero incalcolabile di minori viene negato il diritto all’infanzia in diverse zone del mondo, perché seviziati e/o massacrati nelle varie guerre etniche, se non drogati, armati, usati come kamikaze per combattere in nome di ideali farneticanti. Bambini costretti a convivere fin dalla nascita con brutture di ogni tipo, che se pure si salvano restano comunque traumatizzati a vita, mutilati nello spirito se non anche nel corpo. Torturare e massacrare un altro essere umano è già in sé un’azione orrenda, inconcepibile per chi abbia un minimo di compassione, ma farlo a un bambino lo è ancora di più. È un atto infame, esecrabile, che non può avere assoluzione. Imperdonabile in ogni caso, al di là dei motivi scatenanti, del contesto, dell’epoca…

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La banalità del male

La banalità del male, Hannah Arendt, Feltrinelli, 300 p., 2011
La banalità del male, Hannah Arendt, Feltrinelli, 300 p., 2011

Tribunale distrettuale di Gerusalemme, aprile 1961. Dentro una gabbia di vetro anti-proiettili, costruita appositamente per proteggerlo, si intravede “un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà (riuscendovi quasi sempre) di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo.” Si tratta di Adolf Eichmann, ex ufficiale delle SS esperto in evacuazione e deportazione, incolpato di aver smistato milioni di ebrei nei campi di concentramento con l’incarico di farli liquidare. L’imputato sta aspettando di essere giudicato dalla corte israeliana “per crimini contro l’umanità commessi sul corpo del popolo ebraico”. Verrà condannato a morte per impiccagione dopo poco più di un anno, nel maggio del 1962.
Hannah Arendt, filosofa e scrittrice tedesca di origini ebree, che negli anni Trenta emigrò dalla Germania per evitare le terribili persecuzioni naziste, viene incaricata dal settimanale The New Yorker di seguire le varie fasi del processo per farne un resoconto da pubblicare in una serie di articoli. Il risultato di tali scritti, poi raccolti e pubblicati nel libro La banalità del male (1963), avrà l’effetto di una bomba al fulmicotone, perché solleverà parecchie questioni di carattere politico, giuridico, sociologico e filosofico che verranno più volte dibattute negli anni futuri. Ma cosa avrà mai scritto la Arendt per provocare un tale polverone?

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Paolo Maurensig

Di questo scrittore friulano mi è sempre piaciuto lo stile curato ed elegante, le trame misteriose e suggestive, le storie dei personaggi che si intrecciano tra loro o si estendono in lunghi flashback. In questo articolo parlerò di due suoi romanzi che, per quanto diversi come storia e ambientazione, mi hanno particolarmente colpita: La variante di Lüneburg (pubblicato nel 1993) e Il guardiano dei sogni (2003). Senza togliere nulla a Canone inverso (1996), un altro libro ricco di fascino dove stavolta è la musica a dominare la scena e di cui posterò più avanti un’analisi approfondita.

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La variante di Luneburg

La variante di Lüneburg, Paolo Maurensig, Superpocket, 2006, 158 p.

Un ricco imprenditore tedesco muore, lasciando dietro di sé interrogativi e dettagli che nessuno è in grado di interpretare. Eppure accanto al cadavere c’è un elemento abbastanza inquietante che potrebbe essere rivelatorio: una bizzarra scacchiera fatta con pezzi di stoffa grezza e con bottoni incisi che fungono da pedine. Omicidio o suicidio? E per quali motivi? Nulla aiuta a capire se l’uomo sia stato assassinato o si sia tolto la vita, però è strano che una persona facoltosa che possiede una raccolta di scacchiere di gran pregio ne abbia usata una così misera per giocare la sua ultima partita. In realtà si tratta dell’epilogo di una vicenda cominciata oltre cinquant’anni prima, che fa leva su un’incessante e agguerrita rivalità tra due giocatori di scacchi, due personaggi misteriosi la cui identità si posiziona al di fuori di ogni schema. La loro è stata, nel corso del tempo, una continua sfida tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, tra la vita e la morte, con una posta in gioco che ha qualcosa di crudele e terribile.
A mio parere un romanzo ben fatto e strutturato in modo originale, anche per questo andare a ritroso nel tempo mischiando aspetti psicologici, episodi storici e situazioni velate da una patina di mistero, il tutto incentrato su quell’affascinante campo di battaglia che è il gioco degli scacchi. Gioco che incarnandosi nella realtà storica romanzata diventa un valido pretesto per tratteggiare le ossessioni umane, per mettere a nudo le pulsioni psicologiche dei personaggi, in particolare quelle più folli e deleterie. Senza addentrarmi oltre nei particolari, aggiungo solo che questo romanzo, oltre ad essere la storia di una eterna competizione che non conosce limiti e che si può risolvere solo in modo drammatico, è anche la Storia di un’epoca che non si può dimenticare, quella della persecuzione del popolo ebreo ad opera del nazismo. E a tal proposito è interessante l’approccio alla tematica della Shoah attraverso il gioco degli scacchi, passione condivisa dai personaggi del romanzo e fil rouge dell’intera vicenda. Una scelta tematica che non poteva essere più indovinata, visto che perfino il grande Kasparov arrivò al punto di affermare, senza tanti mezzi termini, che questo sport è il più violento che esista al mondo. In effetti il gioco degli scacchi è sempre stato concepito come una lotta intellettuale dove si tratta di schiacciare l’avversario, e dove ciò che conta non è solo la strategia ma anche la freddezza emotiva, perché per vincere, come ha detto Nigel Short, uno dei più forti giocatori britannici odierni, bisogna essere anche “pronti ad uccidere”. La scacchiera, insomma, come metafora del gioco con la morte. E all’evidente passione per gli scacchi è ispirato anche il racconto L’ultima traversa di Maurensig, così come il più recente L’arcangelo degli scacchi, uscito nel 2013, incentrato sulla vita del geniale Paul Morphy.

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Ogni cosa è illuminata

Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer, Guanda, 2002, 327 p.
Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer, Guanda, 2002, 327 p.

Questo è un libro che ho letto molti anni fa, ma è come se l’avessi letto ieri. Nel 2002 Jonathan Safran Foer, scrittore americano di origine ebrea, aveva sorpreso tutti, sia pubblico che critica, con tale esordio, sia per la sua giovane età che per lo stile narrativo inusuale e spiazzante. Uno stile che all’inizio tende appunto a confondere le idee, ma che dopo una cinquantina di pagine diventa sempre più scorrevole e coinvolgente. Lo definirei un romanzo tragico, straziante e nello stesso tempo piacevole e spassoso, per quanto possa sembrare paradossale la mia affermazione; eppure non trovo un altro modo per descriverlo, perché è un libro che alterna pagine estremamente commoventi e dense di significato ad altre più leggere e decisamente comiche.

Il protagonista è un giovane ebreo americano di nome Jonathan (l’allusione allo scrittore è evidente), che colleziona in maniera ossessiva tutti gli oggetti che hanno fatto parte della sua famiglia. Trovando una fotografia in cui suo nonno è in compagnia di una donna sconosciuta, forse colei che lo ha salvato dai nazisti durante gli stermini di massa, decide di andare in Ucraina con l’intenzione di scoprire la verità. Durante il viaggio gli si affiancano ben presto dei personaggi alquanto particolari: una guida locale di nome Alexander Perchov, detto Alex, tanto bislacco quanto simpatico, lo scorbutico nonno dello stesso Alex, che nonostante la dichiarata e ostentata cecità si rivela un guidatore abbastanza affidabile, e un’amabile cagnolina rompiscatole, che ha la pessima abitudine di scoreggiare.

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