Del mordersi la lingua

Provo a pubblicare un post, anche se credo che word press o il world wide web o chi per loro mi abbiano proscritta per sempre dai loro confini, visto che molti dei miei articoli non appaiono più nei motori di ricerca (Google in primis) e ancor di meno nel reader della nostra piattaforma, per cui è probabile che anche ciò che sto scrivendo in questo momento finirà risucchiato da qualche oscuro buco nero, o al limite viaggerà come una mina vagante nelle lande sterminate del web, dove solo a qualche malcapitato capiterà, di tanto in tanto, di sbatterci addosso. Questo è infatti lo scotto da pagare per chi non pubblica da molto tempo, ossia la perdita di visibilità. E se poi quel qualcuno – come la sottoscritta – ha perfino “osato” oscurare per mesi le pagine del blog, allora la punizione sarà doppia, con tanto di fustigazione sul palmo delle mani o sulla pianta dei piedi. Va be’, non crucciamoci più d tanto, sarà quel che sarà. Io mi accontento anche di due o al massimo tre malcapitati, basta che sappiano tener testa a questo mio fiume in piena, che ahimè non promette nulla di buono, ma dovevo pur rifarmi dopo un periodo così prolungato di silenzio.

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Sola a presidiare la fortezza

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Lettere, Flannery O’Connor, minimum fax, 2012, 270 p

«In questo periodo me la cavo a meraviglia a parte uno zoppicamento che mi dicono dovuto ai reumatismi. La gente di colore la chiama “la disgrazia”. Sta di fatto che cammino come se avessi un piede sul marciapiede e l’altro no ma non è un grande fastidio e mi risparmia una caterva di cose che non ho voglia di fare». (14 novembre 1954)

Così si dipingeva Flannery O’Connor in una lettera inviata a Caroline Gordon, che spesso leggeva in anteprima i suoi racconti, anche se in realtà di motivi per fare dell’autoironia ne aveva ben pochi, visto che da circa due anni le era stato diagnosticato il lupus eritematoso sistemico, la stessa malattia che aveva stroncato suo padre quand’era ancora una ragazzina perché all’epoca incurabile. Essendo il “lupo rosso” un male che distrugge il sistema immunitario, Flannery fu costretta fin dall’inizio ad assumere forti dosi di cortisone per tenerlo a bada, e questo le causò un progressivo logoramento dell’impalcatura ossea con derivanti problemi di deambulazione. Eppure, nonostante l’obbligo delle stampelle e la consapevolezza di avere una vita breve davanti a sé, cercò fin da subito di reagire, di non arrendersi, dedicando ogni forza residua alla sua più grande passione: la scrittura.
«Le energie per scrivere non mi mancano», scriveva ad una coppia di amici qualche mese prima, già imbottita di cortisone e con la faccia gonfia, «e siccome se c’è una cosa che devo fare è appunto quella, riesco, sia pure a denti stretti, a prenderla come una benedizione. Quando una cosa la devi dosare, finisce che le presti maggiore attenzione, almeno così mi dico».

Flannery aveva già pubblicato da due anni il suo primo romanzo, “La saggezza del sangue”, e nello stesso arco di tempo era entrata in contatto con molte persone dell’ambiente letterario. Con alcune di queste riuscì ad avviare un interessante scambio epistolare, che in sostanza è quello raccolto nelle pagine del volume che sto presentando. La cosa interessante del carteggio è che ci permette di conoscere non solo aneddoti riferiti al contesto in cui viveva e alla gente che incontrava, ma di farci anche un’idea più completa del suo modo d’intendere la scrittura, e questo torna utile non solo agli scrittori o aspiranti tali ma anche ai lettori che hanno letto e apprezzato i suoi racconti e/o romanzi, dal momento che molte lettere contengono chiarimenti sugli stessi. Anzi, a chi volesse avvicinarsi per la prima volta all’opera della scrittrice consiglierei di tenere a portata di mano proprio questo volumetto, che in fondo risulta molto piacevole anche come lettura a sé stante. Dalla corrispondenza privata vengono infatti fuori aspetti del carattere che sono davvero interessanti, incluso un umorismo tagliente che non risparmiava niente e nessuno e che le permetteva di ironizzare a fondo anche sulla sua persona.
Determinata, caparbia, esigente prima di tutto con sé stessa e molto schietta nei giudizi con gli altri, Flannery era in realtà una donna anche simpatica e portata per le amicizie. Dotata di un’acutezza osservativa che andava oltre ogni dato apparente, riusciva a far decantare dentro di sé qualsiasi input le giungesse dall’esterno per poi restituirlo attraverso una scrittura che non afferma e non sputa sentenze, che aborra i messaggi moralistici o edificanti (a dispetto di una salda credenza in tutti i dogmi cristiani), ma che si limita invece a presentare, “a raffigurare”. Anche con crudezza a volte, anche con brutalità, perché se scrivi di persone volgari devi pur dare la prova della loro volgarità, devi dar corpo e spessore al loro carattere, alle loro intenzioni. Parafrasando ciò che aveva scritto l’amatissimo Conrad, l’autrice era infatti dell’idea che la parola scritta dovesse far udire, far sentire e, prima di tutto, far vedere. Perché se si riesce a far questo, il lettore troverà nel racconto incoraggiamento, consolazione, paura e incanto, e tutto quel che chiede, e forse anche quel barlume di verità che ha scordato di chiedere. (cfr. “Nel territorio del diavolo”, p.51)

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Fame

Fame, Knut Hamsun, Adelphi, 2009, 186 p.
Fame, Knut Hamsun, Adelphi, 2009, 186 p.

Ci siamo mai chiesti quali possano essere le conseguenze di un digiuno prolungato e non voluto? Possiamo immaginarcelo cosa significhi stare per alcuni giorni senza mangiare? Senza mangiare veramente? Fino al punto di sentirsi sconvolti dalla brutalità dei morsi che attanagliano lo stomaco, spaventati dalla debolezza che si impossessa di ogni arto, storditi dall’angoscia che obbliga la mente a farneticare… E come se non bastasse, sentirsi soprattutto tormentati da quell’urgenza fisiologica di nutrirsi che non dà pace, da quella necessità di ingurgitare cibo, di ingurgitarne tanto, con una bramosia che non concede tregua e che infierisce in ogni momento della giornata, fino a quando un’occasione soddisfa finalmente tale necessità, che però viene quasi subito mortificata da un tremendo conato di vomito, perché lo stomaco non è più abituato a trattenere nessun alimento…

É possibile figurarselo tutto questo senza averlo vissuto in prima persona? Per quanto mi riguarda ne sono poco convinta, e infatti fin dal giorno in cui ho letto per la prima volta questo libro, che tratta appunto dei travagli causati dalla fame, mi sono sempre chiesta se all’autore fosse capitata la disgrazia di provare un’esperienza simile per riuscire a descriverla così bene. La sofferenza patita dal protagonista del romanzo è infatti di una tale portata e intensità, accentuata anche dalla narrazione in prima persona, che sospettarlo è quasi d’obbligo. Sono quindi andata a caccia di ulteriori informazioni e ho scoperto che la storia è in gran parte autobiografica; forse lo scrittore non sarà proprio arrivato al punto di dormire sulle panchine, e magari non avrà nemmeno sfiorato così tante volte la morte, ma l’infanzia passata nella miseria c’è stata, così come la continua ricerca di un lavoro nello strenuo tentativo di sopravvivere decorosamente, fino al raggiungimento dei primi successi letterari.

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Il venditore di storie

Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.
Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.

Come ho già accennato in un’altra occasione, Gaarder sceglie spesso dei bambini come protagonisti dei suoi racconti, forse perché dotati di una mente aperta, curiosa, un po’ filosofica, sempre pronta a porsi mille domande di fronte alle manifestazioni del creato. Questa volta il personaggio principale è però un adulto, sebbene bambinesco sotto molti aspetti, per la precisione un autore di storie provvisto di un’inventiva strabordante e frenetica, ma anche di una tale tracotanza da risultare spesso antipatico.

Nella prima parte del romanzo, dove il protagonista ripercorre con la mente tutta la sua giovinezza, ci troviamo a seguire delle vicende in bilico tra fantasia e realtà che in qualche modo stupiscono per la loro stranezza, come ad esempio il misterioso ometto con tanto di cappello e bastoncino alla Charlie Chaplin che solo il nostro venditore di storie riesce a vedere, probabile proiezione del suo inconscio turbato. Una sorta di guida, o chiamiamolo daimon, che gli appare fin dall’infanzia sfoderando degli atteggiamenti un po’ bislacchi e altezzosi. Quando però si approda nei capitoli finali la vicenda assume un risvolto abbastanza indigesto, al punto che mi sono chiesta se ne sia valsa la pena leggerla. Gaarder ha scritto a mio parere di meglio, basterebbe citare L’enigma del solitario, un viaggio fisico e interiore dai risvolti fiabeschi ma profondamente significativo, che fa veramente riflettere su temi esistenziali di una certa importanza, o al limite basterebbe ricordare Il mondo di Sofia, il bestseller di concetti filosofici per ragazzi scritto in modo semplice e piacevole, bellissimo da leggere anche per gli adulti.

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Igiene dell’assassino

Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb, Le Fenici, 2009, 175 p
Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb, Guanda, 2009, 175 p

Concedetemi di aprire di nuovo il sipario su questa bizzarra scrittrice, anche se finora non ho avuto il piacere di conoscere altri suoi fan (a parte la blogger di Diari alaskani). Lo so, fa uno strano effetto vedere Amélie nelle foto con quel cappellaccio da fattucchiera conficcato sulla testa, avvolta in un pastrano nero che neppure Morticia Addams avrebbe il coraggio di indossare, e con quel make-up cadaverico che contrasta di brutto con il colore del rossetto, però bisogna ammettere che questa donna, quando mette mano alla penna, è capace di dar vita a qualcosa di unico e irrepetibile, soprattutto in termini di fulminante ironia. Per lei la penna è come un bisturi affilato da incidere nel foglio, o meglio nella psiche di quei personaggi che inventa con tanta originale maestria, e sinceramente non mi interessa sapere se questo nasce dal bisogno di esorcizzare qualcosa di intimo attraverso la scrittura, così come non mi interessa scoprire fino a che punto ostenti sé stessa a scopo pubblicitario, perché a me basta e avanza “godermi” il frutto del suo talento.
I suoi romanzi, che partorisce con la frequenza di tre all’anno (così come afferma nelle interviste, anche se poi ne pubblica solo uno), si collocano al di fuori di ogni schema abituale e sono valorizzati da una scrittura schietta e trasgressiva, che non si pone limiti nell’indagine delle miserie umane. Le situazioni paradossali che Amélie ama affrontare non sono quindi fini a se stesse, ma si rivelano sempre un pretesto per esplorare a fondo ciò che si cela dietro le apparenze. Al suo occhio indagatore, a cui non sfugge nulla, interessa più che altro esplorare l’animo umano, che tende a denudare fino all’estremo per scovarci ogni sorta di delirio o perversione, senza per questo scivolare in descrizioni volgari o scadenti.

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Le ragioni dello scrivere

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Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? La vita è innamoramento impulsivo di se stesso, credulo abbandono alle quattro dorate, virginee, felici stagioni.

Scrivere, insinua la voce, non significa solo adulare i minuti con la cosmesi dell’immaginario, ma nutrirli dei nostri escreti mentali, addobbarli viziosamente delle nostre maschere nere. Rappresenta dunque in qualche modo una colpa: forse macchiarsi le mani d’inchiostro è come macchiarsele un poco di sangue, uno scrittore non è mai innocente.
Non solo, ma nell’atto stesso in cui un autore si umilia alla superbia di dire io, come fa a non sentirsi inerme, spogliato, simile ad una recluta nel mattino della visita di leva? Non assume forse ogni sua parola i colori lividi d’una delazione imperfetta? Non trasuda i sudori, le ciprie abiette d’uno spogliarello tentato e mancato? Starsene sul palcoscenico, nell’abbacinante fulmine dei riflettori, non diventa a lungo andare un’intollerabile gogna? Il silenzio, invece… la perfezione, l’asepsi, l’impunità del silenzio! Poter assistere alla vita dal proprio loggione piuttosto che recitarla; fra tanti che smaniano di arrivare, scegliere di non partire! E poi… dal momento che il pensiero, come le onde avanti a quel cimitero marino, ricomincia senza posa, perché ostinarsi a volerlo pietrificare nei freddi piombi di Gutenberg? Veramente ogni libro stampato è una bara… Lusinghevole discorso, e converrà ribatterlo punto per punto, anche se metà di me gli dà oscuramente ragione (….)
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Trilogia di New York

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Trilogia di New York, Paul Auster, Einaudi, 1998, 314 p.

Tre racconti all’insegna del più tipico stile austeriano, con circostanze e fatti casuali che danno origine a situazioni strane e complicate. Si potrebbero definire delle detective stories, anche se nel senso non convenzionale del termine, collegate tra loro da alcuni temi ricorrenti quali la solitudine, la scrittura, la memoria, il senso di mancanza o incompiutezza, la doppia o tripla identità.

Nelle prime due storie ci troviamo alle prese con qualcuno che deve spiare e tallonare qualcun altro, con l’incarico di raccogliere qualsiasi informazione utile. Una situazione che potrebbe sembrare banale ma che non lo è affatto, perché quando i personaggi di Auster iniziano a scavare nel passato della persona che stanno inseguendo si ritrovano ben presto invischiati nel proprio passato, spesso con un ribaltamento di ruolo tra pedinatore e pedinato che lascia il lettore di stucco. Nella ricerca dell’altro si nasconde infatti la ricerca di sé stessi, che scatta proprio nel momento in cui l’esistenza ha raggiunto un limite di situazioni troppo statiche, vuote, infruttifere. Questo è quello che succede, ad esempio, allo scrittore Daniel Quinn, il personaggio principale di Città di vetro, che in seguito ad una telefonata inaspettata causata da un errore decide di accettare un incarico fingendosi un altro, per poi accanirsi in un pedinamento tanto incalzante quanto ossessivo. Un inseguimento in cui Quinn si butta anima e corpo e che assume ben presto la forma di un’indagine interiore, visto che tra una difficoltà e l’altra viene assalito dai ricordi di un trascorso doloroso e dalla sensazione di una vita mal spesa. A questo punto perdere la bussola è un attimo, complici alcune strane coincidenze che ingarbugliano ancora di più le cose. Il recupero psichico dovrà per forza passare attraverso l’esperienza della disgregazione e della solitudine, per poi forse approdare a una nuova consapevolezza raggiunta tramite la scrittura.

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