La morte del prossimo

Zoja immagine

Un saggio interessante, davvero bello e interessante, che anche se non offre facili risposte ai problemi d’oggigiorno stimola comunque diverse riflessioni.
Innanzitutto un dettaglio curioso, che non c’entra niente con il contenuto del libro: come si può notare dalla foto, sulla copertina della mia copia appare un brano estratto da un altro volume, quello scritto da David Bidussa e intitolato “Dopo l’ultimo testimone”, che parla dell’importanza di mantenere vivo il ricordo del genocidio ebraico in vista dei tempi futuri. Se il libro non fosse un libro ma un francobollo, un errore di stampa di questo genere mi procurerebbe un bel gruzzoletto. Dovrò invece consolarmi con il fatto di avere in biblioteca una copertina rara, forse unica nel suo genere, che ogni volta che la guardo mi ricorda l’orrore della Shoah e l’importanza di non dimenticare. Un incentivo senza dubbio importante, che mi aiuterà a mantenere vivo l’impegno di leggere ulteriori testi sull’argomento, come mi ero già proposta di fare dopo l’analisi di Primo Levi e Hanna Arendt, per cui non mi resta che ringraziare la casa editrice per la sbadataggine (e non sto scherzando).

Questa era la frase destinata al saggio di Luigi Zoja, apprezzato psicoanalista di formazione junghiana: «Ama Dio e ama il prossimo, diceva il comandamento. Ma già per Nietzsche Dio era morto. E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento si svuota. Perché non abbiamo più nessuno da amare». Gli argomenti trattati nel libro, come appare evidente, sono di estrema attualità, e procedono all’insegna di una riflessione che, tra agganci a ricerche di altri studiosi e confronti con epoche e contesti diversi, si prefigge di analizzare il fenomeno odierno della globalizzazione e dei rapporti sociali mediati dalla tecnica, che negli ultimi anni hanno spostato l’interesse generale sempre più sul lontano a scapito del prossimo, del vicino. E per prossimo (dal greco plesíos, letteralmente “l’altro che ci sta vicino”), si intende proprio la persona che vedi, che senti e che puoi toccare.
Interessante, a tale proposito, quello che l’autore scrive all’inizio del saggio (nel primo capitolo), dal momento che ci offre subito un’idea di come siano cambiati i rapporti di comunicazione tra le persone rispetto al passato: Continua →