Un uomo inutile

Bottegai, operai, camerieri, lustrascarpe, gente di mare, orfani, vagabondi, ma anche ladri, alcolizzati e prostitute, individui saggi e altri sfasati che si muovono sullo sfondo delle isole e dei quartieri popolari di una Istanbul anni ‘30-40, tra piccole botteghe e lerci caffè, tra osterie dove si mangia la trippa e litorali battuti dal vento. O lungo i viottoli invasi dai carretti trascinati da ragazzini mal vestiti e macilenti, i quali hanno già imparato, a proprie spese, l’arte della sopravvivenza.

Questi sono i protagonisti delle storie di Sait Faik Abasıyanık, scrittore e poeta turco che ai salotti colti di Istanbul preferiva le barche dei pescatori e le bettole dell’isola di Burgaz, dove stava seduto per ore dietro un tavolo ad osservare le persone che entravano e uscivano dalla porta, da cui traeva continuo spunto per i suoi racconti. Ecco così che le fattezze o le posture di uno sconosciuto, il suo ostentare una barba rasata senza troppa cura o una macchia sul bavero del soprabito, o magari delle mani senza tracce di calli o residui di vernice, diventavano subito materia pulsante su cui imbastire una storia, su cui inventare un frammento di vita. E quando poi si recava a Istanbul, lo faceva per percorrere in lungo e in largo quartieri e viuzze di ogni sorta, sempre alla ricerca di ispirazione.

L’epoca era quella della Turchia dei primi anni della Repubblica, che non era tanto prodiga di onori con i suoi letterati, e infatti non mancarono all’autore sospetti e interventi censori da parte di un governo che peccava di forte nazionalismo e che quindi non vedeva di buon occhio i protagonisti greci, armeni, cristiani o ebrei che si alternavano nei suoi racconti. In realtà Sait Faik parlava anche della sua gente, peraltro senza evitare di metterne in luce i difetti. Fatto sta che per la burocrazia turca era soltanto un disoccupato che sopravviveva grazie a un lascito paterno, e anche per tale motivo (o forse come pretesto) gli fu negato lo status di scrittore sul passaporto, nonostante la nomina di membro onorario ricevuta della Mark Twain Society. Mentre oggi tutto è cambiato, ormai da tempo l’autore gode di fama postuma, venerato e acclamato come il padre della letteratura turca moderna (grazie anche alle innovazioni stilistiche della sua prosa), al punto che la sua casa è stata perfino trasformata in un museo.

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Cortázar #3 – Materiale plastico

Ultimo brano di Cortázar che propongo. Poi vado a rituffarmi nelle pagine dove sguazzavo fino a poco tempo prima, che di romanzi iniziati, a metà o quasi conclusi, ne ho parecchi in ballo. Alcuni già digeriti ed elaborati, a dire il vero, ma se voglio recensirli devo per forza ricaricare le batterie. Fino a qualche giorno fa, con il caldo che faceva, erano completamente a terra, adesso che l’aria è lievemente rinfrescata sembrano ridare segnali d’attività… Mah! Speriamo.
Tornando allo scrittore argentino, che mi piace identificare nella figura per eccellenza del cronopio (vi ricordate? quello che sovverte le regole, che scarabocchia fuori dai margini), guardate un po’ cos’ha tirato fuori, stavolta, dal suo cilindro magico senza fondo… Un testo di straordinaria bellezza, che vi consiglierei di leggere subito, ancor prima della mia introduzione (saltate qualche riga e andate giù, giù, ancora più sotto, poi tornate qui che vi aspetto 🙂 ).

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Cortázar #2 – Occupazioni insolite

Ah, questo brano, una delizia per la mente! Un distillato di ingegnosa e sottile ironia, da maneggiare però con le dovute cautele… Che non vi venga infatti la tentazione di farla, questa cosa, che non vi passi per la testa l’idea di provarci! State ben lontani dai lavandini, mi raccomando, e trovate un altro modo, più semplice e meno dispendioso, di passare il tempo libero e contrastare quella smania, tipicamente tutta umana, di ottenere risultati utili da qualsivoglia azione. Capisco quell’ineffabile piacere, simile all’orgasmo, nel caso di un improbabile colpo di fortuna (dopo una serie di manovre tanto azzardate!), ma se la ruota dovesse invece girare da un’altra parte, come pensereste poi di cavarvela, moralmente parlando? Non prendo neppure in esame l’aspetto economico dell’impresa, perché è scontato che, seguendo il percorso via via illustrato, ci si ritroverebbe in braghe di tela in men che non si dica. Cosa dite!!? Che volete provaci lo stesso? Che volete cedere all’ebbrezza del futile, del follemente inutile, così da pregustare il sapore di un’improbabile futura vittoria mentre un brivido di paura vi scorre lungo la schiena, mentre il sudore vi imperla la fronte nel bel mezzo di tanta sciagurata fatica? Va be’, fate come volete, poi non venite a dirmi che non vi avevo avvertito 😉

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Cortázar #1 – Manuale di istruzioni

Per parlare di Julio Cortázar e della mirabolante inventiva scaturita dal suo cervello non basterebbe una decina di post. Pertanto, nell’attesa di trovare la forza per confezionare un articolo come si deve, mi accontento di proporvelo a pizzichi, a piccoli assaggi, certa del fatto che non vi lascerà indifferenti. Su di me, devo ammetterlo, ha un effetto straniante. Le sue storie infatti, oltre a mandarmi in solluchero le cellule neuronali, mi staccano dalla realtà in cui sono immersa, o meglio mi aprono nella mente visioni alternative (e mai banali) della stessa. Leggere Cortázar è come imboccare una strada che, nonostante la presenza di qualche cartello segnaletico, non sai in realtà dove ti porta. È un’avventura mentale, per dirlo in altri termini. Un invito ad osservare i lati più insospettabili del mondo, delle cose e della vita, con un modo di presentarli che non è privo di aspetti divertenti. E neppure privo di senso, di significato. Perché anche questo, a ben vedere, c’è. Magari non è subito così palese, immediato, ma alla fine si scorge qualcosa al di sotto dell’apparente leggerezza delle parole, del loro tono quasi giocoso, un qualcosa che avvince e travolge, a volte anche spiazza.

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Pòlinka, o dell’impossibilità di governare le emozioni

Ritorno a Čechov, di cui ogni tanto leggo o ripesco un racconto… Ve ne propongo uno che mette di nuovo a confronto l’universo maschile con quello femminile, con i loro diversi modi di sentire e interagire, un po’ come accadeva ne Uno scherzetto ma con alcune differenze. In questo caso i sentimenti di fondo traspaiono in modo più evidente sia da una parte che dall’altra, anche se camuffati con grande sforzo. Vorrebbero certamente esplodere ma vengono trattenuti sotto una maschera di finta gaiezza, quella sbandierata dal commesso, ossia dal protagonista maschile del racconto, che più alza la voce per gridare i nomi e i prezzi della merce, più alimenta l’agitazione sua e della povera ragazza piangente. Che, suo malgrado, si sente attratta da un altro giovane ma nello stesso tempo si rivela incapace di assumere una posizione netta e decisa nei confronti del suo nervosissimo interlocutore, per il quale forse prova ancora dei sentimenti, o perlomeno un mix di emozioni contrastanti…

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Portrait of Maria Lvova, Valentin Serov, 1895, fonte wikiart.org

Un racconto bellissimo, in cui risalta al massimo la capacità cechoviana di tratteggiare con una sensibilità tutta moderna – quindi godibile anche per noi lettori di oggi – la difficoltà di due cuori che non riescono assolutamente ad intendersi, destinati pertanto a un’inevitabile sofferenza.
Notate, così, en passant, la punta di perfidia del commesso, che, incapace di accusare il colpo, cerca tra un discorso e l’altro di demolire agli occhi della ragazza l’immagine dell’altro spasimante, e non abbastanza pago, cerca anche di convincerla di non essere all’altezza delle esigenze culturali dello stesso, né delle ambizioni che lo muovono. Giusto per mortificarla un po’, con l’intento evidente di dissuaderla. E notate con quanta sottile arte Čechov porta avanti due conversazioni in parallelo, quella privata e più sommessa che avviene tra i due giovani e quella pubblica e più ostentata che si manifesta nel rapporto con la clientela del negozio, tramite la quale il commesso cerca di dissimulare il più possibile, sotto una vivace rassegna di merletti, piumini e bottoni, non solo l’ansia della fanciulla ma anche il nervosismo che sente crescere in sé.
Una situazione per niente facile da rendere con efficacia in un contesto narrativo, per cui Čechov merita come minimo un doppio applauso! Ma era solo un medico condotto o era anche un fine psicologo, quest’abile scrutatore dell’animo umano?

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Di Cortázar, cioccolato, musica rilassante e altre amenità

Questo è un post zuccheroso e disimpegnato, infiocchettato qua e là di sollecitazioni bonarie, o per meglio dire scherzose, anche se non manca un sottofondo di serietà. Solo per farvi sapere che non sono emigrata su un altro pianeta ma sono sempre qui, semisdraiata languidamente sul mio divano sotto chili di libri, con fogli appuntati sparsi e appiccicati ovunque, anche sui capelli, con i pensieri che divagano dall’amatissimo Heinrich Böll, di cui presto pubblicherò qualcosa (a proposito, chi tra voi ha letto L’angelo tacque, ambientato nella Germania dell’immediato dopoguerra? al solo ricordo mi sento rimescolare dentro), fino al sorprendente (anzi, più che sorprendente) Julio Cortázar, per me ancora tutto da esplorare, in termini di opera omnia, anche se dopo aver letto tra un picco di febbre e l’altro cinque dei suoi racconti mi vedo già costretta ad una resa incondizionata, sedotta senza appello da uno stile che definirei incomparabile. Mi sono anche chiesta come io abbia potuto vivere, fino ad oggi, senza la consapevolezza della sua esistenza, senza avere attinto neppure una goccia dal calderone stratosferico della sua narrativa, e davvero non so cosa rispondermi…
A dire il vero qualche tempo fa una gentile fanciulla, che oltretutto scrive molto bene, mi aveva annunciato che sarebbe stato Cortázar ad agganciarmi, non viceversa, e mai previsione è stata più azzeccata. Come faccio, adesso, a liberarmi da una tale infatuazione? Non me ne libero, lascio invece che mi travolga, mi sommerga, mi spazzi via. Dovevo evidentemente aspettare che uscisse un po’ del cronopio che c’è in me per poter apprezzare il cronopio per eccellenza, vale a dire colui che mi avrebbe aperto le porte a un modo-mondo “diverso” di fare letteratura, lo scrittore Julio Florencio Cortázar Descotte per l’appunto, nato a Bruxelles nel 1914 da genitori argentini e morto a Parigi nel 1984, città dove risiedeva dagli anni ‘50 perché contrario alla politica dittatoriale di Juan Perón. Dovevo passare lo scoglio degli “anta” (ma solo perché sono una sprovveduta) per scoprire uno scrittore il cui talento è stato spesso paragonato a quello di Čechov, nondimeno a quello di Edgar Allan Poe, autore che Cortázar leggeva con particolare ingordigia fin da bambino e che senza dubbio ha contribuito a infondergli il gusto per il magico, il metafisico e talvolta per l’horror, che poi lui mescolava sapientemente alla realtà quotidiana per raccontare il Sudamerica attraverso una prosa elegante e musicale.

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Heinrich Böll – Presso il ponte

Oggi vi propongo una Kurzgeschichte (racconto breve) che mi ha letteralmente incantata: non ho parole per descriverne la delicata bellezza, per elogiarne la forza espressiva. Scritta da Heinrich Böll nell’immediato dopoguerra, fa parte della raccolta “Viandante, se giungi a Spa…”, rappresentativa della cosiddetta Trümmerliteratur (letteratura delle macerie, 1945-50), di cui sono stati esponenti altri scrittori dell’epoca, quali ad esempio Borchert e Schnurre. Lo scopo era quello di presentare temi e problemi della Germania postbellica attraverso dei testi concisi e realistici (sullo stile delle short-story americane), in modo da mantenere vivo il ricordo della guerra e delle sue devastanti conseguenze. Si tratta quindi di frammenti di vita dal finale spesso aperto, di istantanee che ritraggono le esperienze dei sopravvissuti, della gente senza più casa e dei reduci mutilati, e di tutti coloro che dovevano fare i conti con la realtà delle città distrutte e con la prospettiva di una faticosa ripresa. In altre parole, è la rappresentazione “della guerra vissuta come trauma” attraverso delle vicende individuali che si muovono su uno sfondo segnato da case diroccate, da periferie ingombre di rottami e sporcizia, da ponti e ferrovie in condizioni precarie. Desolazione, fame e povertà sono gli elementi che predominano su tutto, tradotti in parole così come apparivano in quei tragici anni allo sguardo umano.

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Prima gli idioti

Prima gli idioti, Bernard Malamud, EPUB, Minimum Fax, 243 p.

Nato a New York nel 1914, figlio di immigrati ebrei di origine russa, Bernard Malamud viene abitualmente accostato ad altri due grandi esponenti della letteratura ebraico-americana del secondo Novecento, quali Saul Bellow e Philip Roth, anche se in realtà avrebbe poco da spartire con gli illustri colleghi in fatto di stile e contenuti. Dei tre è infatti l’autore che ha ripreso in misura maggiore la tradizione del racconto centroeuropeo, subendo anche l’influsso del mito e del tono magico che caratterizza i racconti popolari. Come ha scritto Alessandro Piperno, in un articolo che ho trovato interessante, sono in particolare Babel, Kafka, Schultz, Singer e, per alcuni aspetti, il nostro Svevo i suoi cugini più prossimi. Mentre Bellow appare appunto più distante, considerando anche il fatto che per i suoi personaggi «l’America è un’opportunità straordinaria, la patria da conquistare con spavalderia, mentre per Malamud (e per i suoi personaggi) l’America è un problema, l’ennesimo luogo sulla terra ostile agli ebrei e alle brave persone».

Le storie di Malamud, che abbiano o meno degli ebrei come protagonisti, vogliono infatti rappresentare la sofferenza di ogni essere umano al di là dell’origine, della razza d’appartenenza, assumendo in tal senso un valore universale. Come dire che il travaglio esistenziale dei personaggi, la loro ricerca di senso e direzione, la loro ansia di soddisfare piccoli e grandi bisogni mai del tutto soddisfatti, sono esperienze che bene o male riguardano tutti, che ci toccano da vicino. Oltretutto presentate con un realismo che oscilla tra l’ironico e l’amaro e che ogni tanto si concede, come accennato all’inizio, qualche fuga nel surreale.
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