L’orribile sogno del poeta

Per festeggiare l’inizio della primavera e ricordare la giornata mondiale dedicata alla poesia (era ieri, ma come al solito ci tengo ad arrivare in ritardo), pubblico un’altra riflessione in versi della grande, per me ineguagliabile, Wisława Szymborska (di lei avevo già parlato in una serie di vecchi articoli). Una poesia che, guarda caso, pone proprio se stessa al centro della questione, prospettando l’ipotesi, certamente non augurabile, di un mondo schematico e prevedibile, dove l’ispirazione verrebbe a mancare non solo ai poeti ma anche ad ogni comune mortale. Un sogno, se vogliamo, o per meglio dire l’incubo di una società asettica, scontata, troppo ordinata, dove nessuna ruota esce mai dal binario, dove nessuno sguardo si alza verso il cielo o al di sopra dello steccato… Riuscite a immaginarvelo, un siffatto mondo? Certo, tutto funzionerebbe alla perfezione, senza mai un inghippo, un surplus, una stortura, ma sarebbe anche la morte di ogni passione, la sepoltura della fantasia e di ogni estro creativo. Sarebbe l’annullamento di ogni diversità, e quindi di tutta quella mirabile ricchezza che rende così interessante la vita su questo pianeta. Del resto, senza chiaroscuri nell’animo, senza turbamenti, dubbi né sofferenze, senza alcunché da aggiungere, togliere, cambiare e spostare, di cosa mai scriverebbero i poeti? Solo dei fiori che sbocciano a primavera? O delle comuni e normali azioni che si compiono tutti i giorni? Con una tranquillità assicurata, questo è vero, però senza più il brivido di un’emozione anche minima, senza la capacità di stupirsi di fronte alle cose, piccole e grandi, che ci circondano. Una società, come dice Szymborska, dove nelle frasi scompare perfino il condizionale e nei sentimenti prevale una soddisfazione scontata, priva di qualsiasi ombra… Sì, sarebbe un incubo. Meglio il mondo così com’è, con tutte le sue belle contraddizioni, con gli alti e bassi inaspettati e continui, con tutti i colori, i pensieri e le azioni che a volte si conciliano tra loro e altre volte entrano in contrasto. Sì, alla fine lo amiamo così, questo nostro mondo incasinato, anche se spesso ci fa tribolare. E quindi ce lo teniamo, con tutto il suo disordinato chiacchiericcio.
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Le donne di Rubens

The Rape of the Daughters of Leucippus, c. 1617 wikipedia.org

Belle in carne, come piaceva all’epoca. Ma anche dotate di una vitalità esuberante, di una floridezza dirompente, messa ancora più in risalto dai contrasti di luce e colore, grazie alla mano di un artista che era in grado di creare forme armoniche e nello stesso tempo generose, opulente, in perenne equilibrio tra sacro e profano. Donne che non dovevano vergognarsi delle loro rotondità e degli eventuali inestetismi dovuti all’esorbitanza delle carni, proprio perché appunto figlie del Barocco, come scrive Wisława Szymborska nella poesia, e quindi libere di piacere e di piacersi per quello che effettivamente erano, senza complessi di sorta. Ed è forse per tale motivo che ancora oggi, a distanza di secoli, suscitano in noi che le osserviamo non solo stupore ma anche rispettosa ammirazione. Poi Szymborska, con la consueta e deliziosa ironia, non evita di confrontarle con le “magre sorelle” dei nostri tempi, che se avessero avuto la sventura di nascere nel Seicento… altro che stuolo di fotografi, stilisti, riviste di moda e contratti milionari! Di certo, almeno agli occhi del nostro pittore fiammingo sarebbero passate inosservate.
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La gioia di scrivere – 2a parte

Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta
Wisława Szymborska (Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta)

Nel precedente post ho parlato dello stile piacevolmente ironico di Szymborska, e di quanto spesso il suo messaggio risulti comprensibile, accessibile un po’ a tutti, pur non essendo affatto scontato. Un’altra particolarità della sua poetica, che proprio per questo la rende unica e riconoscibile, è l’attenzione quasi sempre rivolta alla quotidianità del mondo reale, con osservazioni che decollano da un’inezia, da un dettaglio anche banale, per poi allargarsi in volo ad una visuale di più ampio significato. Non a caso l’autrice era stata definita una miniaturista dai critici letterari, proprio per questa sua tendenza a “comprimere” nei versi gli aspetti più pregnanti della condizione esistenziale umana, con un uso spesso felice e talora sorprendente delle metafore adottate.
Solo lei poteva, ad esempio, dedicare dei versi a una cipolla, intesa come ideale di perfezione da contrapporre all’essere umano, il quale ha sì il dono di una preziosa e irrepetibile singolarità, ma purtroppo è anche impastato di continue contraddizioni, di conflitti e zone d’ombra, tutti difetti che l’ortaggio sembra invece non conoscere (La cipolla, p.389):

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La gioia di scrivere – 1a parte

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La gioia di scrivere, Wislawa Szymborska, Adelphi, 2009, 828 p.

La poesia, in particolare quella contemporanea, è ancora oggi relegata a un ruolo marginale – vale a dire cercata, letta e amata da non molti cultori – forse perché a volte si presenta in forma ermetica e ambigua, talora anche male impostata nella forma, agendo così da repellente verso dei possibili fruitori. Però ci sono dei casi in cui la poesia parla, parla un po’ a tutti, grazie all’immediatezza delle procedure rappresentative di cui si serve, e quando la poesia riesce a parlare sono in molti quelli che hanno ancora voglia di ascoltare.
Nel caso di Wisława Szymborska accade appunto questo miracolo, perché i suoi pensieri, per quanto interessati a cercare il senso profondo di ogni condizione umana (senza peraltro la pretesa di riuscirci), si presentano con un linguaggio di facile accesso che permette ai lettori di immedesimarsi o rispecchiarsi nelle varie questioni esposte.
A differenza dei poeti sibillini e al contrario di quelli autoreferenziali, Szymborska ha infatti la capacità di accostarsi al lettore con naturalezza, per condividere con lui gioie e dolori, interrogativi e fragilità, dubbi e speranze, come se stesse quasi parlando a un amico. Lei stessa, del resto, aveva fatto capire più volte quanto ci tenesse al fatto che i lettori percepissero le sue poesie come “fossero loro”, scritte per loro. Una predisposizione d’animo, questa, che sicuramente ha contribuito al grande successo della sua opera poetica, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli da record anche nel nostro paese.
Detto questo, devo aggiungere che non è stato facile destreggiarsi nel mare magnum di questa prolifica autrice polacca, perché il dover scegliere un numero limitato di poesie ha implicato la necessità di escluderne altre ugualmente valide, ma ho comunque cercato di fare del mio meglio per allestirne un quadro il più ampio possibile. La lunghezza dell’articolo è stata pertanto inevitabile, ma si giustifica anche col fatto che Wisława Szymborska, nata a Cracovia nel 1923 e scomparsa nel 2012, si meritava un omaggio in piena regola, con tutte le attenzioni e gli onori del caso. A causa della vasta panoramica è stato anche necessario suddividere l’articolo in due parti, in modo da non sobbarcare i lettori a troppe suggestioni tutte in una volta.

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L’odio, Scorcio di secolo

Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce, ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via.
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi.
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
giunta prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza.
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera.
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

É un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio,
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare, aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro
– lui solo.
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Wislawa Szymborska, tre poesie

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Una vita all’istante

Una vita all’istante.
Spettacolo senza prove.
Corpo senza modifiche.
Testa senza riflessione.

Non conosco la parte che recito.
So solo che è la mia, non mutabile.

Il soggetto della pièce
va indovinato direttamente in scena.

Mal preparata all’onore di vivere,
reggo a fatica il ritmo imposto dell’azione.
Improvviso, benché detesti improvvisare.
Inciampo a ogni passo nella mia ignoranza.
Il mio modo di fare sa di provinciale.
I miei istinti hanno del dilettante.
L’agitazione, che mi scusa, tanto più mi umilia.
Sento come crudeli le attenuanti.

Parole e impulsi non revocabili,
stelle non calcolate,
il carattere come un cappotto abbottonato in corsa –
ecco gli esiti penosi di tale fulmineità.

Poter provare prima, almeno un mercoledì,
o replicare ancora una volta, almeno un giovedì!
Ma qui già sopraggiunge il venerdì
con un copione che non conosco.
Mi chiedo se sia giusto
(con voce rauca,
perché neanche l’ho potuta schiarire tra le quinte).

Illusorio pensare che sia solo un esame superficiale,
fatto in un locale provvisorio. No.
Sto sulla scena e vedo quant’è solida.
Mi colpisce la precisione di ogni attrezzo.
Il girevole è già in funzione da tempo.
Anche le nebulose più lontane sono state accese.
Oh, non ho dubbi che questa sia la prima.
E qualunque cosa io faccia,
si muterà per sempre in ciò che ho fatto.
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