Nel paese delle ultime cose

Nel paese delle ultime cose, Paul Auster, Einaudi Tascabili, 2003, 167 p.
Nel paese delle ultime cose, Paul Auster, Einaudi, 2003, 167 p.

Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più.

Così inizia questo romanzo, con la protagonista Anna Blume che scrive una lettera ad un amico per raccontargli il suo lungo viaggio alla ricerca del fratello, un giornalista scomparso da tempo. Un viaggio che l’ha portata in una terra lontana, allucinante e violenta, in una città senza nome dove ladri, assassini e suicidi formano addirittura dei club. Un paese distrutto dove si respira un’angosciante atmosfera postbellica, dove le persone e gli oggetti sono a rischio di estinzione e qualsiasi rottame acquista valore. Dove per una scarpa rotta o per un rimasuglio di cibo si è disposti anche ad uccidere.
E anche Anna Blume diventa in breve tempo, per necessità di sopravvivenza, una cacciatrice di oggetti in un paese devastato, dando così forma a un’immagine metaforica che non è nuova nelle opere di Auster, visto che si ricollega per certi versi al personaggio del vecchio Stillman di Città di vetro (uno dei romanzi che compone la Trilogia di New York), che girava impazzito per le strade raccogliendo ogni sorta di oggetto per attribuirci dei nuovi nomi. Ma l’atmosfera che si respira Nel paese delle ultime cose è ben peggiore, al limite del claustrofobico.

Un giorno mi è capitato di seguire un’intervista dove Auster spiegava che per scrivere in modo soddisfacente deve prima focalizzare molto bene nella mente degli spazi ben precisi, deve riuscire a vedere le stanze dove si muovono i personaggi, gli edifici in cui entrano, le strade, le colline, gli alberi, tutto nel modo più dettagliato e realistico possibile, così da poter entrare “virtualmente” nella storia. Bene, provate allora a leggere questo breve romanzo distopico e vi renderete subito conto di quanto e in che modo sia stata messa in pratica tale strategia… Auster ti porta proprio a vedere e quasi a toccare quello che ha immaginato nella sua mente, e vi assicuro che in alcune pagine non potrete fare a meno di sentire un senso di nausea o qualche brivido sulla pelle.

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La musica del caso

La musica del caso, Paul Auster, Einaudi Super ET, 2009, 207 p.
La musica del caso, Paul Auster, Einaudi Super ET, 2009, 207 p.

Dire che questa romanzo mi è piaciuto sarebbe riduttivo, visto che l’estate scorsa mi ha inchiodata alle pagine fino all’ultima riga. Non riuscivo proprio a mollarlo.
Parla di un uomo, tale Jim Nashe, che, dopo l’abbandono della moglie e un lascito inaspettato, si lancia in un lungo viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti senza una meta precisa, trovando un piacere quasi ossessivo da una guida estenuante che lo porta a percorrere centinaia di chilometri in pochi mesi. Seppure consapevole del fatto che insieme al motore sta consumando anche le ultime riserve di denaro, Nashe non riesce più a fermarsi, dominato dalla necessità di un continuo viaggio che in realtà è una continua fuga da se stesso.

 La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare ad ogni costo. Nulla attorno a lui per più di un momento, e poiché i momenti si susseguivano, era come se lui solo continuasse a esistere. Lui era il punto fermo in un vortice di cambiamenti, un corpo che restava in equilibrio, assolutamente immobile, mentre il mondo gli si gettava incontro e scompariva.

Finché un bel giorno – ma sarebbe meglio scrivere brutto – scorge lungo la strada la figura di un ragazzotto malconcio e insanguinato; l’istinto gli dice di non fermarsi, ma ormai il piede ha già premuto sul freno. Da quel momento Jack Pozzi, un giocatore di poker avventato e balordo, entrerà di getto nella sua vita per trascinarlo in vicende rischiose e sempre più assurde. Come ad esempio quella della sfida a poker con degli eccentrici miliardari, che costringerà i due compagni di viaggio a subire una condizione tanto angosciante e mortificante quanto surreale, degna di un romanzo kafkiano.

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Trilogia di New York

Trilogia_Auster
Trilogia di New York, Paul Auster, Einaudi, 1998, 314 p.

Tre racconti all’insegna del più tipico stile austeriano, con circostanze e fatti casuali che danno origine a situazioni strane e complicate. Si potrebbero definire delle detective stories, anche se nel senso non convenzionale del termine, collegate tra loro da alcuni temi ricorrenti quali la solitudine, la scrittura, la memoria, il senso di mancanza o incompiutezza, la doppia o tripla identità.

Nelle prime due storie ci troviamo alle prese con qualcuno che deve spiare e tallonare qualcun altro, con l’incarico di raccogliere qualsiasi informazione utile. Una situazione che potrebbe sembrare banale ma che non lo è affatto, perché quando i personaggi di Auster iniziano a scavare nel passato della persona che stanno inseguendo si ritrovano ben presto invischiati nel proprio passato, spesso con un ribaltamento di ruolo tra pedinatore e pedinato che lascia il lettore di stucco. Nella ricerca dell’altro si nasconde infatti la ricerca di sé stessi, che scatta proprio nel momento in cui l’esistenza ha raggiunto un limite di situazioni troppo statiche, vuote, infruttifere. Questo è quello che succede, ad esempio, allo scrittore Daniel Quinn, il personaggio principale di Città di vetro, che in seguito ad una telefonata inaspettata causata da un errore decide di accettare un incarico fingendosi un altro, per poi accanirsi in un pedinamento tanto incalzante quanto ossessivo. Un inseguimento in cui Quinn si butta anima e corpo e che assume ben presto la forma di un’indagine interiore, visto che tra una difficoltà e l’altra viene assalito dai ricordi di un trascorso doloroso e dalla sensazione di una vita mal spesa. A questo punto perdere la bussola è un attimo, complici alcune strane coincidenze che ingarbugliano ancora di più le cose. Il recupero psichico dovrà per forza passare attraverso l’esperienza della disgregazione e della solitudine, per poi forse approdare a una nuova consapevolezza raggiunta tramite la scrittura.

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