Il treno era in orario

Ci sono situazioni della vita che costringono a pensare alla morte, a guardarla proprio in faccia, al di fuori o dentro di sé. La guerra, purtroppo, è una di queste. Andreas è un soldato dell’esercito hitleriano che alla fine di una breve licenza deve lasciare di nuovo la Germania per tornare a combattere sul fronte orientale. Mentre si trova alla stazione, nell’attesa della tradotta militare, avverte il brusco presagio di un non ritorno, che poi lievita a dismisura nel corso del tragitto…

Presto, pensò, e sentiva che impallidiva. Intanto faceva i soliti gesti, quasi senza saperlo. Accese un fiammifero, illuminò quei mucchi di soldati distesi, accovacciati, dormenti, che giacevano sopra, sotto e contro i loro bagagli.
(….)
Presto, pensò. Lo sferragliare del treno, tutto come sempre. L’odore. Il desiderio di fumare. Di fumare ad ogni costo. Ma non addormentarsi! Al di là dei finestrini fuggivano le oscure sagome dalla città. Da qualche parte, lontano, la luce dei riflettori frugava il cielo, erano come lunghe dita cadaveriche che laceravano il manto azzurro della notte…in lontananza si sentivano anche gli spari dell’antiaerea… e quelle case mute, buie, senza luce. Quando verrà quel “presto”? Il sangue gli sgorgò dal cuore, gli rifluì al cuore, circolava, circolava, la vita circolava, e quel battito del polso ormai non diceva altro che: Presto!
(….)
Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è la morte…

Ma “presto” è anche una parola martellante, ripetitiva come un mantra, che non concede tregua al di là dell’apparente vaghezza. Pronunciata all’inizio con indifferenza, «acquista a un tratto come un senso cabalistico. Si fa pesante e stranamente veloce, precorre chi l’ha pronunciata, decisa a squarciare un vano, chissà dove, nelle regioni incerte del futuro, poi torna al punto di partenza con la terrificante sicurezza di un boomerang». Impossibile liberarsene, dal momento che rappresenta l’appuntamento con un limite che si percepisce ultimo, conclusivo, un limite che cancella in un solo colpo qualsiasi speranza sul futuro. E anche se Andreas cerca di immaginarsele, alcune cose, come ad esempio il ritorno della pace, la ripresa degli studi o la possibilità di riascoltare una musica tanto amata, sa bene che in realtà non ci sarà più nulla, che questi «sono solo sogni, pensieri evanescenti senza peso, senza sangue, senza alcuna sostanza umana». Perché il futuro per lui non ha più volto, a un certo punto è proprio mozzo, e più ci pensa più si rende conto di quanto è ormai vicino a quel “presto”. Non è chiaro se tale sensazione nasca da una percezione extrasensoriale o da una semplice ossessione, ma comunque c’è, prende forma e si replica nella sua mente fino a tradursi in un luogo ben preciso: tra Leopoli e Černovcy, nella zona della Galizia orientale. È lì, proprio in quel tratto di percorso, anche se non sa in che modo e in quale circostanza, che Andreas avverte lo stop, il fine corsa della sua ancora giovane esistenza…

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Heinrich Böll – Presso il ponte

Oggi vi propongo una Kurzgeschichte (racconto breve) che mi ha letteralmente incantata: non ho parole per descriverne la delicata bellezza, per elogiarne la forza espressiva. Scritta da Heinrich Böll nell’immediato dopoguerra, fa parte della raccolta “Viandante, se giungi a Spa…”, rappresentativa della cosiddetta Trümmerliteratur (letteratura delle macerie, 1945-50), di cui sono stati esponenti altri scrittori dell’epoca, quali ad esempio Borchert e Schnurre. Lo scopo era quello di presentare temi e problemi della Germania postbellica attraverso dei testi concisi e realistici (sullo stile delle short-story americane), in modo da mantenere vivo il ricordo della guerra e delle sue devastanti conseguenze. Si tratta quindi di frammenti di vita dal finale spesso aperto, di istantanee che ritraggono le esperienze dei sopravvissuti, della gente senza più casa e dei reduci mutilati, e di tutti coloro che dovevano fare i conti con la realtà delle città distrutte e con la prospettiva di una faticosa ripresa. In altre parole, è la rappresentazione “della guerra vissuta come trauma” attraverso delle vicende individuali che si muovono su uno sfondo segnato da case diroccate, da periferie ingombre di rottami e sporcizia, da ponti e ferrovie in condizioni precarie. Desolazione, fame e povertà sono gli elementi che predominano su tutto, tradotti in parole così come apparivano in quei tragici anni allo sguardo umano.

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Racconti – Friedrich Dürrenmatt

Racconti, Friedrich Dürrenmatt, Feltrinelli, 2009, 408 p.
Racconti, Friedrich Dürrenmatt, Feltrinelli, 2009, 408 p.

I massi squadrati sono morti. L’aria è come pietra. La terra preme da ogni parte. Acqua fredda stilla dalle fessure. La terra è in suppurazione. L’oscurità incombe. Gli strumenti di tortura sognano. Il fuoco brilla nel sonno. I tormenti aderiscono alle pareti. Lui è rannicchiato nell’angolo. Il suo orecchio spia. Le ore strisciano. Si alza. Su in alto si apre una porta. Il fuoco si sveglia e avvampa rosso. Le tenaglie si muovono. Le corde si tendono. I tormenti lasciano le pareti e si calano su tutti gli oggetti. La camera di tortura comincia a respirare. Passi si avvicinano.
Egli tortura. Le pareti ansimano. I massi urlano. Le lastre di pietra mugolano. Dalle fessure guarda l’inferno, gli occhi sbarrati. L’aria è piombo rovente. Il fuoco cola sulla carne bianca. I pioli delle scale si piegano. I secondi sono eterni.
(Il torturatore, pag. 8)

Non lasciatevi turbare troppo da queste righe, anche perché sono solo un piccolo assaggio di ciò che troverete in questa interessante raccolta pubblicata da Feltrinelli, che include i racconti più noti e meno noti di Dürrenmatt scritti fra il 1942 e il 1985, irrinunciabile per tutti gli estimatori del grande scrittore elvetico.
Molte di queste storie sono dei veri e propri viaggi in una realtà allucinata, con situazioni palesemente kafkiane e al limite dell’assurdo. Basterebbe citare l’incubo descritto nel racconto La trappola, dove il protagonista si ritrova a scendere, insieme a molte altre persone, una lunga scala che sprofonda negli abissi, ma quando si rende conto che la stessa termina in un mare di fuoco cerca disperatamente, in ogni modo e con tutte le sue forze, di risalire verso l’alto. Sono passi descritti in modo talmente angosciante da provocare quasi una reazione claustrofobica in chi si appresta a leggerli.

 Ricominciò a salire. Guardava col collo teso innanzi a sé e teneva il tronco molto piegato in avanti. Le braccia gli si muovevano a casaccio e i piedi incespicavano. Saliva irregolarmente e durante la salita la paura cresceva lentamente rafforzandosi a ogni passo. Cadde e si rialzò, a fatica, sanguinante, poi cadde ancora. Rimase disteso a lungo, il volto premuto sul granito bagnato che gli inzuppava gli abiti. Più tardi strisciò attorno come un animale, poi salì ancora qualche gradino incontro all’orrore crescente. La solitudine era come una pietra, era come certe stelle morte, immense e senza luce nella loro spietata densità fatta d’atomi compressi. Il vuoto gli si appiccicava addosso, era risucchiato dalle esangui fauci del nulla.

Impressionante anche il racconto Il tunnel, dove un treno affollato diretto a Zurigo imbocca, come ogni giorno, una lunga galleria, che però questa volta diventa interminabile, praticamente senza fine, senza una via d’uscita. Provate a leggere queste pagine, altrettanto asfissianti per l’inquietudine che trasmettono, sono certa che ne rimarrete sconcertati e non ve le scorderete più.
Tra i racconti surreali mi è anche piaciuto, in modo particolare, quello intitolato Abu Chanifa e Anan Ben David, che contrappone in un lungo scontro dialettico (di carattere religioso, ma nel contempo fortemente emotivo) due teologi, uno fedele al Corano e l’altro alla Bibbia, entrambi rinchiusi nella stessa cella di una prigione, dimenticati con il passare del tempo dal resto del mondo. É una storia veramente bella, per quanto improbabile, che fa riflettere a fondo su un tema ancora scottante nei nostri tempi, che è quello del fanatismo e delle guerre di religione. Con un finale come al solito inaspettato, che in parte riesce a consolare. In altri racconti vengono invece esplorate le zone del mito, con quello del Minotauro che si pone ai vertici per l’interessante rovesciamento di prospettiva proposto nella lettura interpretativa del confronto fra Teseo e l’uomo-toro. Mentre su un altro versante ancora troviamo le storie che si agganciano alle tematiche più care all’autore e già note al grande pubblico, ossia il concetto di colpa e castigo, di reato e condanna, con quest’ultima più spesso disattesa che favorita dal caso.

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La parete

La parete, Marlen Haushofer, e/o Tascabili, 2010, 285 p.
La parete, Marlen Haushofer, e/o Tascabili, 2010, 285 p.

Se socchiudevo gli occhi, vedevo gli abissi sconfinati spalancarsi tra un ammasso stellare e l’altro. Gigantesche voragini nere, dietro gli addensamenti di nebulose luminescenti. Talvolta usavo il cannocchiale, ma preferivo osservare il cielo a occhio nudo. Potevo così abbracciare il tutto, guardare attraverso le lenti mi disorientava. La notte che avevo sempre temuto e che spesso avevo esorcizzato con una luminaria da festa, sull’alpe perse il suo aspetto terrificante. In realtà non l’avevo mai conosciuta prima, rinchiusa in case di pietra, dietro a tendaggi e persiane avvolgibili. La notte non era affatto tenebrosa. Era bella e io cominciai ad amarla.

Questa delizioso brano è stato scritto da Marlen Haushofer, un’autrice austriaca poco conosciuta qui in Italia, dove solo una parte dei suoi racconti è stata pubblicata, peraltro difficilmente reperibili. Anche in patria alla sua epoca non era molto nota, tantoché venne riscoperta e rivalutata solo nel corso degli anni Ottanta, a distanza di tempo dalla morte prematura per malattia. Probabilmente non l’aveva neppure favorita lo stile di vita molto schivo e riservato, condotto sempre ai margini degli ambienti letterari anche dopo l’assegnazione del Premio Arthur Schnitzler per il romanzo La parete. Oggi sembra essere caduta ancora di più nel dimenticatoio, colpevoli le case editrici che non ripubblicano i suoi libri, quindi mi piacerebbe ricordarla commentando appunto il suddetto romanzo (il cui titolo originale è Die Wand, pubblicato nel 1963), da molti considerato il suo capolavoro e da qualcuno addirittura paragonato, forse un pochino esagerando, a Il risveglio della terra di Knut Hamsun e al Robinson Crusoe di Daniel Defoe. A prescindere da questo, non si può tuttavia non rimanere colpiti dalla sua capacità di illustrare con grande intensità i moti dell’animo umano, dai turbamenti più sottili alle pulsioni più nascoste, il tutto con uno stile narrativo sempre lucido e misurato, che non concede spazio a lagnanze e stucchevolezze.

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