Di questo mondo e degli altri

Di questo mondo e degli altri, José Saramago, Einaudi, 2006, 216 p.

Un libro veramente bello. Un mondo di microstorie dove le tematiche trattate non hanno frontiera e dove si scorgono, quasi fossero sembianze che sfilano dietro un sipario mezzo aperto, immagini, colori e fantasie dei romanzi a venire, quelli che hanno reso famoso l’autore conducendolo al Nobel. Sono qui raccolte gran parte delle cronache scritte da Saramago nel biennio ‘68-69 per alcuni giornali di Lisbona, in seguito pubblicate in due volumi separati nei primi anni ‘70. Primordiali esercizi di prosa, per dire le cose come stanno, dove già si intravede quella sua tipica capacità di dare forma a sentimenti, emozioni e pensieri sulla scia di una grande inventiva. Il tutto all’insegna di una profonda sensibilità, che però non si nega concessioni all’umorismo.

Sono pagine che scorrono veloci sotto gli occhi e che traboccano di tanti piccoli aneddoti, con spunti che partono da vicende personali per arrivare ad abbracciare tutto ciò che coinvolge, nel bene e nel male, il pianeta Uomo. Fatti di cronaca, ad esempio, da cui estrapolare riflessioni più o meno profonde. Aspettative sulla vita, sul mondo a venire, con previsioni non sempre ottimistiche. Ma anche la consapevolezza di quanto sia necessario rialzarsi dopo ogni caduta senza mai perdere i fili della speranza, neppure di fronte alle tempeste che si profilano all’orizzonte. Sono visioni, quelle di Saramago, che ogni tanto sconfinano anche nel fantastico e nell’onirico, senza però mai perdere valore e significato. Il tutto sotto l’egida di un’immancabile e onnipresente ironia. Quell’ironia intelligente e sottile, leggera come una carta velina, che negli anni è diventata il suo marchio di fabbrica.

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Ricetta per uccidere un uomo

Si prendono qualche decina di chili di carne, ossa e sangue, secondo parametri adeguati. Si dispongono armoniosamente in testa, tronco e membra, si riempiono di viscere e di una rete di vene e nervi, avendo cura di evitare errori di fabbricazione che siano pretesto alla comparsa di fenomeni teratologici. Il colore della pelle non ha alcuna importanza.
Al prodotto di questo delicato lavoro si dà il nome di uomo. Si serve caldo o freddo a seconda della latitudine e della stagione dell’anno, dell’età e del temperamento. Se poi se ne vogliono lanciare prototipi sul mercato, gli si infondono alcune qualità che li distingueranno dalla massa: coraggio, intelligenza, sensibilità, carattere, amore per la giustizia, bontà attiva, rispetto per il prossimo e per il distante. I prodotti di seconda scelta avranno, in maggiore o minor grado, l’una o l’altra di queste virtù di attributi positivi, parallelamente agli opposti, in genere predominanti. La modestia impone di non ritenere fattibili prodotti integralmente positivi o negativi. Ad ogni modo, si sa che anche in questi casi il colore della pelle non ha alcuna importanza.
L’uomo, classificato nel frattempo con un’etichetta personale che lo distinguerà dai suoi simili, usciti come lui dalla catena di montaggio, viene posto a vivere in un edificio cui si dà, a sua volta, il nome di Società. Occuperà uno dei piani di quest’edificio, ma raramente gli sarà consentito di salire la scala. Scenderla è permesso e a volte facilitato. Nei piani dell’edificio ci sono molte abitazioni, designate ciascuna o da ceti sociali o da professioni. La circolazione avviene per canali detti abitudine, usanza e preconcetto. È pericoloso andare contro la corrente dei canali, sebbene alcuni lo facciano per tutta la vita. Costoro, nella cui massa carnale si trovano fuse le qualità distintive dei prodotti che rasentano la perfezione, o che hanno optato deliberatamente per queste qualità, non si identicano dal colore della pelle. Ce ne sono di bianchi e di neri, di gialli e di bruni. Sono pochi i ramati, ma solo perché si tratta di una serie quasi estinta.
Il destino ultimo dell’uomo è, come si sa fin dall’inizio del mondo, la morte. La morte, in quel preciso momento, è uguale per tutti. Non però quanto la precede immediatamente. Si può morire con semplicità, come chi si addormenta; si può morire attanagliati da una di quelle malattie di cui eufemisticamente si dice che “non perdonano”; si può morire sotto tortura, in un campo di concentramento; si può morire volatilizzati all’interno del sole atomico; si può morire al volante di una Jaguar o investiti da essa; si può morire nel bagno o dal barbiere; si può scegliere la propria morte, e questo si chiama suicidio; si può morire di fame o di indigestione; si può anche morire di un colpo di fucile, al crepuscolo, quando c’è ancora la luce del giorno e non si pensa che la morte sia vicina. Ma il colore della pelle non ha alcuna importanza.
Martin Luther King era un uomo come ognuno di noi. Aveva le virtù che sappiamo, sicuramente dei difetti che non ne sminuivano le virtù. Aveva un lavoro da compiere – e lo compiva. Lottava contro le correnti dell’abitudine, dell’usanza, del preconcetto, immerso in esse fino al collo. Finché arrivò il colpo di fucile a ricordare ai distratti quel che siamo e che il colore della pelle ha molta importanza.

José Saramago, Di questo mondo e degli altri, Einaudi, pag.61-62
(cronaca dedicata a Martin Luther King, assassinato nel 1968)

Memoriale del convento

Memoriale del convento, José Saramago, Feltrinelli, 2010, 319 p
Memoriale del convento, José Saramago, Feltrinelli, 2010, 319 p

Ci troviamo in Portogallo, nel XVIII secolo. Giovanni V si impegna due sere a settimana ma non c’è nulla da fare, Maria Anna Giuseppa d’Austria non ne vuol sapere di rimanere incinta. Sembra quasi una beffa del destino, visto che al di fuori del letto nuziale il re ingravida con grande facilità a destra e manca, al punto di aver disseminato decine di bastardi per tutto il regno. Ma Dio è grande. Un giorno, infatti, giunge alla corte un francescano che gli assicura che presto vedrà la nascita di un erede, basta che in cambio il sovrano si impegni a costruire un convento  nella città di Mafra. Il re non ci pensa due volte, ne fa solenne promessa e in breve tempo il Signore, quello che sta nell’alto dei cieli, gli concede l’agognato erede, seppur femmina, colei che poi sarà la principessa Maria Barbara.

Sembra quasi una favola, invece si tratta di una vicenda che ha veramente coinvolto la corona portoghese dando l’avvio all’edificazione dell’imponente edificio di Mafra, costituito da un palazzo, da un convento per trecento religiosi e da una basilica di dimensioni tali da competere con quella di San Pietro. Perché Giovanni V, diciamolo pure, un tantino megalomane lo era. Fatto sta che tale costruzione richiese anni di duro lavoro e migliaia di uomini trattati come schiavi, sorvegliati dai soldati e costretti ad un lavoro semi-forzato. Uomini che spesso ci lasciavano la pelle, per la fatica e il rischio che tale impresa comportava.
Ma in fondo, lo sappiamo, la storia è sempre quella da quando è nato il mondo, i nobili e i regnanti da una parte, a sguazzare nei lussi e negli sfarzi, con la benedizione di un clero spesso compiacente se non perfino machiavellico, e i miserabili della plebe dall’altra, a sudare nei campi, a mangiare patate, a svolgere i lavori più faticosi e sgradevoli. Lisbona, come scrive ironicamente l’autore, è una bocca che mastica troppo da una parte e troppo poco dall’altra, non essendoci quindi una via di mezzo tra il gozzo pletorico e il collo raggrinzito, tra il naso rubicondo e l’altro tisico, tra la chiappa ballerina e quella floscia, tra il ventre pieno e la pancia appiccicata alle costole.

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Un mondo di ciechi

Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.
Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.

Un libro veramente agghiacciante, con una storia che fa riflettere e che non può lasciare indifferenti. Narra di una misteriosa epidemia di cecità che fa vedere tutto bianco, e che comincia a diffondersi in modo progressivo in una città qualunque, di una nazione qualunque, creando uno stato di crisi che, come succede di solito nelle situazioni più estreme, favorisce l’insorgere degli istinti più deplorevoli della natura umana. Le prime persone contagiate vengono internate dalle autorità in un ex-manicomio, isolate da tutto e da tutti per evitare la diffusione dell’epidemia. In questo luogo sordido, che nel giro di poco tempo si riempie di ulteriori ciechi, i reclusi si ritrovano ben presto a scendere tutti i gradini dell’indegnità, soprattutto a causa dei morsi della fame. Lo spirito di sopravvivenza prevale su ogni altro sentimento spingendo alcuni individui a diventare feroci e prevaricanti, altri a dimostrarsi opportunisti o indifferenti, altri ancora a subire con rassegnazione tremende umiliazioni e degradanti compromessi. Gli unici occhi in grado di vedere, perché sani nello spirito e nella coscienza, sono quelli di una donna che, pur essendo costretta ad osservare ogni sorta di miseria e crudeltà, riesce a conservare uno sguardo compassionevole per tutti, diventando ben presto un sostegno e una guida per molti disperati. Una donna che ha occhi in un mondo di ciechi, l’unica destinata a vedere (e non solo a sentire) tutto l’orrore di questa degradazione. L’unica che ogni tanto si scopre a desiderare una cecità improvvisa e liberatoria, perché la solleverebbe non solo dalla visione di tante brutture ma anche dal peso delle responsabilità morali. Se i ciechi vivono nell’orrore senza vederlo, se passano accanto ad ogni condizione ripugnante solo intuendola, alla protagonista che vede –  e anche a noi che leggiamo – non va altrettanto liscia.

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