Il fischio del merlo

John Cowper Powys. Qualcuno lo conosce e per caso l’ha mai letto? Siamo in pochi, immagino. Lo deduco dal fatto che ancora oggi le sue opere non vengono tradotte e divulgate in Italia, se non il romanzo Wolf Solent (scritto nel 1929), riproposto di recente da Corbaccio con il titolo originale inglese, mentre nel 1935 la scelta editoriale era caduta sul più enfatico “Estasi”, forse perché si pensava, in questo modo, di far presa su una fetta molto ampia di lettori. Negli anni del regime fascista c’era inoltre la tendenza a italianizzare le parole straniere, che venivano regolarmente abolite e sostitute con termini equivalenti. Non solo per quanto riguarda i titoli dei romanzi, ma anche per i cognomi e svariate cose di utilizzo comune, cosicché “albergo” sostituì “hotel” e la pellicola rimpiazzò il film. Mentre il sandwich, su suggerimento di D’Annunzio, si trasformò in un tramezzino.

Comunque, patriottismi a parte, Estasi era un titolo un tantino fuorviante, dal momento che poteva far pensare al genere romance (già in voga nei primi decenni del Novecento), mentre non è questo il caso; qui non si tratta infatti di rapimenti amorosi, ma di tutt’altro genere di rapimento. Sì, c’è anche l’amore sullo sfondo, che addirittura si alterna e si consuma per due donne che sono agli antipodi per carattere e tratti somatici, ma ciò che prevale nel protagonista non è tanto l’eccesso di sentimentalismo quanto la ricerca di una connessione profonda con il creato, con le potenze naturali e cosmiche, al punto di arrivare ad elaborare una forma di mitologia a proprio uso e consumo… Ciò che affascina di Wolf è proprio questa sua tendenza a perdersi nei pensieri e ad abbandonarsi a lunghe serie di fantasticherie, dove gli risulta facile plasmare delle immagini per ogni idea che gli passa per la testa. Immagini che fluiscono dalle varie sensazioni che prova, belle o brutte che siano, e che affascinano per la dovizia di particolari con cui vengono espresse, persino quando sfumano verso aree dai contorni più eterei e impalpabili.

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Notturni, Kazuo Ishiguro

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Notturni, Kazuo Ishiguro, Einaudi, 2009, pp. 192

E’ il mio primo incontro con lo scrittore anglo-giapponese. Mi è piaciuto? Non posso dirlo con estrema certezza, anche perché non basta leggere qualche racconto (nella fattispecie soltanto cinque) per arrivare subito ad una conclusione. Posso comunque affermare di averlo trovato interessante, in particolare per due aspetti. Innanzitutto per la scrittura nitida e scorrevole, capace di evocare suggestioni e di fare rimandi senza per questo apparire dispersiva o noiosa. Poi per la scelta originale di utilizzare la musica come filo conduttore delle storie; musica rappresentata di volta in volta dagli stessi personaggi, che rivestono per l’occasione i panni di cantanti, saxofonisti, violoncellisti e via dicendo, oppure citata attraverso i brani di famosi artisti del passato.
Nel primo racconto, giusto per rendere l’idea, l’io narrante è un chitarrista che suona nelle orchestrine di piazza San Marco, e la musica fin da subito evocata è quella di Diango Reinhardt e Joe Pass. E dopo qualche pagina, quando il giovane musicista accetta di affiancare un cantante americano nel corso di una serenata, sono le canzoni della vecchia Broadway, quelle cantante ai tempi d’oro da Chet Baker e Frank Sinatra, che si levano nell’aria tra i canali veneziani.
La scelta della musica come tematica di fondo nasce da un’antica passione di Ishiguro, che infatti fin da ragazzo si cimentava con la chitarra e il pianoforte sognando di diventare un cantautore, alla maniera di Bob Dylan o Leonard Cohen. Forse è una fortuna (per lui, ma anche per i numerosi fan) che abbia dirottato sulla narrativa, visto il successo riscosso negli ultimi anni. La musica gli è comunque rimasta così radicata nel DNA da costituire ancora oggi fonte d’ispirazione. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata a Repubblica, l’idea per queste short-stories cominciò a prendere forma dopo aver composto dei brani per musica jazz, che gli erano stati commissionati dalla cantante americana Stacey Kent: «… lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe».

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Il senso di una fine

Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012, 160 pp.
Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012

Arrivo forse ultima a dire la mia opinione su un successo editoriale che negli ultimi tempi ha riscosso tanti elogi ma anche giudizi contrastanti da ogni angolo del web. Il fatto è che quando di un libro se ne parla troppo vengo di solito colta da una sorta di allergia, per cui devo attendere che le acque si siano calmate prima di trovare la voglia di leggerlo. Non ci posso fare niente, è più forte di me: l’eccesso di esultanza o denigrazione, peggio ancora se accompagnato da un battage pubblicitario che ne cavalca l’onda, mi porta purtroppo a diffidare dell’effettiva qualità dell’opera, soprattutto se è di un autore che si è affermato negli ultimi anni, per cui ne rimando nel tempo l’assaggio per poi magari accorgermi che ho fatto male.
A Barnes mi avvicinai per la prima volta alcuni mesi fa, quasi in punta di piedi, prelevando dagli scaffali delle biblioteca una delle sue opere meno famose e acclamate (Livelli di vita), forse per non tradire quella riluttanza che ho appena descritto, e mai scelta fu comunque più felice visto che il libro in questione mi conquistò parecchio per i contenuti emotivi e l’originalità della trama. Purtroppo non posso dire la stessa cosa di questo secondo romanzo, visto che il coinvolgimento non è stato altrettanto forte. Intendiamoci, anche “Il senso di una fine” è un’opera scritta bene, anzi, scritta divinamente, ma purtroppo non è scattato quel quid che di solito mi rapisce in modo intenso e viscerale durante la lettura, e credo che questo dipenda dal fatto che ho amato troppo l’altro libro, il primo che ho letto, e che quindi mi aspettavo qualcosa che fosse alla stessa altezza se non addirittura di più. Se avessi letto per primo questo, forse l’impatto sarebbe stato un po’ diverso. In ogni caso la scrittura di Barnes è come sempre incantevole, ricca di citazioni colte e raffinate, studiata attentamente nella forma e nello stesso tempo miracolosamente scorrevole. E poi questo romanzo – ritengo sia giusto dirlo, anche se non sempre fa la differenza – ha vinto nel 2011 il Man Booker Prize, uno dei più importanti premi letterari inglesi.

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Livelli di vita

Livelli di vita, Julian Barnes, Einaudi, 2013, 118 p.
Livelli di vita, Julian Barnes, Einaudi, 2013

Un libro bello, veramente bello. Strutturato in modo insolito e originale. Non si potrebbe neppure definire un romanzo, visto che mescola degli eventi storici, in parte abbelliti dalla fantasia, con esperienze e riflessioni di carattere personale sul tema del lutto, della perdita della persona amata, al punto che all’inizio si presenta come un saggio e alla fine diventa un memoriale. Anzi, per essere più precisi è una mescolanza tra saggio, racconto inventato e memoria autobiografica, con fatti e circostanze che si snodano in tre capitoli in apparenza scollegati che in realtà vanno a formare un discorso unico.
Il libro segue infatti un movimento ben preciso, che partendo dalla conquista esaltante del cielo da parte dei primi pionieri dell’aria (Il peccato dell’altezza) si conclude con uno schianto doloroso al suolo (Perdita di profondità), non senza aver prima attraversato una fase intermedia (Con i piedi per terra), dove le illusioni fanno i conti con la realtà nell’attesa della botta conclusiva.

All’inizio, aspettandosi un racconto, si rimane un po’ perplessi nel leggere la cronistoria delle imprese aeronautiche finanziate dal governo britannico sul finire del XIX secolo, dove tra i pionieri dell’aria più famosi spicca la figura di Félix Tournachon, meglio conosciuto come Nadar, che fu anche fotografo, giornalista, caricaturista, oltre che inventore e depositario di svariati brevetti. Questo poliedrico personaggio passò anche alla storia per aver costruito Le Géant, uno dei palloni ad aria calda più giganteschi del mondo, che però non ebbe un esordio tanto felice, visto che precipitò al secondo decollo lasciando miracolosamente incolume l’equipaggio. La cosa divertente, se vogliamo, è che la notizia dell’impresa ispirò a Jules Verne il romanzo “Cinque settimane in pallone” (1863), mentre lo stesso Nadar, per nulla intimorito dall’imprevisto, aggiustò l’aerostato per rituffarsi senza indugi nel piacere del volo.
L’obiettivo dell’autore si sposta poi su Fred Burnaby, un colonello della Guardia Reale inglese appassionato di viaggi ed esplorazioni, a cui fa vivere una fantasiosa e improbabile relazione con l’attrice Sarah Bernhardt, attratta allo stesso modo dall’ebbrezza dell’altitudine, anche perché rispecchiava la sua visione libera ed emancipata della vita. Tre personaggi del passato accomunati dunque dal desiderio di librarsi nel cielo, di innalzarsi a bordo di una cesta appesa a un pallone per affidarsi a un equilibrio precario di pesi e correnti; una condizione, questa, che ben rappresenta in senso metaforico quella dose di imprevedibilità che sta sempre alla base di ogni storia d’amore. Ed è qui infatti che il discorso si fa interessante, perché il volo aerostatico, di cui si parla con dovizie di dettagli storici e aneddotici nella prima parte, si rivela ben presto un pretesto per parlare dell’amore, che allo stesso modo di una mongolfiera può elevare le persone ad altezze vertiginose, sempre però con il rischio di farle anche precipitare.

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Cani neri

Cani neri, Ian McEwan, Einaudi, 1993, 166 p.
Cani neri, Ian McEwan, Einaudi, 1993, 166 p.

I cani procedevano nella loro avanzata. June camminava all’indietro; non osava mettersi a correre. Gridò il nome di Bernard una, due, tre volte. La sua voce risuonò acuta nell’aria piena di sole. E fece affrettare il passo dei cani, che ruppe quasi in un trotto. Non doveva far vedere che aveva paura. Ma quelli tanto l’avrebbero fiutata, la sua paura. Perciò, non doveva proprio provarla. Ma le mani le tremavano mentre frugavano a terra in cerca di sassi. Ne trovò tre. Ne preparò uno nella mano destra e tenne gli altri due nascosti nella sinistra. Si ritirava procedendo di lato adesso, con la spalla sinistra rivolta alle bestie. Nel punto in cui il sentiero improvvisamente scendeva, June inciampò e cadde: era tale l’ansia di rimettersi subito in piedi che le parve di essere rimbalzata sul terreno.

Questo è solo l’inizio dell’evento clou del romanzo, che nel suo procedere diventa sempre più angosciante e di cui ovviamente non rivelerò troppi dettagli. Un evento che cambierà per sempre la vita di June, mentre si trova con il marito a fare un’escursione sull’altopiano francese del Causse de Larzac, durante la luna di miele. Siamo nel 1946, nell’immediato dopoguerra, e la giovane coppia è accomunata non solo da un’intensa passione ma anche dalla fede nell’ideologia comunista, sulla scia di quei fermenti che animavano gran parte dell’Europa post-nazista. Ma il loro matrimonio è destinato già sul nascere a subire una crisi profonda, che andrà a modificare per sempre, prima investendo di netto Jane e poi agendo gradualmente anche su Bernard, tutta quella scala di valori a cui si erano tenacemente aggrappati. L’esperienza sconvolgente che investe di brutto June, in quella zona isolata e montuosa del sud della Francia, non le lascia infatti scampo e la costringe, volente o nolente, a guardare dentro se stessa per scoprirci un mondo mai immaginato prima. Da quel momento entrambi i coniugi si trovano non solo a vivere un conflitto tra loro, visto che la conversione spirituale di June mal si concilia con il rigido materialismo di Bernard, ma anche a dover fare i conti con il disfacimento dell’utopia marxista, che in seguito a diversi fatti gravi, tra i quali l’invasione dell’Ungheria nel ’56 da parte dei carri armati sovietici e il conseguente bagno di sangue per sopprimere la sommossa, rivelò tutti i suoi limiti.

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Il giardino di cemento

Il giardino di cemento, Ian McEwan, Einaudi, 2009, 160 p.

“Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non sono affatto terribili”

Questa frase di McEwan, stampata nel retro copertina, sintetizza in modo significativo l’essenza di questo suo romanzo d’esordio, che si distingue da tutti gli altri per lo stile scarno e asciutto, anche se già non mancano quelle tipiche sfumature morbose che hanno reso tanto famoso l’autore. Se si pensa che proprio con tale debutto si conquistò l’appellativo di Ian Macabre, si può facilmente immaginare anche il contesto della trama.
Per spiegare le motivazioni che stanno alla base del romanzo devo per forza addentrarmi nei particolari, quindi se qualcuno non l’ha ancora letto e intende farlo si regoli di conseguenza. La storia, raccontata in prima persona, è quella di Jack, un ragazzo in piena fase adolescenziale, e di come lui e suoi fratelli si ritrovano a vivere quasi al di fuori del mondo, isolati da tutto e da tutti, dopo la morte improvvisa del padre seguita, a breve distanza, da quella della madre. Per non rischiare di essere separati e di finire in affidamento presso qualche altra famiglia, o peggio in un orfanatrofio, i ragazzini decidono di occultare il cadavere della madre in cantina, seppellendolo sotto strati di cemento, per poi continuare la loro esistenza come se niente fosse.
Com’è evidente, questo è un romanzo che getta una luce cupa sull’adolescenza, mescolandone la tipica innocenza con sentimenti più ambigui e torbidi. Un romanzo anche di formazione, se vogliamo, nonostante si sviluppi sulla base di una situazione alquanto estremizzata, ma raccontata in modo così realistico da risultare convincente. A dire il vero la storia non è neppure così inverosimile come appare in un primo momento, soprattutto se si pensa a ciò che succede ogni giorno nel mondo, basta andare a leggere un po’ di cronaca per capacitarsene.

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Il giro di vite

Il giro di vite, Henry James, edizioni BUR, 2011, p.242
Il giro di vite, Henry James, editore BUR, 2011, p.242

Della precisa identità dell’apparizione mi sarei assicurata non appena il piccolo orologio del mio coraggio avesse segnato il secondo giusto; intanto, con uno sforzo che fu già abbastanza duro, spostai gli occhi direttamente sulla piccola Flora che in quel momento era a circa dieci metri da me. Il cuore mi si fermò un attimo, nell’ansia e nel terrore che anche lei vedesse; e trattenni il fiato nell’attesa di ciò che un grido, qualsiasi innocente segno di interesse o di paura da parte sua, mi avrebbe comunicato. Aspettai, ma non venne nulla; poi – e c’è in questo qualcosa di più spaventoso, lo so, di qualsiasi altra cosa che devo riferire – fui convinta in un primo momento che da un minuto essa era svuotata di ogni suono spontaneo; e in un secondo momento che pure da un minuto, giocando, aveva voltato le spalle all’acqua. Tale era la sua posizione quando alla fine la osservai – la osservai con l’assoluto convincimento che eravamo ancora, tutte e due, sottoposte a un’attenzione diretta e personale. Lei aveva raccolto un pezzetto di legno piatto nel quale era praticato un piccolo foro che le aveva evidentemente suggerito l’idea di infilarvi uno stecchetto che avrebbe potuto fungere da albero trasformando la cosa in una barca. Mentre la osservavo, era evidente che stava cercando con molta attenzione di fissare al suo posto quel secondo pezzo di legno. Il fatto di percepire quello che stava facendo mi diede forza al punto che dopo qualche secondo capii che ero pronta ad andare avanti. Allora di nuovo spostai lo sguardo – e affrontai quello che dovevo affrontare. (pag.143-144)

Tra i più celebri racconti di fantasmi di Henry James, Il giro di vite (The Turn of Screw) è un piccolo gioiello narrativo dove tutto ciò che accade viene filtrato dallo stato d’animo della protagonista, lasciando quindi nel lettore ampi margini di dubbio sulla realtà o meno degli accadimenti. E se pensiamo che fin dalla sua prima pubblicazione, avvenuta nel 1898, questo racconto ha suscitato una miriade di studi critici e ipotesi interpretative, possiamo ben capire il motivo del successo che ancora oggi detiene.
Dopo un preludio che vede un gruppo di amici raccolti attorno ad un caminetto accesso, in una fredda serata d’inverno, intenti a raccontarsi storielle di fantasmi più o meno inquietanti, e dopo la promessa da parte di uno degli astanti di condividere con tutti una storia da brividi realmente accaduta, entriamo un po’ alla volta nel cuore di questo romanzo, dove ci troviamo a seguire la vicenda – riportata in un manoscritto – di una giovane istitutrice che ripercorre con la memoria i fatti inquietanti che l’hanno coinvolta dopo aver accettato l’incarico di accudire due bambini orfani, Miles e Flora, in una grande casa sperduta nella campagna londinese.

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Memento mori

Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.
Memento Mori, Muriel Spark, Gli Adelphi, 2001, 274 p.

Di questa simpatica scrittrice scozzese, scomparsa nel 2006, mi ripropongo da tempo di leggere altro, anche se finora non ho trovato il tempo e la voglia di farlo. Eppure con questo romanzo, letto qualche anno fa, la Spark era riuscita a colpirmi per l’eleganza e la raffinatezza della sua scrittura, spesso accompagnata da un tocco d’ironia. La storia in sé stessa non è particolarmente coinvolgente, forse in certi tratti si fa pure noiosa, però nel suo complesso, dovendo tirare le somme, non posso dire che mi sia dispiaciuta.

Il racconto si sviluppa intorno al mistero di una strana telefonata che perseguita, uno dopo l’altro, un intero gruppo di anziani ottuagenari, tutti appartenenti alla buona società londinese e alla stessa cerchia di amicizie. “Ricordati che devi morire” è il contenuto inquietante e lapidario di questa telefonata, che ha l’effetto di creare non poco scompiglio negli animi dei destinatari.
Molti sapranno, ma forse è utile ricordarlo, che la frase “memento mori”, traducibile dal latino in “ricordati che devi morire”, veniva pronunciata nei tempi antichi da una persona di ceto umile ai generali romani che tornavano vittoriosi da una guerra, con lo scopo di evitare che il vanto della gloria oscurasse la loro modestia. E tornando alla nostra vicenda, l’unico personaggio del gruppo che non si lascia scomporre più di tanto da queste parole è l’affabile scrittrice Charmian Piper, che alla misteriosa voce telefonica ha il coraggio di rispondere: “Oh, se è per questo, ormai sono più di trent’anni che di tanto in tanto ci penso… Ho già compiuto gli ottantasei. Eppure non mi dimentico mai della mia morte, in qualsiasi momento possa arrivare.”

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