Buon proseguimento

Tutto quello che mi sento di dire è già incluso nei versi di questa splendida canzone. Non serve aggiungere altro, se non augurarvi un anno di pace e serenità interiore, affrancato da ansie, risentimenti e accanimenti inutili. Un anno in cui vivere al meglio il tempo presente senza sprecarlo, senza disperderlo in mille rigagnoli ma concentrandolo, con rinnovato coraggio, nelle cose che stanno veramente a cuore. Quelle che magari si vorrebbero vivere o realizzare da tempo, quelle che sarebbero in grado di riconciliare con se stessi e gli altri, quelle che potrebbero riempire per davvero gli spazi ancora vuoti che ci portiamo dentro e soddisfare anche i sensi… Senza arretrare di fronte al primo ostacolo, senza demoralizzarsi al primo sbaglio, senza colpevolizzarsi per un motivo o l’altro, altrimenti è poi un attimo, ma davvero un attimo, ritrovarsi fra un anno con altri rimpianti per cose desiderate e perse… È un augurio che rivolgo anche a me stessa, colpevole per prima di aver sacrificato più volte l’occasione di mettermi in gioco, di concedermi nuove esperienze. Forse per paura, per inettitudine, per vigliaccheria… Tutte cose che adesso vorrei lasciarmi alle spalle, per andare con sguardo nuovo verso il mio futuro.

Un grande abbraccio a tutti.

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Christmas Jazz

White Christmas (Bianco Natale) è una canzone celeberrima che ha visto nel tempo innumerevoli interpretazioni (a partire da quella di Bing Crosby, che risale al 1942), ma scommetto che cantata in questo modo non l’avete mai sentita…

Se però preferite un’atmosfera più effervescente, ecco qua Jingle Bells in versione jazz, che acquista un non so che di sofisticato senza perdere nulla della carica briosa. Un applauso meritato anche all’orchestra.

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Fabrizio Moro, tra critica sociale e poesia

Chi mi conosce sa già che in questo blog non parlo solo di libri, a dispetto del nome che gli ho dato, ma svincolo ogni tanto nel campo della musica, delle canzoni. Non perché me ne intenda, tutt’altro, ma per il semplice piacere di condividere qualcosa di bello che ho scoperto di recente o recuperato dal passato. Sono post un po’ così, scritti sull’onda emotiva del momento e che non hanno la pretesa di risultare impeccabili.
Da qualche giorno, ad esempio, sto ascoltando Fabrizio Moro, un cantautore che sembra distinguersi per la qualità dei testi e per la voce un po’ graffiante. Come al solito, vivendo in un mondo a parte, arrivo sempre tardi a questo genere di scoperte, deliziandomi per cose che magari (anzi sicuramente) sono già note ai più. Diversi anni fa, a dire il vero, avevo sentito una sua canzone che parlava di mafia (“Pensa”, del 2007, dedicata alla figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ma poi l’avevo archiviata lì, in un angolo della mente, senza procedere oltre con le indagini. Negli ultimi giorni l’ho invece ripescata dal web, andando poi alla ricerca di altri testi di questo artista, che via via apparivano sempre più interessanti. Beh, rispetto alle tante canzonette che vanno per la maggiore, di cui non cito titoli né autori perché manco le ascolto e quando capita che le ascolto me le dimentico anche in fretta, questi brani mi sembrano di un certo spessore per i temi trattati, e forse per questo risultano meno popolari rispetto a quelli di chi, giocando con frasi più scontate e banali, pensate per accontentare i gusti di tutti, si ritrova quasi sempre sulla cresta dell’onda.

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Questi sono i nomi

Questi sono i nomi, Tommy Wieringa, Iperborea, 320 p

Il romanzo si alterna su due piani paralleli che alla fine convergono. Da una parte assistiamo all’odissea di un gruppo di profughi che si trascinano nelle lande desertiche della steppa, vittime di trafficanti che li hanno scaricati da un camion e abbandonati con l’inganno nella desolazione più totale. Il loro obiettivo era quello di oltrepassare la frontiera per dirigersi verso ovest, in modo da lasciarsi alle spalle le brutture di un passato degradante. In realtà si trovano a vagare in un punto non ben definito del territorio asiatico, alle prese con il vento, la sabbia, il freddo, e ben presto con la fame, la sete, la paura. Nessuna città a cui approdare, nessun segno di vita umana oltre la loro. Se di vita si può ancora parlare, in questo caso, dal momento che hanno corpi così smunti che è difficile immaginare che aspetto avrebbero con un po’ di carne intorno alle ossa. Con le scarpe a pezzi e gli abiti laceri, questi uomini-fantasma vanno incontro all’ignoto con uno sguardo già perso nel nulla, un nulla che si riconferma ad ogni passo che fanno.

Non sapevano più esattamente perché ogni mattina ricominciassero a muoversi; seguivano il sole in modo meccanico, come i girasoli. Come respiravano, così camminavano.
Bastava proseguire verso ovest, aveva detto l’uomo.
Ma era stato molto tempo prima.
(……)
I piedi si trascinavano nella sabbia, attraverso uno spazio sconfinato. Il paesaggio davanti a loro era identico a quello che si lasciavano alle spalle, quello di destra non differiva in niente da quello di sinistra. Gli unici punti di riferimento nella steppa erano il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi. Le impronte si cancellavano in fretta. Erano passanti, non lasciavano tracce né ricordi.

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Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

Child bimbi guerra Siria
Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

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The Labyrinth Song

Credo che tutti, o quasi, abbiamo letto o sentito parlare del mito greco del Minotauro. Nato dall’accoppiamento tra Pasifae (moglie di Minosse, re di Creta) e un possente toro bianco, viene fin da subito rinchiuso in un palazzo labirintico a causa delle sue fattezze mostruose (corpo umano e testa taurina), e all’interno di questo groviglio di corridoi, stanze e vicoli ciechi, dove è tanto facile perdersi quanto difficile uscire, gli vengono dati in pasto ogni nove anni sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi. Teseo, figlio del sovrano di Atene, per sciogliere la sua città dall’obbligo del sacrificio decide un giorno di affrontare e uccidere il mostro, aiutato dalla bella Arianna, figlia di Minosse, che gli procura un gomitolo per entrare e uscire dal labirinto. In questo modo l’eroe, dopo aver portato a termine con successo l’impresa, riesce a ritrovare facilmente la via del ritorno grazie al filo che aveva precedentemente srotolato dietro di sé. Questa in massima sintesi la storia del mito, evitando di dilungarci in altri particolari…

Al di là dei vari significati simbolici e psicoanalitici che gli sono stati attribuiti nel corso del tempo (come, ad esempio, la messa a nudo delle pulsioni egocentriche e bestiali dell’uomo – il Minotauro – e la necessità di domarle non solo con la forza, con la lotta – Teseo – ma anche mettendo in gioco la saggezza, la prudenza, il sapere segreto – il filo di Arianna), sempre interessanti da studiare e analizzare, mi ha fatto piacere trovare oggi su YouTube una canzone di Asaf Avidan che si rifà proprio a questa antica leggenda ellenica, una canzone molto bella sia per la scelta delle parole che per la dolcezza vocale/espressiva. Mi è quindi sorto spontaneo il desiderio di condividerla con voi, sperando vi affascini altrettanto.

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Anna Fedorova

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Non stravedo per la musica classica e non sono un’esperta in materia, ma ogni tanto mi piace ascoltare brani di Mozart, Chopin e Rachmaninoff. In questi giorni, girando nel web alla ricerca di qualche concerto registrato, sono incappata nella pianista ucraina Anna Fedorova, che da subito mi ha colpita per quel misto di forza e dolcezza che trapela dalle sue performance. Dalle notizie raccolte in giro ho scoperto che suona il piano dall’età di 5 anni e adesso, che ormai ne ha 27, si trova alle spalle una carriera di tutto rispetto, con numerosi concorsi vinti e concerti tenuti nelle sale più prestigiose d’Europa e d’America, ultimamente anche in Giappone.

Tra le tante esecuzioni ne ho selezionate in particolare due, quelle che mi hanno maggiormente deliziata e coinvolta; spero facciano lo stesso effetto anche voi. Di strumentisti bravi ce ne sono tanti in giro, gironzolando nel web c’è solo l’imbarazzo delle scelta, ma questa pianista russa mi è sembrata davvero speciale, sia per la padronanza tecnica che per la sensibilità interpretativa. Impossibile non emozionarsi nel guardarla e ascoltarla: tanto strepitosa nel primo video, mentre esegue lo Studio Op.25 n.11 in La minore del grande Chopin, quanto intensa ed emotivamente partecipe nel secondo, dove interpreta un bellissimo pezzo di Beethoven, la Sonata Op.57 n.23 in Fa minore, detta anche “Appassionata”. Su You Tube trovate con facilità dei concerti dove esegue in modo magistrale anche la musica di Rachmaninoff, se vi piace il genere vi consiglio di cercarli. L’impressione è che Anna Fedorova non si limiti a suonare con perizia dei pezzi famosi, ma che ci metta dentro anche l’anima. Per di più è dotata di una bellezza fresca, naturale e incantevole, che le conferisce un’aria da eterna ragazzina.

Il sito ufficiale dell’artista, con note biografiche e altre fotografie: http://www.annafedorova.com/Anna_Fedorova/Home.html