Menzogna e sortilegio – in lettura

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Opere, Elsa Morante, I Meridiani, vol.I, 1988

Che meraviglia! Un romanzo ricco, sontuoso, dalla prosa ampia ed elegante, ma nello stesso tempo coinvolgente, trascinante, che lascia ben impressi nella mente i tratti caratteriali e gli stati d’animo dei personaggi (in particolare quelli negativi, tratteggiati con grande maestria) e che ricorda come struttura i romanzi di stampo ottocentesco, anche per via della ripartizione in parti e capitoli, con quest’ultimi introdotti da brevi didascalie iniziali.
Pubblicato nel dopoguerra del ’48, in pieno clima neorealista, questo primo romanzo della Morante (elaborato in quattro anni) si poneva in netto contrasto con le altre opere letterarie del periodo, che vedevano l’emergere di autori come Elio Vittorini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Vasco Pratolini e altri ancora, tutti impegnati nel descrivere gli eventi drammatici, ancora vicini e sofferti, dell’esperienza partigiana, della liberazione dal nazifascismo, e quindi ad illustrare la realtà contemporanea di un Paese appena uscito dal conflitto, alle prese con problemi d’ogni genere. La Morante, invece, con “Menzogna e sortilegio” sembrava voler percorrere un cammino tutto suo, squisitamente individuale e per certi versi paradossalmente moderno, considerata appunto la totale estraneità con i modelli letterari allora in voga. Fu quindi a suo modo provocatoria, magari senza averne l’intenzione.
Leggendo qualche nota biografica, mi sembra di aver intravisto nella sua personalità un bisogno primario di libertà espressiva, una necessità di essere sempre fedele a se stessa e all’ispirazione creativa del momento, che attingeva spunti sia dalle varie letture fatte (fra le tante, quelle degli amati Cervantes, Stendhal, Dostoevskij, Kafka e Verga) che da episodi del vissuto personale. Oltre questo, l’autrice era anche indifferente ai richiami del mercato letterario, abituata a lavorare con dedizione quasi artigianale su ognuno dei suoi romanzi, ai quali dedicava anni di scrupolosa gestazione.

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Per chi suona la campana

Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.
Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.

Andavano tra l’erica del prato montano. Robert Jordan sentiva l’erica solleticargli le gambe, sentiva sulla coscia il peso della pistola nella fondina, sentiva il sole sulla testa, sentiva fredda sulla schiena la brezza delle vette nevose e nella mano sentiva la mano della ragazza, forte e ferma, le dita intrecciate alle sue. Da quella mano, da quella palma che riposava sulla propria, dalle dita insieme intrecciate e dai polsi incrociati, dalla mano di Maria, dalle sue dita, dal suo polso, gli veniva un che di fresco, come il primo soffio lieve del mattino che passando sul mare increspa appena la superficie vitrea e calma dell’acqua, lieve come una piuma che ti sfiora le labbra o come una foglia che si stacca e cade quando non soffia un alito; così lieve che egli lo sentiva solo col contatto delle loro dita, ma che si faceva così forte e veemente e urgente, così doloroso e impetuoso quando le dita si serravano e le palme e i polsi aderivano, che era come se una corrente gli percorresse il braccio riempiendogli tutto il corpo di uno svuotante, doloroso desiderio. Col sole che le brillava sui capelli color grano e sul bel viso dolce e liscio d’oro bruno e sulla curva del collo, egli le rovesciò indietro la testa e stringendola a sé la baciò. La sentì tremare mentre la baciava: se la premette tutta, forte, contro di sé e sentì attraverso le due camice cachi i seni di lei sul suo petto, sentì i piccoli seni duri, e allora le sbottonò la camicia e la baciò, e lei teneva la testa arrovesciata, stretta nelle sue braccia. (….) Ci fu poi per Maria l’odore dell’erica schiacciata e la ruvidezza degli steli piegati sotto la sua testa e il sole brillò sugli occhi chiusi. Per tutta la sua vita egli non potrà dimenticare la curva di quel collo, e la testa rovesciata tra le radici dell’erica, e le labbra che si muovono appena, e le ciglia palpitanti sugli occhi chiusi per scacciare il sole, e ogni cosa; per Maria tutto era rosso e arancione e d’oro per il sole sugli occhi chiusi, e tutto aveva il colore; tutto, il riempirsi, il possedere, il dare, tutto aveva quel colore stesso, in una cecità che era di quel colore. Per lui era una via oscura che non portava in nessun posto, e ancora in nessun posto, di nuovo in nessun posto, di nuovo ancora in nessun posto e sempre eternamente in nessun posto, coi gomiti duramente affondati nella terra, nel buio, senza fine verso nessun posto, sempre e continuamente sospeso verso l’ignoto nessun posto, ma per rinascere di nuovo e sempre in nessun posto, insopportabilmente ora, su, su, su e in nessun posto, e poi bruscamente, roventemente, tutto il “nessun posto” è svanito e il tempo assolutamente fermo e loro due lì, il tempo essendosi fermato: ed egli sentì la terra mancare sotto di sé e sprofondarsi.

Un crescendo di passione descritto in un simile modo, con quelle parole ripetute che rendono l’attimo ancora più intenso fino al culmine dell’estasi, non mi era mai capitato di leggerlo. Affermare che questo brano è meraviglioso, sarebbe dir poco. Ma questo non è un romanzo d’amore. Sì, c’è anche quello, che proprio in virtù del contesto difficile in cui si sviluppa acquista particolare risalto, ma non è un romanzo d’amore. È una vicenda di guerra, con aspetti anche crudi e brutali, che si rifà a un pezzo di Storia del secolo scorso, miscelando realtà e fantasia con consumata esperienza. Un romanzo di cinquecento pagine per descrivere una vicenda che si snoda in tre giorni. Ma in questo breve lasso di tempo l’autore è riuscito a condensare un intero conflitto, con tutto il dramma umano che ne consegue.
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I racconti di Hemingway

Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.
Tutti i racconti, Ernest Hemingway, Mondadori, 1990, 986 p.

Nell’analisi di questo libro procederò a random, anche perché le suggestioni sorte durante la lettura sono state così tante che è impossibile riuscire ad inglobarle in uno schema ordinato e preciso. Desidero anche avvertirvi che su qualche racconto potrebbero esserci delle anticipazioni, anche se in genere sto sempre attenta a non rivelare troppo.
L’edizione che ho letto è quella della collana I Meridiani di Mondadori (I edizione, ottobre 1990), che include non soltanto i quarantanove racconti della famosa raccolta, tradotti magistralmente da Vincenzo Mantovani, ma anche racconti postumi e brani incompiuti, il tutto curato da Fernanda Pivano, che apre il libro con una lunga e bella Introduzione.

Innanzitutto vorrei parlare della scrittura di Hemingway, che ha qualcosa di semplice e affascinante nello stesso tempo. La sua è una prosa scarna e asciutta, essenziale, priva di fronzoli, che si pone il più possibile vicino alla realtà immediata del personaggio. Non per nulla il motto principale di questo grande scrittore era quello di «scrivere cose semplici in modo semplice» e di «scrivere solo di cose conosciute bene», come aveva appreso dal mestiere di giornalista che aveva praticato per molti anni. Da qui nasce quel suo tipico modo di rendere cose, fatti e persone in modo oggettivo, usando frasi brevi ed evitando aggettivi inutili. «Niente grasso, niente aggettivi, niente avverbi. Solo sangue, ossa e muscoli. Guarda, è splendido. È un nuovo linguaggio», spiegava Hemingway ad un collega del Kansas City Star, per fargli capire le sue idee innovative in fatto di scrittura. E in una lettera al padre, datata marzo 1925, scriveva: «In tutti i miei racconti cerco di cogliere la sensazione della vita vera – non soltanto di descrivere la vita – o di criticarla – ma di renderla veramente viva… Sicché quando vedi qualcosa di mio che non ti piace ricordati che sono sincero nel farlo e che lavoro con uno scopo preciso». Da ciò si deduce che lo scrittore era anche convinto che quanto più si poteva imparare dall’esperienza diretta, tanto più si poteva poi immaginare una storia in modo veramente realistico. Per lui immaginazione e realtà non potevano prescindere l’una dall’altra. Come spiega Fernanda Pivano nell’Introduzione, Hemingway traduceva in scrittura le esperienze che aveva personalmente vissuto, come ad esempio la pesca alle trote nel Michigan, che gli ispirò il racconto Grande fiume dai due cuori (uno dei miei preferiti, di cui parlerò in seguito), o come l’episodio di seduzione a cui una notte assisté per caso, che lo spinse poi a scrivere il celebre e controverso Su nel Michigan, che a quei tempi fece grande scalpore.

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Il cappotto di astrakan

Il cappotto di Astrakan, Piero Chiara, Mondadori, 1978, 192 p.
Il cappotto di astrakan, Piero Chiara, Mondadori, 1978, 192 p.

Avevo ormai camminato per tutta Parigi. Guardando nelle stazioni del metrò le piante della città, mi accorsi che in un mese o poco più l’avevo percorsa in ogni senso. Vedevo, nelle planimetrie, l’Ile Saint-Louis al centro dell’agglomerato urbano, che è pressappoco rotondo o meglio a forma di una pagnotta, e facevo girare da quel punto un raggio per cent’ottanta gradi senza trovare strade che non avessi battuto, chiese, monumenti, palazzi storici, giardini, cimiteri che non avessi visitato. Mi chiedevo che senso avesse restarci ancora, se non facevo conoscenze e non trovavo quasi più nulla di nuovo da vedere.
Ma un giorno, avendo deciso di avvicinarmi a casa prima di sera per prendere un caffelatte coi biscotti in una latteria, passando per rue Chevalier, nei pressi di place Saint-Sulpice, fui sorpreso da una vista inaspettata. Dietro le tapparelle non completamente abbassate d’una stanza al primo piano della casa di fronte, era possibile intravedere una donna nuda. Negli spazi tra le listarelle si delineava, a tratti luminosi, la sagoma di un bel corpo, interrotta e come tagliata dalla luce ogni due o tre centimetri. Forse la donna faceva degli esercizi o si studiava a uno specchio, perché prendeva posizioni da ballerina, alzando le braccia, riunendole dietro il capo o mettendole ai fianchi. Improvvisamente la visione che mi aveva immobilizzato quasi sull’attenti, scomparve.
Restai a lungo sul marciapiede, riscaldato dallo spettacolo che si era offerto ai miei occhi e attento al portoncino nella speranza di poter riconoscere, benché rivestito, il modello femminile che mi aveva colpito. (pag. 27-28)

La scena sopradescritta sembra estrapolata da un’altra epoca e forse ci riporta alla mente l’immagine di un vecchio film. Alquanto rara o impossibile ai giorni nostri, non solo nelle storie romanzate ma anche nella realtà. Quando mai capita infatti, passeggiando in città la sera, di intravedere nella cornice di una finestra uno spettacolo simile? Qualcosa di piacevole e sensualmente intrigante, che si fa vedere solo a tratti, che stimola l’immaginazione e spinge a fantasticare… Credo sia più facile scorgere, mantenendo lo sguardo ad un’altezza media, qualche procace figura agghindata in modo più o meno succinto e ben piantata vicino a un lampione, che più che attirare lo sguardo lo rende rapido e fugace, se non indifferente. In realtà siamo così abituati alla nudità sfoggiata e sbandierata, grazie anche al contributo quotidiano delle immagini televisive e pubblicitarie, che a momenti non ci fa neppure effetto.
Che bello quindi riscoprire in un romanzo d’annata un episodio simile (la prima edizione è del 1978, come la copia che ho trovato in biblioteca), con quell’atmosfera leggermente piccante d’altri tempi, che non cade mai nell’eccesso e nella volgarità ostentata. Ed è piacevole avvertire in queste pagine anche quel tipico impaccio maschile che oggi sembra quasi scomparso, oscillante tra l’impeto audace e il timore reverenziale, così come si manifesta nel protagonista nel momento dell’effettivo incontro con l’oggetto dei suoi desideri…

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Quando la realtà supera la finzione

Soffocare, Chuck Palahniuk, Mondadori, 2013, 265 p.
Soffocare, Chuck Palahniuk, Mondadori, 2013, 265 p.

Di solito preferisco parlare dei libri che mi sono particolarmente piaciuti e che mi hanno trasmesso quel certo non so che di cui avevo bisogno, ma stavolta farò un’eccezione. In realtà sarebbe giusto dissertare più spesso anche di ciò che non ha convinto fino in fondo, ma poi la mancanza di tempo costringe a selezionare, scartare, ad operare un certo tipo di scelta, e alla fine le energie vengono quasi sempre convogliate sul tipo di lettura che maggiormente interessa. Come è naturale che sia. Prima di continuare mi preme però chiarire che le seguenti opinioni sono del tutto personali, passabili di critiche e osservazioni. Il mio è un semplice punto di vista, che può benissimo non essere condiviso da altre persone.
Per arrivare subito al sodo, dirò che questo libro l’ho abbandonato più volte per poi riprenderlo in mano altrettante, e se sono arrivata all’ultima pagina, nonostante la repulsione suscitata da certe descrizioni, è stato grazie alla testardaggine di volerne capire fino in fondo il senso. Non so se poi ci sono riuscita, a capirne bene il senso, ma qualcosa mi sembra di aver afferrato.

Innanzitutto devo dire che molte scene mi sono apparse eccessivamente grottesche, anche se hanno lo scopo di rappresentare l’alienazione e il degrado dell’uomo contemporaneo. Ci sono dei passaggi che mi hanno veramente urtata e infastidita, e non starò di certo qui ad elencarli nel dettaglio con il rischio di suscitare, a mia volta, del possibile ribrezzo in altre persone. Aggiungo solo che questa è una storia che non ti risparmia nulla sugli stati fisici dei protagonisti, per cui se il personaggio di turno sta sbavando, vomitando o pisciando (per non parlare di altro), Palahniuk la suddetta scena te la descrive ben bene in tutti i suoi particolari, senza pietà e pudori di sorta, infischiandosene allegramente dell’eventuale sguardo attonito che può apparirti in quel momento sulla faccia. Questi sono problemi tuoi, non certamente dello scrittore.

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La spartizione

La spartizione, Piero Chiara, Mondadori, 1977, 180 p.
La spartizione, Piero Chiara, Mondadori, 1977, 180 p.

Avevo bisogno di un libro che mi facesse ridere, che mi risollevasse un po’ il morale, e questo di Piero Chiara ha fatto proprio al caso mio. Come molti sapranno, le vicende dei suoi personaggi si intrecciano spesso sullo sfondo provinciale della zona di Varese o di altre località del Lago Maggiore, dove vengono riprodotti, in scala ridotta, vizi e virtù del genere umano. Il piatto piange (1962), Il pretorio di Cuvio (1973) e La stanza del vescovo (1976) sono infatti romanzi molto indicativi in tal senso. Quelle di Chiara sono storie semplici e scorrevoli che si leggono tutte d’un fiato, però sempre valorizzate da un sottile umorismo, da un’ironia che a tratti diventa anche arguta e spregiudicata nel cogliere le piccolezze dell’animo umano, senza però mai cedere alla trivialità. Romanzi quindi adatti per tutti i gusti, soprattutto per chi ha bisogno di staccare la mente da letture più pesanti e impegnative.

Il libro ci introduce subito nella vita asettica e pudica delle sorelle Tettamanzi, che “brutte ciascuna a suo modo di una bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini, avevano tacitamente soppresso l’amore, come se l’avessero seppellito in giardino per nascondere una vergogna”. Donne contro ogni tentazione, quindi, ma con cultura e intelligenza, al punto che anche il più maligno dei luinesi doveva riconoscerne le qualità intellettuali.

…e volendo per ripicco rilevarne la bruttezza, era costretto ad ammettere che Fortunata aveva una splendida capigliatura, Tarsilla un paio di gambe perfette e Camilla due mani di fata. Tre particolari che neppure riuniti insieme in una sola delle tre sorelle sarebbero bastati a fare una bella donna, ma che presi a sé erano ciascuno una piccola meraviglia.
Solo per il padre quei pregi isolati erano dei difetti, degli errori nel suo sforzo sincero per ottenere la bruttezza compiuta.

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Lettura di un’onda

Palomar libro
Palomar, Italo Calvino, Mondadori, 2002, 118 p.

La gobba dell’onda venendo avanti s’alza in un punto più che altrove ed è di lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo d’avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntando da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l’onda che arriva. Però, quando ci s’aspetta che l’onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c’è più l’onda ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d’arena bagnata che si ritira veloce, come se a respingerlo fosse l’espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.

Ogni volta che leggo questo passo mi immagino lo scrittore seduto in riva al mare mentre osserva con attenzione l’onda in arrivo, pronto ad annotare su un block-notes tutte le variazioni dinamiche e cromatiche dei flutti… Poi mi chiedo per quante ore o giorni Calvino-Palomar sarà rimasto lì seduto nella sabbia, con la penna in mano e il sole sulle spalle, per scrivere quello che ha scritto. E pensando ad altri episodi del libro, che descrivono in modo particolareggiato gli amori delle tartarughe, i fischi dei merli, l’andatura delle giraffe, le costellazioni del cielo o la pancia di un geco, mi viene di nuovo da domandarmi per quanto tempo lo scrittore sarà stato ad osservare e finanche ascoltare tutte queste meraviglie del creato in ogni loro più piccolo aspetto, prima di descriverle così accuratamente.
Se questo non è un calarsi con tutti gli organi di senso nella realtà circostante per poi riportare sulla carta ogni più piccola percezione, non so cos’altro potrebbe essere. Se questa non può essere considerata “narrativa” nel senso più alto e nobile del termine, vuol dire che non abbiamo ancora capito nulla di questa difficile arte, a cui neppure una delle nove Muse, forse per un problema di anticipazione sui tempi, ha mai riservato un particolare riguardo. Dico questo perché ogni tanto mi capita di incrociare chi storce il naso al solo sentire il nome di Calvino, e anche se sono una persona dalle vedute ultra liberaliste, sempre disposta ad ascoltare e valutare i punti di vista altrui, nel suddetto caso la diffidenza o l’ignoranza nei confronti di questo grande autore stento proprio a comprenderla. Bisogna anche dire, nel pieno rispetto dei gusti e delle esigenze di ognuno, che per alcune persone è preferibile leggere romanzi alla moda o poco impegnativi piuttosto che occupare la mente con letture che non si limitino solo a far passare il tempo ma che spingano anche a pensare, scavare, riflettere, e che alla fine lascino qualcosa dentro.

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Paolo Maurensig

Di questo scrittore friulano mi è sempre piaciuto lo stile curato ed elegante, le trame misteriose e suggestive, le storie dei personaggi che si intrecciano tra loro o si estendono in lunghi flashback. In questo articolo parlerò di due suoi romanzi che, per quanto diversi come storia e ambientazione, mi hanno particolarmente colpita: La variante di Lüneburg (pubblicato nel 1993) e Il guardiano dei sogni (2003). Senza togliere nulla a Canone inverso (1996), un altro libro ricco di fascino dove stavolta è la musica a dominare la scena e di cui posterò più avanti un’analisi approfondita.

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La variante di Luneburg

La variante di Lüneburg, Paolo Maurensig, Superpocket, 2006, 158 p.

Un ricco imprenditore tedesco muore, lasciando dietro di sé interrogativi e dettagli che nessuno è in grado di interpretare. Eppure accanto al cadavere c’è un elemento abbastanza inquietante che potrebbe essere rivelatorio: una bizzarra scacchiera fatta con pezzi di stoffa grezza e con bottoni incisi che fungono da pedine. Omicidio o suicidio? E per quali motivi? Nulla aiuta a capire se l’uomo sia stato assassinato o si sia tolto la vita, però è strano che una persona facoltosa che possiede una raccolta di scacchiere di gran pregio ne abbia usata una così misera per giocare la sua ultima partita. In realtà si tratta dell’epilogo di una vicenda cominciata oltre cinquant’anni prima, che fa leva su un’incessante e agguerrita rivalità tra due giocatori di scacchi, due personaggi misteriosi la cui identità si posiziona al di fuori di ogni schema. La loro è stata, nel corso del tempo, una continua sfida tra il bianco e il nero, tra il bene e il male, tra la vita e la morte, con una posta in gioco che ha qualcosa di crudele e terribile.
A mio parere un romanzo ben fatto e strutturato in modo originale, anche per questo andare a ritroso nel tempo mischiando aspetti psicologici, episodi storici e situazioni velate da una patina di mistero, il tutto incentrato su quell’affascinante campo di battaglia che è il gioco degli scacchi. Gioco che incarnandosi nella realtà storica romanzata diventa un valido pretesto per tratteggiare le ossessioni umane, per mettere a nudo le pulsioni psicologiche dei personaggi, in particolare quelle più folli e deleterie. Senza addentrarmi oltre nei particolari, aggiungo solo che questo romanzo, oltre ad essere la storia di una eterna competizione che non conosce limiti e che si può risolvere solo in modo drammatico, è anche la Storia di un’epoca che non si può dimenticare, quella della persecuzione del popolo ebreo ad opera del nazismo. E a tal proposito è interessante l’approccio alla tematica della Shoah attraverso il gioco degli scacchi, passione condivisa dai personaggi del romanzo e fil rouge dell’intera vicenda. Una scelta tematica che non poteva essere più indovinata, visto che perfino il grande Kasparov arrivò al punto di affermare, senza tanti mezzi termini, che questo sport è il più violento che esista al mondo. In effetti il gioco degli scacchi è sempre stato concepito come una lotta intellettuale dove si tratta di schiacciare l’avversario, e dove ciò che conta non è solo la strategia ma anche la freddezza emotiva, perché per vincere, come ha detto Nigel Short, uno dei più forti giocatori britannici odierni, bisogna essere anche “pronti ad uccidere”. La scacchiera, insomma, come metafora del gioco con la morte. E all’evidente passione per gli scacchi è ispirato anche il racconto L’ultima traversa di Maurensig, così come il più recente L’arcangelo degli scacchi, uscito nel 2013, incentrato sulla vita del geniale Paul Morphy.

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