Verderame

Verderame, Michele Mari, Einaudi, 2007, 164 p.
Verderame, Michele Mari, Einaudi, 2007, 164 p.

Circa un anno fa ho scoperto questo autore e ne sono rimasta folgorata. Ammetto che devo approfondirlo, ma già con questo romanzo dalla trama così inusuale e dallo stile grammaticalmente perfetto è riuscito a includermi, almeno in parte, nella schiera dei suoi fan. Salvo magari cambiare idea quando leggerò qualcos’altro di suo, perché mi è già capitato con altri scrittori di passare dall’infatuazione più esaltante alla delusione più totale, quindi nell’attesa di un’altra occasione è meglio che mi astenga dalla tentazione di sfoderare eccessivi entusiasmi.
In ogni caso, devo comunque ammettere che sono rimasta da subito affascinata dal lessico curato e ricercato, dalla sintassi e punteggiatura pressoché perfette, che oltretutto non penalizzano il coinvolgimento emotivo del lettore; così come sono rimasta colpita dalla duplicità linguistica dell’opera, che alterna con sapienza e naturalezza l’italiano forbito al dialetto varesotto, riuscendo a farsi capire e piacere.

Quella di Michele Mari è una prosa raffinata e avvolgente, quasi d’altri tempi, che lascia intravedere qualche venatura in stile gaddiano e landolfiano, così come suggestioni tratte dalle opere di Poe e Stevenson; letture, queste, che del resto hanno sempre accompagnato l’autore nel corso degli anni, come ha detto più volte nelle interviste, e che quindi fanno parte del suo bagaglio culturale. Il mistero e il tema del doppio, infatti, costellano tutta la vicenda di questo strano romanzo, rendendone ogni prospettiva più incerta, ogni tappa raggiunta mai veramente definitiva, fino ad una conclusione sconcertante.
Sono rimasta ammaliata anche dal gioco combinatorio di citazioni, rimandi letterari e invenzioni concettuali, così come dalle tematiche tirate in causa: il passato personale e storico, il tempo e la memoria, il problema della doppia identità. Non di meno mi è piaciuta l’atmosfera in parte rurale e in parte gotica, che si arricchisce via via di risvolti misteriosi e inquietanti. Una combinazione di elementi quasi perfetta, dove solo la parte conclusiva lascia un po’ a desiderare. Ma sul finale posso anche sorvolare, visto che non andrebbe in ogni caso svelato. E comunque, a conti fatti, la sua ambiguità più che rovinare la suggestività della trama forse anzi la esalta.

Continua →

Racconti del terrore

Racconti del terrore, Edgar Allan Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.
Racconti del terrore, E.A.Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.

Non aspettatevi vicende che facciano sobbalzare sulla sedia o che tengano col fiato in sospeso, perché l’orrore raffigurato da questo geniale scrittore è di tipo insinuante, sottile, collegato quasi sempre a stati d’animo interiori che non a pericoli veramente oggettivi. Nei racconti di Poe non ci sono mostri orripilanti o vampiri sanguinolenti che calcano le scene, ma tutto nasce da qualcosa che si sviluppa dentro, a livello inconscio, per poi esplodere fuori con tutta la sua violenza. I sepolti vivi, le riapparizioni dall’oltretomba, il tema del doppio e del sosia, hanno infatti la funzione di mettere in luce una natura psichica già malata e tormentata, che a sua volta acquista i caratteri dell’incubo.

Le ambientazioni si ispirano in gran parte al genere gotico, visto che ci presentano edifici isolati e fatiscenti, spazi oscuri e angusti come tombe, segrete di castelli e sotterranei, il tutto amplificato da sensazioni e visioni che si collegano spesso al soprannaturale. Ricorrente l’intreccio tra bellezza-malattia- morte, in particolare nei racconti incentrati sulle varie figure femminili (Berenice, Morella, Lìgeia), dove ogni volta il narratore affronta la scomparsa dell’amata con stato d’animo morboso, nevrotico, ossessivo. Quelle di Poe sono donne che da vive hanno una presenza quasi astratta, incorporea, che si limita a incarnare una qualità intellettuale o spirituale, mentre da morte acquistano un’influenza più forte e incisiva, spesso assumendo un’altra forma. Come ad esempio accade nella storia di Lìgeia, che dopo la malattia e il decesso si reincarna nel corpo di Rowena, la nuova moglie del marito, risucchiandone la vita e assumendone quasi l’aspetto. Appare strana questa visione della donna amata che ogni volta si ammala, deperisce, muore e poi in qualche modo ricompare; una coazione a ripetere che forse sottende una visione dell’amore come unica via d’accesso alla morte o come superamento dei confini stessi della morte… Non mi interessa indagare sulla vita privata dello scrittore, né mi arrogo il diritto di psicoanalizzarlo, ma qualche problema con il “femminile” deve averlo sicuramente patito.

Continua →