La quinta candela

Tel Aviv, Israele. Siamo nella settimana di Hanukkah, la festa delle luci che cade tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, quando ogni sera, nelle case e famiglie ebree, si accendono i lumi di un candelabro a nove bracci per rinnovare la volontà di sopravvivere del popolo ebraico e celebrare il dominio della luce sull’oscurità.
Amotz Yaari, dopo una giornata gravida di impegni lavorativi, si appresta a passare la notte con Nadi e Neta, i piccoli nipoti di due e cinque anni, in modo da concedere alla nuora, la bella e irrequieta Efrat, una serata libera da passare con gli amici. Suo figlio Moran, sposato con Efrat da qualche anno, è partito come riservista nei territori occupati, mentre sua moglie Daniela, più avvezza a fare da baby-sitter ai nipotini, è volata in Africa per alcuni giorni… Quello che nonno Yaari ancora non sospetta è che da lì a poco, appena la bella nuora sarà scomparsa oltre la soglia, risucchiata come una falena nella notte israeliana, lui si troverà costretto ad affrontare una serie di piccole burrasche, con tanto di venti forti e mare mosso…
Non serve aggiungere altro, se non lasciarvi in compagnia di queste deliziose e movimentate pagine, estratte da un capitolo di “Fuoco amico”, nelle quali molti di voi, ne sono certa, avranno la possibilità di riconoscersi almeno in parte, nonni o genitori non fa poi tanta differenza. Chi ha avuto a che fare almeno una volta nella vita con i capricci dei bambini piccoli sa bene di cosa parlo, e probabilmente si troverà a sorridere o a rabbrividire, a seconda dei casi, di fronte all’episodio che fra poco lo travolgerà…

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Uccellino del paradiso

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Questo è il mio primo incontro (e non sarà l’ultimo) con Joyce Carol Oates, scrittrice newyorkese dalla penna prolifica e infaticabile, attiva fin dagli anni ’70 e capace di spaziare con grande padronanza in diversi generi e forme letterarie. Ha pubblicato romanzi, racconti, poesie, saggi critici e lavori teatrali, cercando sempre di coniugare la qualità con la quantità. Nel tempo le sono stati tributati numerosi premi e riconoscimenti ed è stata candidata più volte al premio Pulitzer e al Nobel. Ha inoltre lavorato per trent’anni all’università di Princeton, dove teneva seminari di scrittura creativa.

Che dire? Ammetto di esserne rimasta sedotta, in particolare per lo stile molto coinvolgente che, nonostante la prolissità e ripetitività di talune descrizioni (un centinaio di pagine in meno avrebbe sicuramente giovato al romanzo), ha il potere di mantenere sempre viva l’attenzione. Ci sono stati dei momenti, infatti, in cui mi sembrava di essere dentro la mente di Krista Diehl (grazie anche al narrato in prima persona, che favorisce l’immedesimazione da parte del lettore), un’adolescente timida e silenziosa alle prese con “il guaio”, come lo definisce lei stessa, che ha sconvolto la sua famiglia. Una bambina in crescita costretta ad affrontare una portata di eventi che piegherebbe anche l’adulto più scafato. Da una parte un padre amatissimo, grande lavoratore ma anche alcolista e fedifrago, che sarà appunto al centro di un misterioso delitto nella veste di sospettato, evento che darà il colpo di grazia a un ménage coniugale già zoppicante da tempo; dall’altra una madre dura e fredda, lesa nell’orgoglio dal comportamento del marito e per tale motivo ancora più acida, palesemente incapace di dare ai figli (Krista e Ben) il necessario supporto emotivo/morale. E sullo sfondo l’ombra dell’orrendo crimine, rievocato più volte nei ricordi dei vari personaggi, che ha visto come vittima Zoe Kruller, una seducente cantante di bluegrass che di giorno lavorava in una cremeria e di notte si esibiva in un locale della zona. La bella Zoe dalla carnagione lattea, dai capelli biondo fragola e dal sorriso contagioso (dettagli ripetuti fino allo sfinimento nel libro), che quando cantava Little Bird of Heaven (il brano country che dà titolo al romanzo) muovendosi sul palco con i tacchi alti, inguainata in un abito rosso e luccicante, mandava il pubblico in visibilio. La bella Zoe che sorrideva e ammiccava a tutti, mettendo in mostra la scollatura ogni volta che si inchinava, e che guarda caso intratteneva una relazione proprio con Eddy Diehl, il padre della timida e silenziosa adolescente. Un uomo in realtà debole, non sempre capace di controllare le proprie pulsioni, che per il fatto di avere inizialmente mentito alla polizia risulta ora il maggiore indiziato. L’altro sospettato è Delray Kruller, ex marito della vittima e padre di un adolescente irrequieto, Aaron, di cui l’autrice seguirà le vicende parallelamente a quelle di Krista, attraverso due percorsi alternati che tenderanno a incrociarsi più volte…

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Il vecchio e il mare

È stato un bel viaggio, quello al fianco di Santiago. Anche disagevole, a dire il vero, come disagevole e altalenante (oltre che ricca di fascino) è la vita stessa, con tutto quel succedersi di alti e bassi, di conquiste e perdite, di esaltazioni e abbattimenti. Senza i quali non si riuscirebbe ad apprezzare fino in fondo il sapore della riuscita, nel momento in cui diventa finalmente una certezza. Senza i quali sarebbe forse anche impossibile accettare la sconfitta come occasione per riflettere, per guardarsi meglio dentro, facendo così dell’umiltà una virtù.

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Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway, Mondadori, 2014, 125 p.

La trama di questo breve romanzo (o lungo racconto) è talmente nota che penso di non far torto a nessuno nel riportarla a grandi linee; in caso contrario, evitate di proseguire la lettura. Al centro della vicenda c’è quindi Santiago, un vecchio pescatore cubano la cui misera vita è rischiarata solo dall’affetto di un ragazzino, Monolito, a cui insegna i rudimenti della pesca. Sono però tre mesi che il vecchio rientra dai suoi viaggi per mare a mani vuote, come se fosse perseguitato dalla scalogna (considerato salao – ossia spacciato, finito – anche dalla gente del posto, che lo guarda con compatimento), per cui una mattina decide di riprendere il largo, questa volta senza il ragazzo, per sfidare di nuovo la sorte. All’inizio questa sembra sostenerlo, visto che abbocca all’amo un magnifico marlin di oltre cinque metri, il pesce più grosso che gli sia mai capitato di incontrare in tanti anni, e visto anche che riesce dopo lunghi e spossanti tentativi ad ucciderlo e legarlo alla sponda della barca. Ma nel momento in cui naviga sulla rotta del ritorno ecco rimpiombare la sfortuna sotto forma di ripetuti attacchi da parte di un branco di pescecani, che in breve tempo spolpano il grosso pesce lasciandone solo la carcassa, malgrado tutti gli sforzi del vecchio per colpirli e respingerli nel tentativo di difendere la sua conquista.

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Il treno era in orario

Ci sono situazioni della vita che costringono a pensare alla morte, a guardarla proprio in faccia, al di fuori o dentro di sé. La guerra, purtroppo, è una di queste. Andreas è un soldato dell’esercito hitleriano che alla fine di una breve licenza deve lasciare di nuovo la Germania per tornare a combattere sul fronte orientale. Mentre si trova alla stazione, nell’attesa della tradotta militare, avverte il brusco presagio di un non ritorno, che poi lievita a dismisura nel corso del tragitto…

Presto, pensò, e sentiva che impallidiva. Intanto faceva i soliti gesti, quasi senza saperlo. Accese un fiammifero, illuminò quei mucchi di soldati distesi, accovacciati, dormenti, che giacevano sopra, sotto e contro i loro bagagli.
(….)
Presto, pensò. Lo sferragliare del treno, tutto come sempre. L’odore. Il desiderio di fumare. Di fumare ad ogni costo. Ma non addormentarsi! Al di là dei finestrini fuggivano le oscure sagome dalla città. Da qualche parte, lontano, la luce dei riflettori frugava il cielo, erano come lunghe dita cadaveriche che laceravano il manto azzurro della notte…in lontananza si sentivano anche gli spari dell’antiaerea… e quelle case mute, buie, senza luce. Quando verrà quel “presto”? Il sangue gli sgorgò dal cuore, gli rifluì al cuore, circolava, circolava, la vita circolava, e quel battito del polso ormai non diceva altro che: Presto!
(….)
Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è la morte…

Ma “presto” è anche una parola martellante, ripetitiva come un mantra, che non concede tregua al di là dell’apparente vaghezza. Pronunciata all’inizio con indifferenza, «acquista a un tratto come un senso cabalistico. Si fa pesante e stranamente veloce, precorre chi l’ha pronunciata, decisa a squarciare un vano, chissà dove, nelle regioni incerte del futuro, poi torna al punto di partenza con la terrificante sicurezza di un boomerang». Impossibile liberarsene, dal momento che rappresenta l’appuntamento con un limite che si percepisce ultimo, conclusivo, un limite che cancella in un solo colpo qualsiasi speranza sul futuro. E anche se Andreas cerca di immaginarsele, alcune cose, come ad esempio il ritorno della pace, la ripresa degli studi o la possibilità di riascoltare una musica tanto amata, sa bene che in realtà non ci sarà più nulla, che questi «sono solo sogni, pensieri evanescenti senza peso, senza sangue, senza alcuna sostanza umana». Perché il futuro per lui non ha più volto, a un certo punto è proprio mozzo, e più ci pensa più si rende conto di quanto è ormai vicino a quel “presto”. Non è chiaro se tale sensazione nasca da una percezione extrasensoriale o da una semplice ossessione, ma comunque c’è, prende forma e si replica nella sua mente fino a tradursi in un luogo ben preciso: tra Leopoli e Černovcy, nella zona della Galizia orientale. È lì, proprio in quel tratto di percorso, anche se non sa in che modo e in quale circostanza, che Andreas avverte lo stop, il fine corsa della sua ancora giovane esistenza…

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Heinrich Böll – Presso il ponte

Oggi vi propongo una Kurzgeschichte (racconto breve) che mi ha letteralmente incantata: non ho parole per descriverne la delicata bellezza, per elogiarne la forza espressiva. Scritta da Heinrich Böll nell’immediato dopoguerra, fa parte della raccolta “Viandante, se giungi a Spa…”, rappresentativa della cosiddetta Trümmerliteratur (letteratura delle macerie, 1945-50), di cui sono stati esponenti altri scrittori dell’epoca, quali ad esempio Borchert e Schnurre. Lo scopo era quello di presentare temi e problemi della Germania postbellica attraverso dei testi concisi e realistici (sullo stile delle short-story americane), in modo da mantenere vivo il ricordo della guerra e delle sue devastanti conseguenze. Si tratta quindi di frammenti di vita dal finale spesso aperto, di istantanee che ritraggono le esperienze dei sopravvissuti, della gente senza più casa e dei reduci mutilati, e di tutti coloro che dovevano fare i conti con la realtà delle città distrutte e con la prospettiva di una faticosa ripresa. In altre parole, è la rappresentazione “della guerra vissuta come trauma” attraverso delle vicende individuali che si muovono su uno sfondo segnato da case diroccate, da periferie ingombre di rottami e sporcizia, da ponti e ferrovie in condizioni precarie. Desolazione, fame e povertà sono gli elementi che predominano su tutto, tradotti in parole così come apparivano in quei tragici anni allo sguardo umano.

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La riscossa della poesia (?)

Ultimamente mi capita spesso, quando leggo le statistiche delle visite, di riscontrare una forte affluenza sugli articoli a contenuto poetico. Il post che dall’inizio dell’anno ha registrato finora il più alto numero di letture, surclassando di gran lunga tutti gli altri, è quello dedicato al poeta madrileno Pedro Salinas. Ogni giorno, sottolineo ogni giorno, arrivano ulteriori visite a questo articolo. Dev’essere scoppiata, negli ultimi mesi, una specie di pedro-salinas-mania. Segue subito dietro, sempre per numero di visualizzazioni, il post dedicato ai racconti di Hemingway, che già l’anno scorso aveva registrato delle entrate molto alte e che farebbe perciò pensare a un interesse generale, mai sopito se non rinverdito, per la grande narrativa americana. Probabilmente anche da parte dei lettori più giovani.

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Dedicate alla montagna

Antonia Pozzi non fu solo poetessa, ma anche alpinista. La montagna era per lei un’ascesa tanto reale quanto metaforica, come testimoniano le intense e vibranti liriche – a tratti quasi mistiche, senza avere l’intenzione di esserlo – dedicate alla Valsassina e alle alpi lecchesi, in particolare alla zona di Pasturo, che considerava luogo d’elezione per l’anima. Del resto in questi posti ci aveva trascorso fin dall’infanzia i periodi estivi con la famiglia, abbandonandosi a corse nei prati e perlustrazioni di sentieri che, tra boschi di aceri e abeti, la conducevano fino alle pendici della Grigna, dove si inerpicava alla scoperta di anfratti e rocce, alla ricerca di piante e fiori, di profumi e rumori (il vento, il tonfo dei sassi nei ruscelli, i versi degli animali), fino a provare uno stordimento che sfociava in puro pensiero, in libera fantasia, e che più avanti nel tempo sarebbe diventato parola interiorizzata e meditata, verso poetico.

Già a diciassette anni Antonia aveva dedicato alle vette una splendida poesia (qui la pagina dove poterla leggere), dopo una scalata sulle Dolomiti di Brenta con Oliviero Gaspari, nota guida alpina dell’epoca (si parla dell’agosto 1929). Ecco come descrive in una lettera, all’amatissima nonna “Nena” (Maria Gramignola, nipote dello scrittore Tommaso Grossi), questa sua esaltante esperienza, che verrà poi traslata nella poesia sopra linkata:

«[…] ho fatto la mia prima ascensione di roccia […] E, credi, la montagna è una palestra insuperabile per l’anima e per il corpo. Nel salire non si è che carne pieghevole e istinto felino aggrappati alla rupe pungente: a palmo a palmo, con l’arcuata tensione delle dita, con la piatta aderenza delle membra, si guadagna la roccia. E poi, in vetta, quando ti vedi intorno un anfiteatro di guglie e di ghiaccio, o, da una cengia esilissima, guardi, sotto lo strapiombo, affogata nella fluidità vertiginosa, la falda verde da cui balza il getto estatico di massi che hai conquistato, allora un’ebbrezza folle t’invade e l’adorazione selvaggia della tua fragilezza ardente che vince la materia. Eppure, là in alto, anche la materia, la colossale materia che ci attornia, non sembra inerte ed ostile, ma viva ed amica: e le guglie pallide non sembrano monti, ma anime di monti, irrigidite in volontà d’ascesa» (dal libro Ti scrivo dal mio vecchio tavolo, Lettere 1919-1938, edizioni Ancora, 2014).

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Questi sono i nomi

Questi sono i nomi, Tommy Wieringa, Iperborea, 320 p

Il romanzo si alterna su due piani paralleli che alla fine convergono. Da una parte assistiamo all’odissea di un gruppo di profughi che si trascinano nelle lande desertiche della steppa, vittime di trafficanti che li hanno scaricati da un camion e abbandonati con l’inganno nella desolazione più totale. Il loro obiettivo era quello di oltrepassare la frontiera per dirigersi verso ovest, in modo da lasciarsi alle spalle le brutture di un passato degradante. In realtà si trovano a vagare in un punto non ben definito del territorio asiatico, alle prese con il vento, la sabbia, il freddo, e ben presto con la fame, la sete, la paura. Nessuna città a cui approdare, nessun segno di vita umana oltre la loro. Se di vita si può ancora parlare, in questo caso, dal momento che hanno corpi così smunti che è difficile immaginare che aspetto avrebbero con un po’ di carne intorno alle ossa. Con le scarpe a pezzi e gli abiti laceri, questi uomini-fantasma vanno incontro all’ignoto con uno sguardo già perso nel nulla, un nulla che si riconferma ad ogni passo che fanno.

Non sapevano più esattamente perché ogni mattina ricominciassero a muoversi; seguivano il sole in modo meccanico, come i girasoli. Come respiravano, così camminavano.
Bastava proseguire verso ovest, aveva detto l’uomo.
Ma era stato molto tempo prima.
(……)
I piedi si trascinavano nella sabbia, attraverso uno spazio sconfinato. Il paesaggio davanti a loro era identico a quello che si lasciavano alle spalle, quello di destra non differiva in niente da quello di sinistra. Gli unici punti di riferimento nella steppa erano il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi. Le impronte si cancellavano in fretta. Erano passanti, non lasciavano tracce né ricordi.

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