Pedro Salinas, il poeta dell’amore

La voce a te dovuta, Pedro Salinas, Einaudi, 1979, p.234
La voce a te dovuta, Pedro Salinas, Einaudi, 1979, p.234

Chi mi conosce sa quanto io apprezzi una poetica intelligente, fatta di riflessione e scavo interiore. Meglio ancora se impostata in modo originale o venata di sottile ironia. Per questo e altro le poesie di carattere puramente sentimentale mi hanno sempre attratta poco e altrettanto poco convinta, a parte qualche rara eccezione (vedi ad esempio Cesare Pavese, di cui mi piace tutto o quasi). Oltretutto mi sorge il dubbio che non sia per niente facile scriverle, le poesie d’amore, perché il rischio di scadere nella banalità, nel ridicolo o nell’affettazione è sempre dietro l’angolo. Forse è più facile verseggiare sui colori della natura, sulla vita e la morte, sulle crisi interiori e le solitudini sofferte, che non sulla persona amata e desiderata. Capita infatti di rado di leggere dei versi d’amore, classici o moderni, che siano veramente in grado di esprimere qualcosa di significativo e vibrante, mentre al contrario è più facile imbattersi in composizioni che, al di là di una loro apparente gradevolezza, sono in realtà incapaci di destare un vero coinvolgimento.

Non è questo il caso di Pedro Salinas (1891 –1951), professore universitario, poeta e critico letterario nella Spagna degli anni ‘30, poi esule negli Stati Uniti durante gli anni della guerra civile. Salinas aveva fatto parte della famosa “generazione del 1927”, una vera e propria avanguardia letteraria con un programma di progetto e di scrittura, fondata da un gruppo di poeti spagnoli vincolati anche da amicizia personale, tra i quali Jorge Guillén, Rafael Alberti, Federico García Lorca, Gerardo Diego, solo per citarne alcuni. Diciamo subito che Salinas è riuscito a distinguersi fra tutti per la capacità di trasporre i sentimenti in versi in un modo veramente unico e originale, oltre che incredibilmente intenso, al punto che la sua opera è considerata ancora oggi tra le migliori della poesia amorosa del Novecento. Le scelte espressive del poeta si muovono all’interno di schemi convenzionali operando delle lievi e sottili trasformazioni, e in questo modo riescono a sviluppare un discorso nuovo e personale senza entrare in rottura con la tradizione. Anche le eventuali suggestioni ereditate dalla generazione precedente – Unamuno, Machado e in particolare Juan Ramón Jiménez – si rivelano più delle assonanze che non dei veri e propri echi.
La voce a te dovuta, pubblicata nel 1933 e considerata dalla critica odierna come la raccolta della maturità, è composta da settanta poesie dedicate alla stessa donna, una sorta di canzoniere amoroso che trasuda passione e sensualità da ogni verso. Sono componimenti autonomi e senza titolo, non legati tra loro da una successione temporale, che però concorrono a formare un discorso unitario, tutto incentrato sulla ricerca di una forma d’amore che possa trascendere i limiti imposti dal tempo e dalla realtà contingente. Volendo si potrebbe anche intendere come un poema della memoria, dove i versi viaggiano sul filo di ricordi, emozioni e sensazioni attraverso dei monologhi o lunghi dialoghi con la figura dell’amata. É una poetica che indaga i diversi momenti e stati d’animo dell’amore, con domande e risposte che vanno alla continua ricerca di un senso. La donna appare concretamente desiderata e amata, oggettiva in se stessa, ma a volte anche sfuggente, impenetrabile per alcuni aspetti.

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La gioia di scrivere – 2a parte

Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta
Wisława Szymborska (Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta)

Nel precedente post ho parlato dello stile piacevolmente ironico di Szymborska, e di quanto spesso il suo messaggio risulti comprensibile, accessibile un po’ a tutti, pur non essendo affatto scontato. Un’altra particolarità della sua poetica, che proprio per questo la rende unica e riconoscibile, è l’attenzione quasi sempre rivolta alla quotidianità del mondo reale, con osservazioni che decollano da un’inezia, da un dettaglio anche banale, per poi allargarsi in volo ad una visuale di più ampio significato. Non a caso l’autrice era stata definita una miniaturista dai critici letterari, proprio per questa sua tendenza a “comprimere” nei versi gli aspetti più pregnanti della condizione esistenziale umana, con un uso spesso felice e talora sorprendente delle metafore adottate.
Solo lei poteva, ad esempio, dedicare dei versi a una cipolla, intesa come ideale di perfezione da contrapporre all’essere umano, il quale ha sì il dono di una preziosa e irrepetibile singolarità, ma purtroppo è anche impastato di continue contraddizioni, di conflitti e zone d’ombra, tutti difetti che l’ortaggio sembra invece non conoscere (La cipolla, p.389):

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La gioia di scrivere – 1a parte

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La gioia di scrivere, Wislawa Szymborska, Adelphi, 2009, 828 p.

La poesia, in particolare quella contemporanea, è ancora oggi relegata a un ruolo marginale – vale a dire cercata, letta e amata da non molti cultori – forse perché a volte si presenta in forma ermetica e ambigua, talora anche male impostata nella forma, agendo così da repellente verso dei possibili fruitori. Però ci sono dei casi in cui la poesia parla, parla un po’ a tutti, grazie all’immediatezza delle procedure rappresentative di cui si serve, e quando la poesia riesce a parlare sono in molti quelli che hanno ancora voglia di ascoltare.
Nel caso di Wisława Szymborska accade appunto questo miracolo, perché i suoi pensieri, per quanto interessati a cercare il senso profondo di ogni condizione umana (senza peraltro la pretesa di riuscirci), si presentano con un linguaggio di facile accesso che permette ai lettori di immedesimarsi o rispecchiarsi nelle varie questioni esposte.
A differenza dei poeti sibillini e al contrario di quelli autoreferenziali, Szymborska ha infatti la capacità di accostarsi al lettore con naturalezza, per condividere con lui gioie e dolori, interrogativi e fragilità, dubbi e speranze, come se stesse quasi parlando a un amico. Lei stessa, del resto, aveva fatto capire più volte quanto ci tenesse al fatto che i lettori percepissero le sue poesie come “fossero loro”, scritte per loro. Una predisposizione d’animo, questa, che sicuramente ha contribuito al grande successo della sua opera poetica, che negli ultimi anni ha raggiunto livelli da record anche nel nostro paese.
Detto questo, devo aggiungere che non è stato facile destreggiarsi nel mare magnum di questa prolifica autrice polacca, perché il dover scegliere un numero limitato di poesie ha implicato la necessità di escluderne altre ugualmente valide, ma ho comunque cercato di fare del mio meglio per allestirne un quadro il più ampio possibile. La lunghezza dell’articolo è stata pertanto inevitabile, ma si giustifica anche col fatto che Wisława Szymborska, nata a Cracovia nel 1923 e scomparsa nel 2012, si meritava un omaggio in piena regola, con tutte le attenzioni e gli onori del caso. A causa della vasta panoramica è stato anche necessario suddividere l’articolo in due parti, in modo da non sobbarcare i lettori a troppe suggestioni tutte in una volta.

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Furore

Furore, John Steinbeck, Bompiani, 2015, p.638
Furore, John Steinbeck, Bompiani, 2015, p.638

Questo romanzo è un capolavoro, ma non sono di certo la prima a dichiararlo. Fin dalla sua uscita in America, nel lontano 1939, riscosse un successo straordinario, con mezzo milione di copie vendute. Se ne discuteva e dibatteva ovunque, alla radio, nei giornali, nelle scuole, e alcuni lo contestarono come propaganda comunista poiché portava alla luce lo sfruttamento perpetrato dai grossi latifondisti californiani sui migranti provenienti dal Midwest. Ma il fatto che il romanzo denunciasse questa cosa non ne impedì comunque la diffusione e il clamoroso successo. Quando invece arrivò qui da noi in Italia, negli anni ’40, proprio nel periodo in cui Mussolini entrava in guerra a fianco della Germania nazista, subì dei tagli impietosi da parte della censura. Ora possiamo finalmente leggere il romanzo nella sua versione integrale, senza aggiustamenti e rimaneggiamenti, grazie a questa nuova traduzione dei Tascabili Bompiani che ce lo presenta in tutta la sua potenza espressiva. Doveroso aggiungere che nel corso del tempo il libro vinse il National Book Award e il Pulitzer Prize, e che nel 1962 gli fu dedicata una menzione speciale in occasione del Premio Nobel al suo autore. Nel 1940 John Ford ne ricavava pure un film, considerato ancora oggi il più intenso dei suoi capolavori.

Un libro che quindi all’epoca scottava, che risultava urtante per le classi dominanti, quelle monopolistiche e abbienti, visto che metteva in campo i disagi e le miserie dei lavoratori, dei migranti che lavoravano come braccianti nei frutteti, nei campi di cotone. Anche perché faceva intendere il rischio (e la necessità) di una rivolta da parte degli stessi, o perlomeno il diritto di organizzarsi in sindacati in modo da non essere continuamente calpestati. Un vero e proprio romanzo di denuncia sociale, che aveva preso spunto da diversi articoli che Steinbeck stesso aveva pubblicato nel 1936, dopo essersi documentato a lungo sulle condizioni di vita della gente che, stremata dalla fame e attratta da allettanti offerte di lavoro (che poi non si rivelavano tali), abbandonava la terra d’origine per raggiungere la California.
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Il senso di una fine

Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012, 160 pp.
Il senso di una fine, Julian Barnes, Einaudi, 2012

Arrivo forse ultima a dire la mia opinione su un successo editoriale che negli ultimi tempi ha riscosso tanti elogi ma anche giudizi contrastanti da ogni angolo del web. Il fatto è che quando di un libro se ne parla troppo vengo di solito colta da una sorta di allergia, per cui devo attendere che le acque si siano calmate prima di trovare la voglia di leggerlo. Non ci posso fare niente, è più forte di me: l’eccesso di esultanza o denigrazione, peggio ancora se accompagnato da un battage pubblicitario che ne cavalca l’onda, mi porta purtroppo a diffidare dell’effettiva qualità dell’opera, soprattutto se è di un autore che si è affermato negli ultimi anni, per cui ne rimando nel tempo l’assaggio per poi magari accorgermi che ho fatto male.
A Barnes mi avvicinai per la prima volta alcuni mesi fa, quasi in punta di piedi, prelevando dagli scaffali delle biblioteca una delle sue opere meno famose e acclamate (Livelli di vita), forse per non tradire quella riluttanza che ho appena descritto, e mai scelta fu comunque più felice visto che il libro in questione mi conquistò parecchio per i contenuti emotivi e l’originalità della trama. Purtroppo non posso dire la stessa cosa di questo secondo romanzo, visto che il coinvolgimento non è stato altrettanto forte. Intendiamoci, anche “Il senso di una fine” è un’opera scritta bene, anzi, scritta divinamente, ma purtroppo non è scattato quel quid che di solito mi rapisce in modo intenso e viscerale durante la lettura, e credo che questo dipenda dal fatto che ho amato troppo l’altro libro, il primo che ho letto, e che quindi mi aspettavo qualcosa che fosse alla stessa altezza se non addirittura di più. Se avessi letto per primo questo, forse l’impatto sarebbe stato un po’ diverso. In ogni caso la scrittura di Barnes è come sempre incantevole, ricca di citazioni colte e raffinate, studiata attentamente nella forma e nello stesso tempo miracolosamente scorrevole. E poi questo romanzo – ritengo sia giusto dirlo, anche se non sempre fa la differenza – ha vinto nel 2011 il Man Booker Prize, uno dei più importanti premi letterari inglesi.

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Due piccole grandi storie

Il ballo, Irène Némirovsky, Adelphi, 2005, pp. 83
Il ballo, Irène Némirovsky, Adelphi, 2005, pp. 83

La signora Kampf entrò nello studio chiudendosi la porta alle spalle così bruscamente che tutte le gocce di cristallo del lampadario, mosse dalla corrente d’aria, tintinnarono d’un suono puro e leggero di sonagli. Ma Antoniette aveva continuato a leggere, china sullo scrittoio tanto da sfiorare la pagina con i capelli. La madre la osservò un istante senza parlare, poi le si piantò davanti a braccia conserte.

Così inizia Il ballo di Irène Némirovsky, con parole che evidenziano al massimo l’essenza caratteriale delle due protagoniste, madre e figlia, che già da queste prime battute appaiono in netta contrapposizione tra loro: quanto burbera e dispotica appare la prima, tanto mite e distaccata sembra l’altra. La scrittrice ci piazza fin da subito davanti agli occhi l’irritante signora Kampf, un’arrogante e volgare parvenu che si autoesalta all’idea di organizzare un sontuoso ricevimento in casa, in modo da sentirsi all’altezza della brillante società parigina. La figlia quattordicenne Antoinette, alle prese con le pulsioni tipiche dell’età, vorrebbe partecipare all’evento per fare il suo debutto in società, e già sogna di ballare al braccio di qualche affascinante giovane galantuomo. Il suo desiderio viene però subito infranto dalla stizzosa madre che, infervorata dal desiderio di essere l’unica a primeggiare, anche per compensare delle evidenti frustrazioni sociali, le impone un divieto assoluto di accedere alla festa nel giorno prestabilito. Ad Antoniette non resta quindi che piangere, quando è da sola nella sua camera, sfogando rabbia e lacrime sul cuscino…

Sporchi egoisti, ipocriti, tutti, tutti… Se ne infischiavano che lei soffocasse a forza di piangere, sola, al buio, che si sentisse misera e derelitta come un cane smarrito… Nessuno le voleva bene, nessuno al mondo… Ma non vedevano dunque – ciechi, imbecilli – che lei era mille volte più intelligente, più raffinata, più profonda di tutti loro, di tutta quella gente che osava educarla, istruirla… Arricchiti volgari, ignoranti… Ah, come aveva riso di loro per tutta la sera! E loro, naturalmente, non si erano accorti di nulla… Poteva piangere o ridergli sotto gli occhi, non la degnavano di uno sguardo… Una bambina di quattordici anni, una ragazzetta, è un qualcosa di spregevole e di infimo, come un cane… Con che diritto la mandavano a dormire, la punivano, la ingiuriavano? «Ah, vorrei che morissero!». Al di là del muro sentiva l’inglese respirare quietamente nel sonno. Antoinette ricominciò a piangere, ma più piano, assaporando le lacrime che le scorrevano agli angoli della bocca e all’interno delle labbra; d’un tratto la invase uno strano piacere: per la prima volta in vita sua piangeva così, senza smorfie né sussulti, in silenzio, come una donna… In seguito avrebbe pianto, per amore, le stesse lacrime… Ascoltò a lungo i singhiozzi risuonarle nel petto come un’ondata profonda e bassa nel mare… La sua bocca bagnata di lacrime aveva un sapore salmastro… Accese la lampada e si guardò con curiosità allo specchio. Aveva le palpebre gonfie, le guance rosse e chiazzate. Come una bambina che sia stata picchiata. Era brutta, brutta… Singhiozzò di nuovo.

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I racconti di Flannery O’Connor

Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.
Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere. Però sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, delle specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole.

Così si descriveva Flannery O’Connor in una lettera a un’amica, cercando di spiegarle quanto la fede cristiana la guidasse sulla strada dell’ispirazione artistica senza per questo renderla un’esaltata, una timorata di Dio. Anzi, la scrittrice era in genere disgustata dagli individui che si autocompiacevano della loro devozione religiosa, pensando per questo di essere perfetti o migliori di altri (e non per niente nei suoi racconti li metteva duramente alle strette, gli ipocriti di questo tipo), così come non sopportava chi scriveva romanzetti edificanti con la pretesa di insegnare ai lettori delle facili scorciatoie morali. Ma con quella frase ci fa anche capire quanto sia stata per lei importante, se non fondamentale, la fede in Dio, perché senza quella non avrebbe mai potuto scrivere quello che ha scritto e nel modo in cui l’ha scritto.
Il fatto è che la credenza nei dogmi cristiani non le intralciava in alcun modo la visione artistica che aveva del mondo, ma al contrario gliene ampliava gli orizzonti. Flannery era infatti convinta che per cogliere a fondo il male, anche nei suoi angoli più oscuri, fosse necessaria una qualche luce e che questa potesse giungere solo dalla fede, che considerata in questi termini si rivelava una lente di ingrandimento sulla realtà. Anzi, era addirittura del parere che «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo non cattolico, da non poter fornire materiale». Un modo interessante e suggestivo di considerare certe cose, che probabilmente le derivava non solo dall’educazione cattolica ortodossa ma anche da svariate letture di stampo religioso, filosofico e storico-mitologico che aveva smaltito nel corso degli anni, da San Tommaso d’Aquino al gesuita Teilhard de Chardin, dal filosofo Jacques Maritain a mistici come Teresa d’Avila, dallo storico Mircea Eliade a Carl Gustav Jung. Libri che alternava volentieri con quelli dei suoi narratori preferiti, tra i quali spiccavano Henry James, Conrad, Poe, Hawthorne, oltre una bella selezione di autori russi e francesi. Tutte letture che, prese nel loro complesso, le avevano modellato una particolare visione della vita e un altrettanto particolare modo di esprimerla nella sua scrittura.
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I pavoni di Flannery

Il piumaggio del pavone impiega un paio di anni ad acquistare la foggia naturale, e per il resto della sua esistenza questo pollo si comporterà come se l’avesse disegnata da solo. Eppure, nei primi due anni di vita lo si direbbe un’accozzaglia di stracci messa assieme da una mano priva di fantasia. Durante il primo anno il petto è marroncino, il dorso maculato, il collo verde come quello della madre, la codina corta e grigia. Nel corso del secondo, il petto diventa nero, il collo color blu regale e il dorso muta lentamente in quel verde e oro che poi conserverà, ma ancora niente coda lunga. Solo al terzo anno, con la piena maturità, conquista la coda. Per il resto della sua vita – e un pavone può campare fino a trentacinque anni – non avrà niente di meglio da fare che curarsela, arricciarla, lisciarla, danzare avanti e indietro dispiegandola, sgolarsi quando gliela calpestano, e inarcarla quando attraversa una pozzanghera.
Non tutte le parti del pavone colpiscono lo sguardo, nemmeno quando è già adulto. Le piume superiori dell’ala sono striate di bianco e nero, e sembrerebbero prese in prestito da un galletto Barred Rock; quelle all’estremità dell’ala hanno il colore dell’argilla; ha le zampe lunghe e sottili di un colore ferruginoso; gli artigli lunghi; e sembra indossare quei pantaloncini tanto di moda in estate fra i playboy. Giallognoli e attillati, questi pantaloncini scendono a mo’ di prolungamento da una specie di panciotto blu brunito. Uno non si sorprenderebbe a vederci penzolare una catena d’orologio, ma non è ancora capitato a nessuno. Studiando l’aspetto del pavone con la coda chiusa, ho notato che le parti sono sproporzionate rispetto all’insieme. La verità è che quando ha la coda chiusa, solo il portamento lo salva dal ridicolo. Con la coda bella spiegata, invece, il pavone può ispirare una vasta gamma di emozioni, ma una risata devo ancora sentirla.pav6

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