Del mordersi la lingua

Provo a pubblicare un post, anche se credo che word press o il world wide web o chi per loro mi abbiano proscritta per sempre dai loro confini, visto che molti dei miei articoli non appaiono più nei motori di ricerca (Google in primis) e ancor di meno nel reader della nostra piattaforma, per cui è probabile che anche ciò che sto scrivendo in questo momento finirà risucchiato da qualche oscuro buco nero, o al limite viaggerà come una mina vagante nelle lande sterminate del web, dove solo a qualche malcapitato capiterà, di tanto in tanto, di sbatterci addosso. Questo è infatti lo scotto da pagare per chi non pubblica da molto tempo, ossia la perdita di visibilità. E se poi quel qualcuno – come la sottoscritta – ha perfino “osato” oscurare per mesi le pagine del blog, allora la punizione sarà doppia, con tanto di fustigazione sul palmo delle mani o sulla pianta dei piedi. Va be’, non crucciamoci più d tanto, sarà quel che sarà. Io mi accontento anche di due o al massimo tre malcapitati, basta che sappiano tener testa a questo mio fiume in piena, che ahimè non promette nulla di buono, ma dovevo pur rifarmi dopo un periodo così prolungato di silenzio.

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Lettura di un’onda

Palomar libro
Palomar, Italo Calvino, Mondadori, 2002, 118 p.

La gobba dell’onda venendo avanti s’alza in un punto più che altrove ed è di lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo d’avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntando da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l’onda che arriva. Però, quando ci s’aspetta che l’onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c’è più l’onda ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d’arena bagnata che si ritira veloce, come se a respingerlo fosse l’espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.

Ogni volta che leggo questo passo mi immagino lo scrittore seduto in riva al mare mentre osserva con attenzione l’onda in arrivo, pronto ad annotare su un block-notes tutte le variazioni dinamiche e cromatiche dei flutti… Poi mi chiedo per quante ore o giorni Calvino-Palomar sarà rimasto lì seduto nella sabbia, con la penna in mano e il sole sulle spalle, per scrivere quello che ha scritto. E pensando ad altri episodi del libro, che descrivono in modo particolareggiato gli amori delle tartarughe, i fischi dei merli, l’andatura delle giraffe, le costellazioni del cielo o la pancia di un geco, mi viene di nuovo da domandarmi per quanto tempo lo scrittore sarà stato ad osservare e finanche ascoltare tutte queste meraviglie del creato in ogni loro più piccolo aspetto, prima di descriverle così accuratamente.
Se questo non è un calarsi con tutti gli organi di senso nella realtà circostante per poi riportare sulla carta ogni più piccola percezione, non so cos’altro potrebbe essere. Se questa non può essere considerata “narrativa” nel senso più alto e nobile del termine, vuol dire che non abbiamo ancora capito nulla di questa difficile arte, a cui neppure una delle nove Muse, forse per un problema di anticipazione sui tempi, ha mai riservato un particolare riguardo. Dico questo perché ogni tanto mi capita di incrociare chi storce il naso al solo sentire il nome di Calvino, e anche se sono una persona dalle vedute ultra liberaliste, sempre disposta ad ascoltare e valutare i punti di vista altrui, nel suddetto caso la diffidenza o l’ignoranza nei confronti di questo grande autore stento proprio a comprenderla. Bisogna anche dire, nel pieno rispetto dei gusti e delle esigenze di ognuno, che per alcune persone è preferibile leggere romanzi alla moda o poco impegnativi piuttosto che occupare la mente con letture che non si limitino solo a far passare il tempo ma che spingano anche a pensare, scavare, riflettere, e che alla fine lascino qualcosa dentro.

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Sulle colline liguri, dove i ragni fanno il nido

Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Oscar Mondadori, 2009, 159 p.
Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Oscar Mondadori, 2009, 159 p.

Nell’undicesimo capitolo del meta-romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, Calvino faceva dire al sesto lettore: << […] Il momento che più conta per me è quello che precede la lettura. Alle volte è il titolo che basta ad accendere in me il desiderio d’un libro che forse non esiste, alle volte è l’incipit del libro, le prime frasi… Insomma: se a voi basta poco per mettere in moto l’immaginazione, a me basta ancor meno: la promessa della lettura. >> A tal proposito devo confessarvi che il primo approccio con questo scrittore è nato proprio così, ossia dalla curiosità che mi destava il titolo del romanzo e non di meno dalla simpatia che ho sempre provato – e provo tuttora – per i ragnetti. Nel corso degli ultimi anni mi sono poi tuffata in molte altre pagine di Calvino, riemergendone ogni volta con un senso di appagamento per la singolarità e la qualità dei contenuti. Ho però capito a mie spese che bisogna diffidare dei libri troppo sbandierati, perché spesso capita di trovare sotto un titolo o una copertina accattivante il vuoto più siderale. Di incappare nell’errore succede anche a chi mastica letteratura da anni, soprattutto nei confronti di autori nuovi ed emergenti, a causa di certe recensioni che sono fuorvianti (oltre che interessate). Ma certamente non è il caso di questo bellissimo romanzo pubblicato nel lontano 1947, che viene inserito nel filone neorealista e che – come notò per primo Cesare Pavese – sottende anche una dimensione fiabesca, anticipando per certi versi quel tipico stile che caratterizzerà tutta la produzione successiva di Calvino.

La vicenda si svolge nelle valli e nei boschi delle Prealpi liguri ed è affrontata da una visuale non oggettiva, così come la vede e la interpreta il piccolo Pin, con le curiosità e gli stupori tipici dell’infanzia. Monello lentigginoso e irriverente, sempre sgridato e malmenato dagli adulti, Pin attraversa diverse peripezie per poi finire nel gruppo del Dritto, un pugno di partigiani scalcinati ed emarginati, rifiutati da tutte le altre divisioni, guidati da un comandante triste e malaticcio. Qui troviamo i personaggi più strambi, come Zena il Lungo detto Berretta-di-Legno, indolente e apatico, che approfitta di ogni momento per sdraiarsi nell’erba a leggere romanzi gialli, o il cuoco Mancino che gira sempre con un falchetto del malaugurio appoggiato sulla spalla, strillando motti di stampo marxista contro la borghesia e il capitalismo.

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