Tra attese e desideri che cambiano…

All’inizio ero incerta se scriverlo, il post, ma poi ho pensato che non c’è nulla di male nell’avanzare un elenco di letture per l’anno nuovo, tuttalpiù alla fine dello stesso si avrà modo di constatare, una volta di più, quanto sia facile allontanarsi dai propositi iniziali quasi senza accorgersene. In ogni caso, diciamocelo ancora una volta, se è bello avere delle spinte desideranti e dei progetti più o meno orientati, è altrettanto bello non irrigidirsi sugli stessi e lasciare ampi margini all’imprevedibilità del caso. Dacché le aspettative di vita (e lettura) si evolvono e rinnovano nei mesi di pari passo con i cicli ormonali, stagionali e planetari, se non sull’onda di eventi burrascosi, dove poi schiumeggiano fino ad esaurirsi.

Pertanto, concluso il bizzarro preambolo, mi accingo ora a mostrarvi le istantanee dei favoriti, che siete liberi di promuovere o screditare, di caldeggiare o sbeffeggiare a vostro piacere, finanche mettendo in atto ignobili depistaggi per dirottarmi su altre spiagge letterarie. In cambio però confidatemi, così da poterci incoraggiare a vicenda, a quale titolo di romanzo, saggio, biografia o raccolta poetica attendete da mesi o da tempo ancor più remoto, con l’idea di darvi finalmente una mossa per non rischiare di affidarne la lettura ai posteri. Nel mio caso, lo confesso subito, si tratta di Anna Karenina, che continuo a spostare su e giù da uno scaffale all’altro, senza decidermi al nobile passo… Sì, ogni tanto le rivolgo un cenno o la spolvero sul dorso per non farla sentire trascurata, che con le signore d’altri tempi, si sa, è d’uopo un certo riguardo.

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Menzogna e sortilegio – in lettura

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Opere, Elsa Morante, I Meridiani, vol.I, 1988

Che meraviglia! Un romanzo ricco, sontuoso, dalla prosa ampia ed elegante, ma nello stesso tempo coinvolgente, trascinante, che lascia ben impressi nella mente i tratti caratteriali e gli stati d’animo dei personaggi (in particolare quelli negativi, tratteggiati con grande maestria) e che ricorda come struttura i romanzi di stampo ottocentesco, anche per via della ripartizione in parti e capitoli, con quest’ultimi introdotti da brevi didascalie iniziali.
Pubblicato nel dopoguerra del ’48, in pieno clima neorealista, questo primo romanzo della Morante (elaborato in quattro anni) si poneva in netto contrasto con le altre opere letterarie del periodo, che vedevano l’emergere di autori come Elio Vittorini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Vasco Pratolini e altri ancora, tutti impegnati nel descrivere gli eventi drammatici, ancora vicini e sofferti, dell’esperienza partigiana, della liberazione dal nazifascismo, e quindi ad illustrare la realtà contemporanea di un Paese appena uscito dal conflitto, alle prese con problemi d’ogni genere. La Morante, invece, con “Menzogna e sortilegio” sembrava voler percorrere un cammino tutto suo, squisitamente individuale e per certi versi paradossalmente moderno, considerata appunto la totale estraneità con i modelli letterari allora in voga. Fu quindi a suo modo provocatoria, magari senza averne l’intenzione.
Leggendo qualche nota biografica, mi sembra di aver intravisto nella sua personalità un bisogno primario di libertà espressiva, una necessità di essere sempre fedele a se stessa e all’ispirazione creativa del momento, che attingeva spunti sia dalle varie letture fatte (fra le tante, quelle degli amati Cervantes, Stendhal, Dostoevskij, Kafka e Verga) che da episodi del vissuto personale. Oltre questo, l’autrice era anche indifferente ai richiami del mercato letterario, abituata a lavorare con dedizione quasi artigianale su ognuno dei suoi romanzi, ai quali dedicava anni di scrupolosa gestazione.

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Il richiamo della foresta – in lettura

London Il richiamo della foresta

Buck arrancava alla testa della sua muta come in un incubo. Tirava quanto poteva; quando non poteva più tirare, si lasciava cadere e rimaneva giù finché i colpi della frusta o della mazza lo facevano rialzare. Il suo bel manto peloso aveva perso tutta la gagliardia e lo splendore. I peli ricadevano flosci e infangati, o macchiati di sangue rappreso dove la mazza di Hal lo aveva percosso. I suoi muscoli si erano dissipati diventando fasci nodosi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi, tanto che ogni costola e ogni osso del suo scheletro si delineavano nettamente attraverso la pelle cascante che si aggrinziva in vuote pieghe. Era una cosa da spezzare il cuore: solo il cuore di Buck era infrangibile. L’uomo dal maglione rosso ne aveva avuto la prova. E lo stato di Buck era lo stato dei suoi compagni, veri scheletri ambulanti.
In totale erano sette, compreso lui. Nella loro estrema miseria erano diventati insensibili al morso della frusta o al colpo della mazza. Il dolore delle percosse era ottuso e distante, proprio come sembravano ottuse e distanti tutte le cose che i loro occhi vedevano e le loro orecchie sentivano. Non erano vivi nemmeno per metà, anzi nemmeno per un quarto. Erano né più né meno che sacchi di ossa in cui guizzavano debolmente sprazzi di vita. Quando si faceva una sosta si lasciavano cadere fra le tirelle come fossero morti, e quegli sprazzi si offuscavano e sbiadivano e sembravano abbandonarli. E quando la mazza o la frusta li colpivano, gli sprazzi guizzavano debolmente, ed essi si rimettevano in piedi e riprendevano ad arrancare.

Angosciata da tutte le botte che Buck e gli altri cani da slitta si stavano prendendo (ma è un libro adatto per bambini, questo? ci sono dei pezzi che sono tremendi per la violenza inflitta agli animali), ho finalmente tirato un sospiro di sollievo con l’entrata in scena di John Thornton. Sono alla fine del quinto capitolo.

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Fuoco pallido – in lettura

Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza imbrogliare le carte (Indice analitico e Note del curatore inclusi)
Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza sgarrare (Indice analitico e Note del curatore inclusi)

Come si sarà capito dalla foto, in questo periodo sto leggendo, tra le altre cose, anche un romanzo di Nabokov che forse sarebbe meglio definire non-romanzo, o meglio ancora iper-romanzo: Fuoco pallido. Il mio primo Nabokov, lo confesso. Meglio tardi che mai. Probabilmente avrei fatto meglio a cominciare con Lolita, che da quanto si legge in giro sembra essere più indicato come approccio, ma come al solito ho l’abitudine di complicarmi l’esistenza. Questo infatti è un testo abbastanza complesso, con più livelli di lettura e di difficile impatto, che però – bisogna riconoscerlo – non pecca di inventiva e originalità. Lo stile descrittivo è ricercato, raffinato, dettagliatissimo (forse a volte anche troppo), a tratti così sublime da far girare la testa, mentre la trama è davvero singolare e audace, fuori da ogni schema.
Riassumendo al massimo, si tratta di un poema di novecentonovantanove versi, suddivisi in quattro canti, seguito da un lungo e articolato commento ai versi stessi. L’autore del poema è un tale John Shade, che l’ha scritto pochi mesi prima del suo decesso, mentre il commento è redatto da un certo professor Charles Kinbote, che si picca di essere stato amico del poeta e di essere l’unico in grado di interpretarne i versi. Il problema, però, è che li interpreta a sua scelta e piacere, cercando in ogni parola dei possibili riferimenti al mondo di Zembla (reale o immaginario?) e alle vicissitudini del suo sovrano esiliato, Charles il Beneamato (Kinbote stesso?), braccato da un sicario che ha l’incarico di liquidarlo.
La difficoltà sta nel fatto che il romanzo, così com’è stato strutturato, costringe chi lo legge a saltare continuamente avanti e indietro – dal poema al commento, dal commento al poema – nel tentativo di scovare dei nessi chiarificatori tra le due parti, che in realtà però non esistono. Così capita che ad un certo punto, snervati da tanta fatica improduttiva, si decida all’improvviso di esplorare solo la seconda parte del romanzo, quella del commento, prendendolo così com’è, come un fiume che scorre in piena, senza sentirsi troppo in colpa per il balzo trasgressivo. E allora a questo punto tutto cambia, e in men che non si dica ci si ritrova comodamente seduti in poltrona, con un bicchiere di scotch in mano, mentre dalla finestra si comincia a scorgere un panorama di rara bellezza, traboccante di ingegnosi sviluppi letterari, davanti al quale svaniscono, come neve al sole, anche le ultime resistenze.
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