Le menzogne della notte

Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2010, 140 p.
Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2010, 140 p.

Non so più cos’altro scrivere di Bufalino, se non che il rituffarmi nelle sue pagine mi comporta ogni volta anche il fatto di perdermici dentro, con il rischio di affogare in qualche perifrasi di rara bellezza. E il naufragar m’è dolce in questo mare, per dirla con Leopardi.
Lo so che rischio di ripetermi, ma non posso fare a meno di riflettere su quanto sia difficile trovare oggigiorno uno scrittore capace di esprimersi con tanta poetica ed eleganza stilistica senza che l’una vada a discapito dell’altra. Per carità, non mi aspetto dagli autori moderni delle prestazioni così forbite e per certi aspetti sorpassate, ma qualche etto in più di buono stile e cultura non mi dispiacerebbe affatto. Intendiamoci, tra le tante banalità che i grandi editori danno in pasto alle masse si scopre ogni tanto una perla, magari un po’ in disparte, ma di scrittori capaci di valorizzare a fondo la lingua italiana se ne trovano veramente pochi. Tra gli autori di oggi porterei con me sulla famosa isola deserta Sebastiano Vassalli e Michele Mari (i loro libri, beninteso), mentre per quelli di ieri la scelta è senza dubbio più vasta: si pensi a Landolfi, Calvino, Bassani, Gadda, Pavese, Sciascia e altre simili personalità. Chiudo però adesso questa parentesi con qualche margine di dubbio, ossia in buona fede, visto che tra i contemporanei ho ancora molto da rovistare…

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Le ragioni dello scrivere

ragioni_scrittura

Perché si scrive, mi chiedo. Perché ci si affanna a tessere sogni e raggiri, si dà corpo a fantocci e fantasmi, si fabbricano babilonie di carta, s’inventano esistenze vicarie, universi paralleli e bugiardi, mentre fuori così plausibile piove la luce della luna nell’erba, e i nostri moti naturali, le più immediate insurrezioni dei nostri sensi c’invitano al gioco affettuosamente, divinamente semplice della vita? La vita è innamoramento impulsivo di se stesso, credulo abbandono alle quattro dorate, virginee, felici stagioni.

Scrivere, insinua la voce, non significa solo adulare i minuti con la cosmesi dell’immaginario, ma nutrirli dei nostri escreti mentali, addobbarli viziosamente delle nostre maschere nere. Rappresenta dunque in qualche modo una colpa: forse macchiarsi le mani d’inchiostro è come macchiarsele un poco di sangue, uno scrittore non è mai innocente.
Non solo, ma nell’atto stesso in cui un autore si umilia alla superbia di dire io, come fa a non sentirsi inerme, spogliato, simile ad una recluta nel mattino della visita di leva? Non assume forse ogni sua parola i colori lividi d’una delazione imperfetta? Non trasuda i sudori, le ciprie abiette d’uno spogliarello tentato e mancato? Starsene sul palcoscenico, nell’abbacinante fulmine dei riflettori, non diventa a lungo andare un’intollerabile gogna? Il silenzio, invece… la perfezione, l’asepsi, l’impunità del silenzio! Poter assistere alla vita dal proprio loggione piuttosto che recitarla; fra tanti che smaniano di arrivare, scegliere di non partire! E poi… dal momento che il pensiero, come le onde avanti a quel cimitero marino, ricomincia senza posa, perché ostinarsi a volerlo pietrificare nei freddi piombi di Gutenberg? Veramente ogni libro stampato è una bara… Lusinghevole discorso, e converrà ribatterlo punto per punto, anche se metà di me gli dà oscuramente ragione (….)
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Diceria dell’untore

Diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.
Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.

Quando ho letto per la prima volta Bufalino sono subito rimasta colpita dalla sua scrittura così colta, espressiva e raffinata, oltre che dalla sua incredibile capacità di utilizzare le metafore nei modi più arditi e impensati. Ho però notato che oggigiorno è un autore poco conosciuto, soprattutto dalle ultime generazioni, forse perché ha uno stile talmente ricercato che a molti potrebbe apparire anacronistico. Eppure i suoi scritti sono una fonte inesauribile di spunti lessicali di estrema bellezza, da leggere e rileggere non solo per ampliare la conoscenza della lingua italiana, ma anche per farsi avvolgere e inebriare da una sequela di immagini che sta sempre in bilico tra prosa e poesia.

Per quanto riguarda il libro in esame, devo ammettere che non è facile recensire un’opera di questo calibro, a mio parere tra le più riuscite dell’autore. La storia, per molti aspetti struggente, affonda le sue radici in un’esperienza realmente vissuta dallo scrittore, visto che prende spunto da una sua lunga degenza causata dalla tisi. Ricordi effettivi si mescolano quindi con fatti vagheggiati e fantasticati, anche se alla fine sono questi ultimi a prevalere. Il protagonista è dunque l’autore stesso, o meglio il suo alter ego, reduce dalla guerra con «un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo», ricoverato in un sanatorio palermitano nell’estate del ’46. In questo luogo di tubercolotici «secchi come uno sparo e umiliati da continui colpi di tosse», che si intrattengono a vicenda con discorsi, chiacchiere e piccole dispute, sperando in tal modo di prolungare un’esistenza che in realtà serba scarse possibilità di futuro, al protagonista non resta che tentare di sopravvivere alla malattia, magari convincendosi di esserne solo un ostaggio provvisorio, anche se:

… non c’era giorno o notte, alla Rocca, che la morte non m’alitasse accanto la sua versatile e ubiqua presenza, ch’io non ne intravedessi, in una striscia di luce o in un mucchietto di polvere, le imbellettate fattezze, ora d’angela ora di sgherra. Lei era la meridiana che disegnava sul soffitto delle mie insonnie le pantomime del desiderio; lei la tagliola che mi mordeva il calcagno; il mare di foglie che il sole tramuta in brulichio di marenghi; lei la buca d’obice, l’in pace, le quattro mura di ventre dove nessuno mi cerca.

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