Racconto d’autunno

Racconto d’autunno, Tommaso Landolfi, Adelphi, 2013, pp. 133
Racconto d’autunno, Tommaso Landolfi, Adelphi, 2013, pp. 133

Un partigiano braccato nei boschi, una dimora vetusta e isolata, un vecchio scostante e misterioso, il ritratto di una donna affascinante, un sotterraneo che nasconde dei segreti inquietanti…
Questi gli ingredienti principali del romanzo, dove l’iniziale realismo della guerra partigiana lascia progressivamente il posto ad una tragica vicenda d’amore e morte, che per molti aspetti si ricollega all’atmosfera cupa, fantastica e malinconicamente romantica di tanta narrativa gotica inglese.

In un periodo che l’autore non precisa, ma che corrisponde alla seconda guerra mondiale, un partigiano in fuga dall’esercito invasore si trova costretto, come tanti, a vagabondare a lungo in zone selvagge che sono lontane dalla sua sede abituale. Ad un certo punto, seguendo un sentiero nel bosco, giunge stanco e affamato presso una grande casa dall’aspetto signorile e decadente, che pare abbandonata ma che invece è abitata da un vecchio malmostoso. Questi si dimostra fin da subito riluttante ad offrirgli ospitalità, ma alla fine cede di controvoglia, sperando che l’importuno si tolga dai piedi al più presto. La scontrosità del vecchio viene enfatizzata ancora di più dalla presenza di due cani feroci e minacciosi, che sembrano ubbidirgli ciecamente affiancandolo in ogni spostamento. Nonostante questo, col trascorrere dei giorni il protagonista – che nel libro sta raccontando l’intera vicenda in prima persona – decide di prolungare il suo soggiorno nel maniero, non solo per tutelarsi dai rischi esterni ma anche perché attratto in modo irresistibile da un’immagine femminile intravista in un quadro…

Era un ritratto a mezzo busto di giovane donna, che fissava il riguardante; un olio alquanto annerito, ma non tanto che non si distinguessero i particolari. La donna era vestita secondo la moda degli ultimi anni del secolo passato o dei primi di questo, con tutto il collo chiuso in un’alta benda di pizzo; di pizzo era anche la veste, dalle maniche sboffate; sul petto ella recava un grande e complicato pendentif o breloque (come allora si diceva) di topazi bruciati, sorretto da nastri di seta marezzata; sulle spalle un amoerro, ricadente in larghe e convolte pieghe. La massa dei capelli bruni era pettinata in conseguenza, cioè in ampio cercine o cannuolo attorno alla fronte, in mezzo al quale spiccava un minuscolo diadema a forma di corona. Le di lei fattezze, delicate e chiare, recavano l’impronta inequivocabile della nobiltà di sangue e di carattere, e quel minimo di sdegnosità che l’accompagna sovente. Le guance appena arrotondate attorno alla bocca attribuivano, inoltre, a quel volto qualcosa di vagamente infantile. (pag.47)

Ma sono soprattutto gli occhi del ritratto, scuri e conturbanti, che sembrano quasi vivi, a colpire il visitatore. La sua curiosità viene però subito ostacolata dall’atteggiamento rigido del vecchio, che si affretta a stabilire una serie di regole e divieti, come ad esempio quello di non accedere a certe zone riservate dell’ampia casa. Ma come è facile supporre, il protagonista-narratore violerà ben presto i suddetti limiti, aspettando ogni volta il momento propizio per addentrarsi nei meandri del vecchio caseggiato alla ricerca di una fantomatica presenza femminile, di cui a tratti gli sembra di percepire i passi, il respiro, il profumo, e che nella sua mente suggestionata ricollega al dipinto recentemente osservato. E in questi viaggi esplorativi che si snodano tra corridoi, stanze, locali sotterranei e inaspettati passaggi segreti, all’interno di un maniero labirintico che appare senza fine e che diventa ad ogni angolo sempre più inquietante, alla ricerca di non si sa bene cosa e col rischio di venire scoperti da un momento all’altro, anche chi legge la storia, al pari dello stesso narratore, si ritrova di frequente con il fiato in sospeso, avvinghiato alle pagine e incapace di staccarsene, tanto è appunto il clima di incertezza e continua aspettativa che trasuda dal racconto.

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Il venditore di storie

Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.
Il venditore di storie, Jostein Gaarder, TEA, 2004, 248 p.

Come ho già accennato in un’altra occasione, Gaarder sceglie spesso dei bambini come protagonisti dei suoi racconti, forse perché dotati di una mente aperta, curiosa, un po’ filosofica, sempre pronta a porsi mille domande di fronte alle manifestazioni del creato. Questa volta il personaggio principale è però un adulto, sebbene bambinesco sotto molti aspetti, per la precisione un autore di storie provvisto di un’inventiva strabordante e frenetica, ma anche di una tale tracotanza da risultare spesso antipatico.

Nella prima parte del romanzo, dove il protagonista ripercorre con la mente tutta la sua giovinezza, ci troviamo a seguire delle vicende in bilico tra fantasia e realtà che in qualche modo stupiscono per la loro stranezza, come ad esempio il misterioso ometto con tanto di cappello e bastoncino alla Charlie Chaplin che solo il nostro venditore di storie riesce a vedere, probabile proiezione del suo inconscio turbato. Una sorta di guida, o chiamiamolo daimon, che gli appare fin dall’infanzia sfoderando degli atteggiamenti un po’ bislacchi e altezzosi. Quando però si approda nei capitoli finali la vicenda assume un risvolto abbastanza indigesto, al punto che mi sono chiesta se ne sia valsa la pena leggerla. Gaarder ha scritto a mio parere di meglio, basterebbe citare L’enigma del solitario, un viaggio fisico e interiore dai risvolti fiabeschi ma profondamente significativo, che fa veramente riflettere su temi esistenziali di una certa importanza, o al limite basterebbe ricordare Il mondo di Sofia, il bestseller di concetti filosofici per ragazzi scritto in modo semplice e piacevole, bellissimo da leggere anche per gli adulti.

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L’enigma del solitario

L’enigma del solitario, Jostein Gaarder, TEA, 2006, 351 p.
L’enigma del solitario, Jostein Gaarder, TEA, 2006, 351 p.

Un bambino intelligente e curioso, un padre marinaio e filosofo dedito all’alcool, un lungo viaggio dalla Norvegia alla Grecia alla ricerca di una madre/moglie che è scomparsa per ritrovare se stessa. Un vecchio panettiere che vive in un paese sperduto sulle montagne, dove custodisce non solo leccornie e bevande magiche ma anche segreti che vengono tramandati di generazione in generazione. Questi gli ingredienti iniziali del romanzo, con un percorso che si arricchisce man mano di misteri e sorprese, soprattutto per il protagonista bambino (l’io narrante del racconto) che si troverà alle prese con personaggi e contesti piuttosto bizzarri, come ad esempio l’ambiguo nanetto incrociato lungo la strada che gli regala una lente d’ingrandimento; lente che poi gli servirà, guarda caso, per leggere i caratteri minuscoli di un libretto in miniatura rinvenuto in un panino. Un libretto che contiene una storia incredibile, che parla di un’isola incantata dove le carte da gioco prendono misteriosamente forma e vita… e qui inizia il “metaromanzo”, ossia la storia nella storia, che narra le vicende di un naufrago approdato in un luogo sorprendente, che forse è frutto (oppure no) di una mente fervida di immaginazione. Una storia ricca di misteriosi segnali inquietanti che cattura l’interesse del  ragazzino per tutto il viaggio, fino al punto di fargli sospettare che forse non tutto ciò che è scritto è pura fantasia.

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Misteri e segreti del bosco

Il segreto del bosco vecchio, Dino Buzzati, Oscar Mondadori, 2009, 151 p.
Il segreto del bosco vecchio, Dino Buzzati, Oscar Mondadori, 2009, 151 p.

Sebastiano Procolo chinò la testa stanco. Cominciava, la veneranda foresta, a vivere una notte nuova e si ridestava dal torpore diurno. Forse nel buio i geni uscivano dai tronchi e si aggiravano per sconosciute incombenze. Forse erano raccolti in folla proprio intorno a lui, Procolo, invisibili nella fonda notte. Forse si era alzata, dietro alla cappa di nuvole, la luna. Forse le tenebre non sarebbero mai finite. Forse il sole non sarebbe mai più nato. Quel buio per sempre, poteva ben accadere anche questo.

Animali che parlano, geni che abitano negli alberi e venti che si sfidano in duelli. Una storia stupefacente, dove l’aria compone dei veri e propri concerti soffiando tra i rami, mentre i mobili delle vecchie case scricchiolano tra loro per scambiarsi due chiacchiere, incuranti del fatto di metterci anni per dirsi veramente qualcosa. Una storia dove le gazze annunciano le ultime notizie come se fossero emittenti radiofoniche e dove i topi poltriscono dentro materassi logori e sbrindellati, abbandonandoli con stizza quando vengono cacciati da qualche umano. Questo è il mondo magico del Bosco Vecchio, con realtà e fantasia così ben intrecciate tra loro che anche le situazioni più strane sembrano rientrare in una perfetta normalità. Superato l’iniziale stupore è infatti facile – oltre che piacevole – lasciarsi trasportare da questa trama fantastica, che da assurda e impossibile diventa sempre più convincente, senza comunque perdere quel non so che di soprannaturale. Non per niente l’opera del Buzzati è stata collocata nel cosiddetto ‘realismo magico’, una corrente letteraria che tendeva ad inserire elementi insoliti in una realtà meticolosamente descritta.

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Quando il diavolo ci mette lo zampino…

Il Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, ET Einuadi 2013, 390 p.
Il Maestro e Margherita, Michail Bulgakov, ET Einuadi 2013, 390 p.

Questo è un romanzo veramente spettacolare, una miscela esplosiva di immagini comiche, surreali e mistiche che ti inchioda sulle pagine fino all’ultima riga. Non per niente è ritenuto uno dei capolavori più originali della letteratura russa del Novecento.
Osteggiato per molti anni dalla critica del regime sovietico, bruciato in un momento di rabbia dallo stesso Bulgakov, poi riscritto, modificato più volte e finalmente pubblicato, in versione censurata, solo dopo la morte dell’autore, oggi il romanzo può essere finalmente letto nella sua versione integra e originale. Un punto a sfavore, se proprio lo vogliamo trovare, sono i nomi russi abbastanza complicati da ricordare, tanto che è facile perdere l’orientamento nella prima metà del libro. Lo stesso personaggio, infatti, viene talvolta chiamato per nome e cognome, altre volte solo per nome o solo per cognome, altre volte addirittura con un nomignolo (!)

La vicenda si svolge nell’Unione Sovietica degli anni Trenta, cioè nell’epoca in cui è stata scritta (fatto che spiega, ma non giustifica, l’accanimento della censura nei confronti di Bulgakov; una prima edizione completa in lingua russa apparirà solo nel 1969, a trent’anni dalla sua morte).
Ci troviamo nel periodo delle famose purghe staliniane, dove un regime totalitario di stampo comunista predica l’ateismo, nega la libertà di parola e applica una politica di feroce repressione. Qui il Diavolo in persona, nelle vesti di un consulente di magia nera, si intromette all’improvviso nel colloquio tra due scrittori di regime che sono intenti a scambiarsi opinioni sulla natura leggendaria e non storica del Messia. L’ambiguo personaggio, che dice di chiamarsi Woland, si diverte a smantellare le tesi ateistiche dei due letterati, rivelando di aver assistito di persona all’interrogatorio di Yeshua poco prima della sua condanna. E per convincere i due attoniti interlocutori della verità di ciò che sta affermando, comincia a raccontare ciò che ha visto e sentito… A questo punto il lettore si ritrova catapultato in un’altra epoca, nel momento del fatidico incontro tra Ponzio Pilato e Gesù, e il dialogo che ne scaturisce ha qualcosa di così umano e toccante che già da solo meriterebbe la lettura del libro.

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