Nel paese delle ultime cose

Nel paese delle ultime cose, Paul Auster, Einaudi Tascabili, 2003, 167 p.
Nel paese delle ultime cose, Paul Auster, Einaudi, 2003, 167 p.

Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più.

Così inizia questo romanzo, con la protagonista Anna Blume che scrive una lettera ad un amico per raccontargli il suo lungo viaggio alla ricerca del fratello, un giornalista scomparso da tempo. Un viaggio che l’ha portata in una terra lontana, allucinante e violenta, in una città senza nome dove ladri, assassini e suicidi formano addirittura dei club. Un paese distrutto dove si respira un’angosciante atmosfera postbellica, dove le persone e gli oggetti sono a rischio di estinzione e qualsiasi rottame acquista valore. Dove per una scarpa rotta o per un rimasuglio di cibo si è disposti anche ad uccidere.
E anche Anna Blume diventa in breve tempo, per necessità di sopravvivenza, una cacciatrice di oggetti in un paese devastato, dando così forma a un’immagine metaforica che non è nuova nelle opere di Auster, visto che si ricollega per certi versi al personaggio del vecchio Stillman di Città di vetro (uno dei romanzi che compone la Trilogia di New York), che girava impazzito per le strade raccogliendo ogni sorta di oggetto per attribuirci dei nuovi nomi. Ma l’atmosfera che si respira Nel paese delle ultime cose è ben peggiore, al limite del claustrofobico.

Un giorno mi è capitato di seguire un’intervista dove Auster spiegava che per scrivere in modo soddisfacente deve prima focalizzare molto bene nella mente degli spazi ben precisi, deve riuscire a vedere le stanze dove si muovono i personaggi, gli edifici in cui entrano, le strade, le colline, gli alberi, tutto nel modo più dettagliato e realistico possibile, così da poter entrare “virtualmente” nella storia. Bene, provate allora a leggere questo breve romanzo distopico e vi renderete subito conto di quanto e in che modo sia stata messa in pratica tale strategia… Auster ti porta proprio a vedere e quasi a toccare quello che ha immaginato nella sua mente, e vi assicuro che in alcune pagine non potrete fare a meno di sentire un senso di nausea o qualche brivido sulla pelle.

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Un mondo di ciechi

Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.
Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.

Un libro veramente agghiacciante, con una storia che fa riflettere e che non può lasciare indifferenti. Narra di una misteriosa epidemia di cecità che fa vedere tutto bianco, e che comincia a diffondersi in modo progressivo in una città qualunque, di una nazione qualunque, creando uno stato di crisi che, come succede di solito nelle situazioni più estreme, favorisce l’insorgere degli istinti più deplorevoli della natura umana. Le prime persone contagiate vengono internate dalle autorità in un ex-manicomio, isolate da tutto e da tutti per evitare la diffusione dell’epidemia. In questo luogo sordido, che nel giro di poco tempo si riempie di ulteriori ciechi, i reclusi si ritrovano ben presto a scendere tutti i gradini dell’indegnità, soprattutto a causa dei morsi della fame. Lo spirito di sopravvivenza prevale su ogni altro sentimento spingendo alcuni individui a diventare feroci e prevaricanti, altri a dimostrarsi opportunisti o indifferenti, altri ancora a subire con rassegnazione tremende umiliazioni e degradanti compromessi. Gli unici occhi in grado di vedere, perché sani nello spirito e nella coscienza, sono quelli di una donna che, pur essendo costretta ad osservare ogni sorta di miseria e crudeltà, riesce a conservare uno sguardo compassionevole per tutti, diventando ben presto un sostegno e una guida per molti disperati. Una donna che ha occhi in un mondo di ciechi, l’unica destinata a vedere (e non solo a sentire) tutto l’orrore di questa degradazione. L’unica che ogni tanto si scopre a desiderare una cecità improvvisa e liberatoria, perché la solleverebbe non solo dalla visione di tante brutture ma anche dal peso delle responsabilità morali. Se i ciechi vivono nell’orrore senza vederlo, se passano accanto ad ogni condizione ripugnante solo intuendola, alla protagonista che vede –  e anche a noi che leggiamo – non va altrettanto liscia.

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