Heinrich Böll – Presso il ponte

Oggi vi propongo una Kurzgeschichte (racconto breve) che mi ha letteralmente incantata: non ho parole per descriverne la delicata bellezza, per elogiarne la forza espressiva. Scritta da Heinrich Böll nell’immediato dopoguerra, fa parte della raccolta “Viandante, se giungi a Spa…”, rappresentativa della cosiddetta Trümmerliteratur (letteratura delle macerie, 1945-50), di cui sono stati esponenti altri scrittori dell’epoca, quali ad esempio Borchert e Schnurre. Lo scopo era quello di presentare temi e problemi della Germania postbellica attraverso dei testi concisi e realistici (sullo stile delle short-story americane), in modo da mantenere vivo il ricordo della guerra e delle sue devastanti conseguenze. Si tratta quindi di frammenti di vita dal finale spesso aperto, di istantanee che ritraggono le esperienze dei sopravvissuti, della gente senza più casa e dei reduci mutilati, e di tutti coloro che dovevano fare i conti con la realtà delle città distrutte e con la prospettiva di una faticosa ripresa. In altre parole, è la rappresentazione “della guerra vissuta come trauma” attraverso delle vicende individuali che si muovono su uno sfondo segnato da case diroccate, da periferie ingombre di rottami e sporcizia, da ponti e ferrovie in condizioni precarie. Desolazione, fame e povertà sono gli elementi che predominano su tutto, tradotti in parole così come apparivano in quei tragici anni allo sguardo umano.

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Cani neri

Cani neri, Ian McEwan, Einaudi, 1993, 166 p.
Cani neri, Ian McEwan, Einaudi, 1993, 166 p.

I cani procedevano nella loro avanzata. June camminava all’indietro; non osava mettersi a correre. Gridò il nome di Bernard una, due, tre volte. La sua voce risuonò acuta nell’aria piena di sole. E fece affrettare il passo dei cani, che ruppe quasi in un trotto. Non doveva far vedere che aveva paura. Ma quelli tanto l’avrebbero fiutata, la sua paura. Perciò, non doveva proprio provarla. Ma le mani le tremavano mentre frugavano a terra in cerca di sassi. Ne trovò tre. Ne preparò uno nella mano destra e tenne gli altri due nascosti nella sinistra. Si ritirava procedendo di lato adesso, con la spalla sinistra rivolta alle bestie. Nel punto in cui il sentiero improvvisamente scendeva, June inciampò e cadde: era tale l’ansia di rimettersi subito in piedi che le parve di essere rimbalzata sul terreno.

Questo è solo l’inizio dell’evento clou del romanzo, che nel suo procedere diventa sempre più angosciante e di cui ovviamente non rivelerò troppi dettagli. Un evento che cambierà per sempre la vita di June, mentre si trova con il marito a fare un’escursione sull’altopiano francese del Causse de Larzac, durante la luna di miele. Siamo nel 1946, nell’immediato dopoguerra, e la giovane coppia è accomunata non solo da un’intensa passione ma anche dalla fede nell’ideologia comunista, sulla scia di quei fermenti che animavano gran parte dell’Europa post-nazista. Ma il loro matrimonio è destinato già sul nascere a subire una crisi profonda, che andrà a modificare per sempre, prima investendo di netto Jane e poi agendo gradualmente anche su Bernard, tutta quella scala di valori a cui si erano tenacemente aggrappati. L’esperienza sconvolgente che investe di brutto June, in quella zona isolata e montuosa del sud della Francia, non le lascia infatti scampo e la costringe, volente o nolente, a guardare dentro se stessa per scoprirci un mondo mai immaginato prima. Da quel momento entrambi i coniugi si trovano non solo a vivere un conflitto tra loro, visto che la conversione spirituale di June mal si concilia con il rigido materialismo di Bernard, ma anche a dover fare i conti con il disfacimento dell’utopia marxista, che in seguito a diversi fatti gravi, tra i quali l’invasione dell’Ungheria nel ’56 da parte dei carri armati sovietici e il conseguente bagno di sangue per sopprimere la sommossa, rivelò tutti i suoi limiti.

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La luna e i falò

La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p
La luna e i falò, C.Pavese, Einaudi, 2014, 170 p

Mentre si legge questo romanzo sembra quasi di ascoltare le storie di una volta, quelle sussurrate a voce bassa davanti a un caminetto acceso, dense di ricordi del passato, di nostalgiche malinconie. Ai tempi della scuola non lo avevo apprezzato, forse perché il ritorno del protagonista alle proprie origini, con quel suo continuo scrutare ogni cosa per vedere se fosse cambiata, mi indisponeva non poco, e forse anche perché molte pagine mi erano apparse lente e noiose. Rileggendolo invece negli ultimi tempi l’ho riscoperto poetico e piacevolissimo, sebbene la trama non sia proprio di quelle allegre. Probabilmente è uno di quei libri che si apprezzano maggiormente nell’età adulta o ad una seconda lettura. La cadenza narrativa è infatti molto lenta e a tratti monotona, anche perché non accade quasi nulla per tutta la durata del romanzo a parte negli ultimi capitoli, dove la descrizione di alcuni fatti tragici tende ad accentuarne il tono emotivo.

Forse la scarsa attrazione che avevo provato la prima volta nel seguire queste vicende dipende anche dal fatto che fin dall’infanzia sono stata sradicata dalle mie radici native e poi sono cresciuta senza l’interesse di recuperarle, anche a causa di ripetuti traslochi che ho dovuto affrontare con la mia famiglia. Mi sento infatti come una pianta che è stata più volte estirpata e ripiantata in altri terreni, ma alla quale il sole e la luce non sono comunque mancati. Non ho quindi maturato quel senso di rimpianto e attaccamento a un luogo che appare invece così evidente nel narratore-protagonista di questo romanzo, soprannominato Anguilla, che dopo aver vissuto per molti anni in America sente il desiderio impellente di ritornare nelle Langhe cuneesi, l’amata terra d’origine. Tale spinta proviene anche dal fatto che, dopo aver girato tanto il mondo, «uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che non un comune giro di stagione.»

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