Rumore bianco

Rumore_Bianco
Rumore bianco, DeLillo, Einaudi, 1999, 389 p

Questo è un libro sulla morte. Non perché tratti di uccisioni, stragi e carneficine varie o perché indugi in riflessioni sulla sacralità della vita e relative questioni. No, niente di tutto questo.
Qui l’attenzione viene posta, con un obiettivo che si allarga a 360 gradi coinvolgendo anche il lettore, sulla “paura della morte”, un sentimento che ci portiamo sempre dentro e che ci accomuna tutti, senza esclusioni di sorta, sia quando ci coglie di sfuggita e lo cacciamo subito via con fastidio, sia quando ci travolge con foga rendendoci ancora più difficile il vivere quotidiano. Perché in fondo, anche se non lo vogliamo riconoscere, il miracolo straordinario della nostra realtà è sempre connesso al timore straordinario che è la paura della morte, che tentiamo di mantenere al di sotto della superficie delle nostre percezioni (come lo spiega molto bene lo stesso scrittore in un’intervista).

DeLillo è riuscito con questo libro ad andare oltre l’effetto materiale degli eventi – che pur essendo d’impatto rimangono un po’ defilati, quasi sempre sullo sfondo – per potersi calare meglio nell’animo dei personaggi, nelle loro reazioni emotive, nelle loro paure più intime, ossia in quel serbatoio inconscio di istanze individuali (e collettive) che condiziona da sempre il genere umano. Gli accadimenti materiali della storia, come appunto l’evento tossico aereo e la conseguente contaminazione, sembrano quasi solo un pretesto per scoperchiare paure ancestrali da troppo tempo compresse e messe a tacere sotto una coltre di apparente benessere.

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Punto Omega

Punto omega, Don DeLillo, Einaudi, 2010, 118 p.
Punto omega, Don DeLillo, Einaudi, 2010, 118 p.

Il mio primo Don DeLillo. Non mi è affatto dispiaciuto: scrittura intensa e fluente, a tratti conturbante, con spunti riflessivi che non intralciano la trama ma la rendono più interessante. Anche se devo aggiungere che non è un romanzo facile, sia per come è strutturato che per le tematiche affrontate.

Il prologo è qualcosa di veramente insolito, che inizialmente si stenta a collegare a tutto il resto. Si capirà solo alla fine il suo perché.
C’è un uomo in piedi nel buio di una sala che assiste ad una proiezione rallentata del film Psycho di Hitchcock, in modo che lo stesso duri la bellezza di 24 ore contro i 109 minuti della pellicola originale. Tale persona, la cui identità rimarrà sempre misteriosa, si trova all’interno del MoMa, il museo d’arte contemporanea di New York, e la videoinstallazione che sta osservando è dell’artista scozzese Douglas Gordon (peraltro assolutamente reale, realizzata nel 1993), il cui scopo è forse quello di far riflettere la gente sul rapporto tra tempo, spazio e percezione visiva. Mentre infatti le immagini scorrono al rallentatore, tutto sembra dilatarsi all’estremo e l’attenzione degli spettatori, ridotta a puro sguardo, ha la possibilità di cogliere tutti quei minimi particolari che nella visione originale del film andrebbero persi.

Presumo che tutti voi, o quasi, avete ben impressa nella mente la famosa scena di Janet Light assassinata sotto la doccia. Immaginate ora di vedere tale scena in forma estremamente prolungata, con movimenti spezzettati che avanzano lentissimamente, senza suspense né terrore né parole né musica pulsante. E magari di osservare…

gli anelli della tenda della doccia che girano sull’asta quando la tenda viene strappata, un momento che va perso alla velocità normale, quattro anelli che girano lentamente lassù, sopra il corpo accasciato a terra di Janet Leigh, una poesia estemporanea sopra quella morte infernale, e poi l’acqua insanguinata che scorre serpeggiando e increspandosi nello scolo, minuto dopo minuto, e che infine sparisce in un vortice.

Nelle pagine introduttive veniamo quindi messi in contatto con il punto di vista e le sensazioni di questo misterioso osservatore anonimo, che indugia nella sala del museo per vedere il film ripetutamente, più e più volte in modo ossessivo, quasi volesse annullarsi in questo stato rallentato che la proiezione consente.

 Ci vuole un’attenzione estrema per vedere cosa succede davanti a te. Ci vuole impegno, pio sforzo, per vedere cosa stai guardando. Era incantato da tutto questo, dalle profondità che si schiudevano nel movimento rallentato, le cose che c’erano da vedere, le profondità delle cose che così facilmente vanno perse nella superficiale abitudine di vedere.

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