Il mugnaio urlante

Il mugnaio urlante, A.Paasilinna, Iperborea, 2010, 276 p
Il mugnaio urlante, Paasilinna, Iperborea, 2010, 276 p

Anche con questo libro Paasilinna fa di nuovo centro e non si smentisce. Fin dall’inizio ci introduce, come in una favola e con la consueta ironia, in una piccola comunità dall’atmosfera naif, sperduta nelle selve della Lapponia finlandese. In questo luogo così ameno e fuori dal mondo la quiete viene un giorno turbata dall’arrivo di un forestiero, Gunnar Huttunen, un uomo dal fisico possente e dal passato misterioso che ha acquistato un vecchio mulino con l’intenzione di rimetterlo in funzione. Una presenza quindi insolita, che suscita curiosità ma anche perplessità nella gente. Tutti infatti pensano che solo un pazzo può darsi tanto da fare per riattivare un mulino in disuso, e nonostante Huttunen riesca nell’impresa, arrecando grossi vantaggi alla comunità, molti non cambiano idea sul suo conto.
Si vocifera di un suo trascorso tragico, di una casa e una moglie bruciate in un rogo durante la guerra. Ma il mugnaio non rivela troppo di sé e sembra quasi manifestare i sintomi di un disturbo bipolare, con continue alterazioni del tono dell’umore. Ogni tanto eccede negli eccessi comportamentali, facendo le cose più inaudite e bizzarre, altre volte cade invece in una cupa depressione, isolandosi da tutto e da tutti.
Quando cala la notte ha l’abitudine di sfogare la sua tristezza in un modo abbastanza inusuale: si affaccia alla finestra del mulino e comincia ad ululare, talvolta con così tanta foga da scatenare sfide all’ultimo latrato con tutti cani della zona. Un fatto, questo, che comincia ad inquietare l’animo della gente, già irritata dal suo bizzarro comportamento, in particolare quando si diverte ad improvvisare parodie degli animali lungo la strada, con movenze sgraziate ed esilaranti. O quando imita i suoi compaesani, facendoli arrabbiare ancora di più. E se da una parte i bambini ridono, riconoscendo in lui “un puro di cuore”, dall’altra gli adulti si dimostrano sempre più nervosi e insofferenti. La sua vitalità, il suo entusiasmo, le sue stravaganze minano in qualche modo l’equilibrio della comunità, fanno presagire deviamenti dallo status quo. I compaesani, istigati anche dalla meschinità di alcune persone autorevoli (il pastore, il dottore, il commissario di polizia), si convincono che il mugnaio sia pazzo e che necessiti di essere ricoverato in manicomio.

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Bianco

Bianco, Marco Missiroli, Guanda, 2009, 225 p.
Bianco, Marco Missiroli, Guanda, 2009, 225 p.

Marco Missiroli è salito alla ribalta nel 2005 con il romanzo “Senza coda”, una vicenda di mafia osservata attraverso lo sguardo di un ragazzino, vincitore del Premio Campiello opera prima. Un autore che per molti è stato una rivelazione, non solo per la giovane età (riminese, classe 1981) ma anche per lo stile narrativo asciutto, nitido e nello stesso tempo intenso, vibrante, che riesce con pochi tratti veloci e incisivi a dar forma a volti, sguardi, gesti che contano più di mille parole. Uno stile che in parte ricorda quello degli scrittori nordamericani.
Per quanto riguarda il libro che mi appresto a recensire, bisogna dar merito all’autore di essersi saputo calare molto bene nella realtà statunitense del secolo scorso, così lontana dal nostro modo di vedere e intendere le cose. Siamo nel Sud degli Usa, non ci sono precisi riferimenti di tempo e di luogo ma dalle varie descrizioni si intuisce che l’epoca è quella delle violente discriminazioni razziali. Sono gli anni in cui i neri vengono ancora disprezzati e osteggiati, considerati come bestie o figli del diavolo. Il Ku Klux Klan, i cui adepti sono rigorosamente di razza bianca, di ceppo anglosassone e di fede protestante, agisce con tutta la sua ferocia contro neri, ebrei, cattolici e immigrati, soprattutto nei centri periferici dove la legge tende a chiudere un occhio. Questa cultura di rifiuto e di persecuzione nei confronti del diverso viene inculcata ai bambini bianchi fin dall’infanzia, complici gli educatori, i preti e le stesse famiglie. In nome di Dio si incita a ripulire la società dalla presenza immonda del “negro”. Sono quindi anni di ottuso conformismo e Moses Carpenter cresce in questo clima, costretto all’odio dalle cinghiate del padre, diviso tra il suo desiderio di rapporti umani basati sulla giustizia e il bisogno di rispondere alle aspettative razziste del gruppo che lo circonda. Il suo peccato più grande, per cui si tormenta ora che è vecchio, è quello di non aver avuto la forza di opporsi, di aver tradito chi non avrebbe voluto tradire. Tormentato dalla perdita della moglie, che aveva sempre disapprovato le sue idee intolleranti, Moses deve ora affrontare l’arrivo di una nuova famiglia in paese, di cui tre componenti su quattro sono di colore. Quello che desta più scalpore di questa famiglia è l’unione tra una donna bianca e un uomo nero, assolutamente inconcepibile per la gente del posto. La comunità razzista di un tempo invoca l’appoggio di Moses, lo incita ad assumere provvedimenti drastici, ma il vecchio si riscopre vacillante, inizia a mettere in dubbio certezze e convinzioni. L’antico retaggio di odio instillato dal padre comincia a cedere, a rivelare delle crepe… Per Moses è la spinta ad una progressiva trasformazione, l’imbocco di un difficile percorso di redenzione che all’inizio lo vede ancora titubante ma che alla fine lo spingerà a saldare il debito con il passato.

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Gli occhiali d’oro

Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani, Mondadori Classici Moderni, 2009, 114 p.
Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani, Mondadori Classici Moderni, 2009, 114 p.

Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Questo libro fa parte dell’imponente progetto “Il romanzo di Ferrara”, un ciclo di storie dedicate da Bassani alla sua città di adozione, che include anche Il giardino dei Finzi Contini, Dentro le mura, Dietro la porta, L’airone, L’odore del fieno. Sono romanzi e racconti destinati a conservare la memoria di un’epoca tormentata, quella che parte dal periodo antecedente la guerra e arriva fino agli anni Cinquanta, mettendone in risalto gli aspetti più statici, deleteri ed estranianti. Si tratta infatti di vicende, atmosfere e stati d’animo che offrono scarse possibilità di riscatto ai protagonisti delle stesse, anche perché lo scrittore aveva scelto di puntare lo sguardo soprattutto sull’individuo che soffre, che rimane da solo o che si sente diverso in mezzo agli altri, rassegnato di fronte all’evolversi di una politica sociale di carattere devastante, com’è stata ad esempio quella della dittatura fascista. L’unica arma che ci resta per ricordare quel periodo e non ricadere nell’errore, sembra voler dire Bassani, è “la memoria”, ossia la scrittura come rimedio contro l’oblio, e quindi una trama narrativa che, per quanto triste e ineluttabile, diventa testimonianza da consegnare alla storia.

Nel romanzo di cui parliamo oggi l’epoca è appunto quella dell’Italia fascista degli anni ’30, caratterizzata da un moralismo di facciata che nascondeva un’intolleranza sempre più incontenibile nei confronti di alcune categorie sociali, soprattutto ebrei e omosessuali. L’io narrante – che al tempo era un giovane studente ebreo, e nel quale Bassani mette molto di se stesso – ricorda quegli anni lontani descrivendo la graduale caduta del dottor Athos Fadigati, un uomo rispettabile e dignitoso ma “diverso”, che si ritrova progressivamente emarginato da un ambiente borghese aspro, cinico, riluttante nei confronti di qualsiasi anormalità. I suoi modi cortesi, la sua generosità con i pazienti, il luccichio dei suoi occhiali d’oro, i vestiti di lana inglese e persino la rassicurante pinguedine non bastano a frenare le maldicenze sul suo conto. Quando poi Fadigati viene avvistato, nel corso di un’estate, in inequivocabile compagnia di un ragazzo bello e spregiudicato, conosciuto da tutti per la vita sregolata, le insinuazioni sulle sue preferenze sessuali non trovano più freni. Dal quel momento tutto cambia nei confronti del dottore: quello che fino a poco prima era tacitamente tollerato, perché solo supposto o immaginato, diventa improvvisamente disgustoso perché manifesto. L’atmosfera velenosamente ipocrita – emblema di una società italiana che stava per vivere la vergogna delle leggi razziali fasciste – lacera senza pietà l’immagine professionale e umana di Fadigati, fino a ridurla a brandelli.

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