Quando la realtà supera la finzione

Soffocare, Chuck Palahniuk, Mondadori, 2013, 265 p.
Soffocare, Chuck Palahniuk, Mondadori, 2013, 265 p.

Di solito preferisco parlare dei libri che mi sono particolarmente piaciuti e che mi hanno trasmesso quel certo non so che di cui avevo bisogno, ma stavolta farò un’eccezione. In realtà sarebbe giusto dissertare più spesso anche di ciò che non ha convinto fino in fondo, ma poi la mancanza di tempo costringe a selezionare, scartare, ad operare un certo tipo di scelta, e alla fine le energie vengono quasi sempre convogliate sul tipo di lettura che maggiormente interessa. Come è naturale che sia. Prima di continuare mi preme però chiarire che le seguenti opinioni sono del tutto personali, passabili di critiche e osservazioni. Il mio è un semplice punto di vista, che può benissimo non essere condiviso da altre persone.
Per arrivare subito al sodo, dirò che questo libro l’ho abbandonato più volte per poi riprenderlo in mano altrettante, e se sono arrivata all’ultima pagina, nonostante la repulsione suscitata da certe descrizioni, è stato grazie alla testardaggine di volerne capire fino in fondo il senso. Non so se poi ci sono riuscita, a capirne bene il senso, ma qualcosa mi sembra di aver afferrato.

Innanzitutto devo dire che molte scene mi sono apparse eccessivamente grottesche, anche se hanno lo scopo di rappresentare l’alienazione e il degrado dell’uomo contemporaneo. Ci sono dei passaggi che mi hanno veramente urtata e infastidita, e non starò di certo qui ad elencarli nel dettaglio con il rischio di suscitare, a mia volta, del possibile ribrezzo in altre persone. Aggiungo solo che questa è una storia che non ti risparmia nulla sugli stati fisici dei protagonisti, per cui se il personaggio di turno sta sbavando, vomitando o pisciando (per non parlare di altro), Palahniuk la suddetta scena te la descrive ben bene in tutti i suoi particolari, senza pietà e pudori di sorta, infischiandosene allegramente dell’eventuale sguardo attonito che può apparirti in quel momento sulla faccia. Questi sono problemi tuoi, non certamente dello scrittore.

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Il giardino di cemento

Il giardino di cemento, Ian McEwan, Einaudi, 2009, 160 p.

“Ciò che mi colpisce di più è che tante cose terribili vengono commesse da persone che non sono affatto terribili”

Questa frase di McEwan, stampata nel retro copertina, sintetizza in modo significativo l’essenza di questo suo romanzo d’esordio, che si distingue da tutti gli altri per lo stile scarno e asciutto, anche se già non mancano quelle tipiche sfumature morbose che hanno reso tanto famoso l’autore. Se si pensa che proprio con tale debutto si conquistò l’appellativo di Ian Macabre, si può facilmente immaginare anche il contesto della trama.
Per spiegare le motivazioni che stanno alla base del romanzo devo per forza addentrarmi nei particolari, quindi se qualcuno non l’ha ancora letto e intende farlo si regoli di conseguenza. La storia, raccontata in prima persona, è quella di Jack, un ragazzo in piena fase adolescenziale, e di come lui e suoi fratelli si ritrovano a vivere quasi al di fuori del mondo, isolati da tutto e da tutti, dopo la morte improvvisa del padre seguita, a breve distanza, da quella della madre. Per non rischiare di essere separati e di finire in affidamento presso qualche altra famiglia, o peggio in un orfanatrofio, i ragazzini decidono di occultare il cadavere della madre in cantina, seppellendolo sotto strati di cemento, per poi continuare la loro esistenza come se niente fosse.
Com’è evidente, questo è un romanzo che getta una luce cupa sull’adolescenza, mescolandone la tipica innocenza con sentimenti più ambigui e torbidi. Un romanzo anche di formazione, se vogliamo, nonostante si sviluppi sulla base di una situazione alquanto estremizzata, ma raccontata in modo così realistico da risultare convincente. A dire il vero la storia non è neppure così inverosimile come appare in un primo momento, soprattutto se si pensa a ciò che succede ogni giorno nel mondo, basta andare a leggere un po’ di cronaca per capacitarsene.

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Rumore bianco

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Rumore bianco, DeLillo, Einaudi, 1999, 389 p

Questo è un libro sulla morte. Non perché tratti di uccisioni, stragi e carneficine varie o perché indugi in riflessioni sulla sacralità della vita e relative questioni. No, niente di tutto questo.
Qui l’attenzione viene posta, con un obiettivo che si allarga a 360 gradi coinvolgendo anche il lettore, sulla “paura della morte”, un sentimento che ci portiamo sempre dentro e che ci accomuna tutti, senza esclusioni di sorta, sia quando ci coglie di sfuggita e lo cacciamo subito via con fastidio, sia quando ci travolge con foga rendendoci ancora più difficile il vivere quotidiano. Perché in fondo, anche se non lo vogliamo riconoscere, il miracolo straordinario della nostra realtà è sempre connesso al timore straordinario che è la paura della morte, che tentiamo di mantenere al di sotto della superficie delle nostre percezioni (come lo spiega molto bene lo stesso scrittore in un’intervista).

DeLillo è riuscito con questo libro ad andare oltre l’effetto materiale degli eventi – che pur essendo d’impatto rimangono un po’ defilati, quasi sempre sullo sfondo – per potersi calare meglio nell’animo dei personaggi, nelle loro reazioni emotive, nelle loro paure più intime, ossia in quel serbatoio inconscio di istanze individuali (e collettive) che condiziona da sempre il genere umano. Gli accadimenti materiali della storia, come appunto l’evento tossico aereo e la conseguente contaminazione, sembrano quasi solo un pretesto per scoperchiare paure ancestrali da troppo tempo compresse e messe a tacere sotto una coltre di apparente benessere.

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Trilogia di New York

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Trilogia di New York, Paul Auster, Einaudi, 1998, 314 p.

Tre racconti all’insegna del più tipico stile austeriano, con circostanze e fatti casuali che danno origine a situazioni strane e complicate. Si potrebbero definire delle detective stories, anche se nel senso non convenzionale del termine, collegate tra loro da alcuni temi ricorrenti quali la solitudine, la scrittura, la memoria, il senso di mancanza o incompiutezza, la doppia o tripla identità.

Nelle prime due storie ci troviamo alle prese con qualcuno che deve spiare e tallonare qualcun altro, con l’incarico di raccogliere qualsiasi informazione utile. Una situazione che potrebbe sembrare banale ma che non lo è affatto, perché quando i personaggi di Auster iniziano a scavare nel passato della persona che stanno inseguendo si ritrovano ben presto invischiati nel proprio passato, spesso con un ribaltamento di ruolo tra pedinatore e pedinato che lascia il lettore di stucco. Nella ricerca dell’altro si nasconde infatti la ricerca di sé stessi, che scatta proprio nel momento in cui l’esistenza ha raggiunto un limite di situazioni troppo statiche, vuote, infruttifere. Questo è quello che succede, ad esempio, allo scrittore Daniel Quinn, il personaggio principale di Città di vetro, che in seguito ad una telefonata inaspettata causata da un errore decide di accettare un incarico fingendosi un altro, per poi accanirsi in un pedinamento tanto incalzante quanto ossessivo. Un inseguimento in cui Quinn si butta anima e corpo e che assume ben presto la forma di un’indagine interiore, visto che tra una difficoltà e l’altra viene assalito dai ricordi di un trascorso doloroso e dalla sensazione di una vita mal spesa. A questo punto perdere la bussola è un attimo, complici alcune strane coincidenze che ingarbugliano ancora di più le cose. Il recupero psichico dovrà per forza passare attraverso l’esperienza della disgregazione e della solitudine, per poi forse approdare a una nuova consapevolezza raggiunta tramite la scrittura.

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