Il richiamo della foresta – in lettura

London Il richiamo della foresta

Buck arrancava alla testa della sua muta come in un incubo. Tirava quanto poteva; quando non poteva più tirare, si lasciava cadere e rimaneva giù finché i colpi della frusta o della mazza lo facevano rialzare. Il suo bel manto peloso aveva perso tutta la gagliardia e lo splendore. I peli ricadevano flosci e infangati, o macchiati di sangue rappreso dove la mazza di Hal lo aveva percosso. I suoi muscoli si erano dissipati diventando fasci nodosi, e i cuscinetti di carne erano scomparsi, tanto che ogni costola e ogni osso del suo scheletro si delineavano nettamente attraverso la pelle cascante che si aggrinziva in vuote pieghe. Era una cosa da spezzare il cuore: solo il cuore di Buck era infrangibile. L’uomo dal maglione rosso ne aveva avuto la prova. E lo stato di Buck era lo stato dei suoi compagni, veri scheletri ambulanti.
In totale erano sette, compreso lui. Nella loro estrema miseria erano diventati insensibili al morso della frusta o al colpo della mazza. Il dolore delle percosse era ottuso e distante, proprio come sembravano ottuse e distanti tutte le cose che i loro occhi vedevano e le loro orecchie sentivano. Non erano vivi nemmeno per metà, anzi nemmeno per un quarto. Erano né più né meno che sacchi di ossa in cui guizzavano debolmente sprazzi di vita. Quando si faceva una sosta si lasciavano cadere fra le tirelle come fossero morti, e quegli sprazzi si offuscavano e sbiadivano e sembravano abbandonarli. E quando la mazza o la frusta li colpivano, gli sprazzi guizzavano debolmente, ed essi si rimettevano in piedi e riprendevano ad arrancare.

Angosciata da tutte le botte che Buck e gli altri cani da slitta si stavano prendendo (ma è un libro adatto per bambini, questo? ci sono dei pezzi che sono tremendi per la violenza inflitta agli animali), ho finalmente tirato un sospiro di sollievo con l’entrata in scena di John Thornton. Sono alla fine del quinto capitolo.

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Furore

Furore, John Steinbeck, Bompiani, 2015, p.638
Furore, John Steinbeck, Bompiani, 2015, p.638

Questo romanzo è un capolavoro, ma non sono di certo la prima a dichiararlo. Fin dalla sua uscita in America, nel lontano 1939, riscosse un successo straordinario, con mezzo milione di copie vendute. Se ne discuteva e dibatteva ovunque, alla radio, nei giornali, nelle scuole, e alcuni lo contestarono come propaganda comunista poiché portava alla luce lo sfruttamento perpetrato dai grossi latifondisti californiani sui migranti provenienti dal Midwest. Ma il fatto che il romanzo denunciasse questa cosa non ne impedì comunque la diffusione e il clamoroso successo. Quando invece arrivò qui da noi in Italia, negli anni ’40, proprio nel periodo in cui Mussolini entrava in guerra a fianco della Germania nazista, subì dei tagli impietosi da parte della censura. Ora possiamo finalmente leggere il romanzo nella sua versione integrale, senza aggiustamenti e rimaneggiamenti, grazie a questa nuova traduzione dei Tascabili Bompiani che ce lo presenta in tutta la sua potenza espressiva. Doveroso aggiungere che nel corso del tempo il libro vinse il National Book Award e il Pulitzer Prize, e che nel 1962 gli fu dedicata una menzione speciale in occasione del Premio Nobel al suo autore. Nel 1940 John Ford ne ricavava pure un film, considerato ancora oggi il più intenso dei suoi capolavori.

Un libro che quindi all’epoca scottava, che risultava urtante per le classi dominanti, quelle monopolistiche e abbienti, visto che metteva in campo i disagi e le miserie dei lavoratori, dei migranti che lavoravano come braccianti nei frutteti, nei campi di cotone. Anche perché faceva intendere il rischio (e la necessità) di una rivolta da parte degli stessi, o perlomeno il diritto di organizzarsi in sindacati in modo da non essere continuamente calpestati. Un vero e proprio romanzo di denuncia sociale, che aveva preso spunto da diversi articoli che Steinbeck stesso aveva pubblicato nel 1936, dopo essersi documentato a lungo sulle condizioni di vita della gente che, stremata dalla fame e attratta da allettanti offerte di lavoro (che poi non si rivelavano tali), abbandonava la terra d’origine per raggiungere la California.
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I racconti di Flannery O’Connor

Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.
Tutti i racconti, Flannery O’Connor, Bompiani, 2013, 606 p.

Scrivo come scrivo perché sono (non sebbene sia) cattolica. È un fatto, tanto vale dirlo a chiare lettere. Però sono una cattolica singolarmente dotata di coscienza moderna, delle specie che Jung definisce astorica, solitaria e colpevole.

Così si descriveva Flannery O’Connor in una lettera a un’amica, cercando di spiegarle quanto la fede cristiana la guidasse sulla strada dell’ispirazione artistica senza per questo renderla un’esaltata, una timorata di Dio. Anzi, la scrittrice era in genere disgustata dagli individui che si autocompiacevano della loro devozione religiosa, pensando per questo di essere perfetti o migliori di altri (e non per niente nei suoi racconti li metteva duramente alle strette, gli ipocriti di questo tipo), così come non sopportava chi scriveva romanzetti edificanti con la pretesa di insegnare ai lettori delle facili scorciatoie morali. Ma con quella frase ci fa anche capire quanto sia stata per lei importante, se non fondamentale, la fede in Dio, perché senza quella non avrebbe mai potuto scrivere quello che ha scritto e nel modo in cui l’ha scritto.
Il fatto è che la credenza nei dogmi cristiani non le intralciava in alcun modo la visione artistica che aveva del mondo, ma al contrario gliene ampliava gli orizzonti. Flannery era infatti convinta che per cogliere a fondo il male, anche nei suoi angoli più oscuri, fosse necessaria una qualche luce e che questa potesse giungere solo dalla fede, che considerata in questi termini si rivelava una lente di ingrandimento sulla realtà. Anzi, era addirittura del parere che «gli scrittori che vedono alla luce della loro fede cristiana saranno, di questi tempi, i più fini osservatori del grottesco, del perverso e dell’inaccettabile» perché «non vi sarà niente nella vita di troppo grottesco, o troppo non cattolico, da non poter fornire materiale». Un modo interessante e suggestivo di considerare certe cose, che probabilmente le derivava non solo dall’educazione cattolica ortodossa ma anche da svariate letture di stampo religioso, filosofico e storico-mitologico che aveva smaltito nel corso degli anni, da San Tommaso d’Aquino al gesuita Teilhard de Chardin, dal filosofo Jacques Maritain a mistici come Teresa d’Avila, dallo storico Mircea Eliade a Carl Gustav Jung. Libri che alternava volentieri con quelli dei suoi narratori preferiti, tra i quali spiccavano Henry James, Conrad, Poe, Hawthorne, oltre una bella selezione di autori russi e francesi. Tutte letture che, prese nel loro complesso, le avevano modellato una particolare visione della vita e un altrettanto particolare modo di esprimerla nella sua scrittura.
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Le menzogne della notte

Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2010, 140 p.
Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2010, 140 p.

Non so più cos’altro scrivere di Bufalino, se non che il rituffarmi nelle sue pagine mi comporta ogni volta anche il fatto di perdermici dentro, con il rischio di affogare in qualche perifrasi di rara bellezza. E il naufragar m’è dolce in questo mare, per dirla con Leopardi.
Lo so che rischio di ripetermi, ma non posso fare a meno di riflettere su quanto sia difficile trovare oggigiorno uno scrittore capace di esprimersi con tanta poetica ed eleganza stilistica senza che l’una vada a discapito dell’altra. Per carità, non mi aspetto dagli autori moderni delle prestazioni così forbite e per certi aspetti sorpassate, ma qualche etto in più di buono stile e cultura non mi dispiacerebbe affatto. Intendiamoci, tra le tante banalità che i grandi editori danno in pasto alle masse si scopre ogni tanto una perla, magari un po’ in disparte, ma di scrittori capaci di valorizzare a fondo la lingua italiana se ne trovano veramente pochi. Tra gli autori di oggi porterei con me sulla famosa isola deserta Sebastiano Vassalli e Michele Mari (i loro libri, beninteso), mentre per quelli di ieri la scelta è senza dubbio più vasta: si pensi a Landolfi, Calvino, Bassani, Gadda, Pavese, Sciascia e altre simili personalità. Chiudo però adesso questa parentesi con qualche margine di dubbio, ossia in buona fede, visto che tra i contemporanei ho ancora molto da rovistare…

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Diceria dell’untore

Diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.
Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.

Quando ho letto per la prima volta Bufalino sono subito rimasta colpita dalla sua scrittura così colta, espressiva e raffinata, oltre che dalla sua incredibile capacità di utilizzare le metafore nei modi più arditi e impensati. Ho però notato che oggigiorno è un autore poco conosciuto, soprattutto dalle ultime generazioni, forse perché ha uno stile talmente ricercato che a molti potrebbe apparire anacronistico. Eppure i suoi scritti sono una fonte inesauribile di spunti lessicali di estrema bellezza, da leggere e rileggere non solo per ampliare la conoscenza della lingua italiana, ma anche per farsi avvolgere e inebriare da una sequela di immagini che sta sempre in bilico tra prosa e poesia.

Per quanto riguarda il libro in esame, devo ammettere che non è facile recensire un’opera di questo calibro, a mio parere tra le più riuscite dell’autore. La storia, per molti aspetti struggente, affonda le sue radici in un’esperienza realmente vissuta dallo scrittore, visto che prende spunto da una sua lunga degenza causata dalla tisi. Ricordi effettivi si mescolano quindi con fatti vagheggiati e fantasticati, anche se alla fine sono questi ultimi a prevalere. Il protagonista è dunque l’autore stesso, o meglio il suo alter ego, reduce dalla guerra con «un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo», ricoverato in un sanatorio palermitano nell’estate del ’46. In questo luogo di tubercolotici «secchi come uno sparo e umiliati da continui colpi di tosse», che si intrattengono a vicenda con discorsi, chiacchiere e piccole dispute, sperando in tal modo di prolungare un’esistenza che in realtà serba scarse possibilità di futuro, al protagonista non resta che tentare di sopravvivere alla malattia, magari convincendosi di esserne solo un ostaggio provvisorio, anche se:

… non c’era giorno o notte, alla Rocca, che la morte non m’alitasse accanto la sua versatile e ubiqua presenza, ch’io non ne intravedessi, in una striscia di luce o in un mucchietto di polvere, le imbellettate fattezze, ora d’angela ora di sgherra. Lei era la meridiana che disegnava sul soffitto delle mie insonnie le pantomime del desiderio; lei la tagliola che mi mordeva il calcagno; il mare di foglie che il sole tramuta in brulichio di marenghi; lei la buca d’obice, l’in pace, le quattro mura di ventre dove nessuno mi cerca.

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