Cose belle da leggere #2

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Questa volta ho scelto degli articoli che trattano di autori che vorrei leggere o che sono in procinto di iniziare (a parte Pavese, rivisitato più volte). Il primo post della rubrica, inaugurata nel settembre 2016, lo trovate a questo link.

Racconti americani: Lucia Berlin
Un libro di cui avevo già letto varie opinioni in giro, ma quella che mi è piaciuta di più, per sostanza e franchezza, è proprio questa.

Un eroe dei nostri tempi
Una presentazione colta, vivace e scorrevole dell’opera di Michail Jur’evič Lermontov, poeta e scrittore russo del secolo XIX.

La figlia femmina
Una recensione che, per come è stata scritta, non si dimentica facilmente. Resta addosso la curiosità di accostarsi al libro, che è l’esordio narrativo di Anna Giurickovic Dato, giovane scrittrice catanese.

Questi sono i nomi – Tommy Wieringa
Un commento convincente per un libro che intendo leggere, e che se lo leggerò sarà proprio grazie a questo commento.

“Il grande marinaio” di Catherine Poulain – il viaggio di una donna nell’Alaska dei pescatori
La storia vera di una donna francese che a 33 anni è partita alla volta dell’Alaska per vivere diversi mesi a bordo di un peschereccio, sfidando se stessa e ogni avversità.

“Ho trovato compagni trovando me stesso”
Il primo di una serie di articoli dedicati a Cesare Pavese. Nel blog trovate con facilità anche gli altri post sulla sua poetica, tutti scritti con cura e passione.

“Il giardino dei cosacchi” di J. Brokken svela un Dostoevskij mai visto prima
Un romanzo impostato sull’amicizia tra Fëdor Dostoevskij e il barone Alexander von Wrangel, confermata da lettere e documenti dell’epoca.

Di cosa parliamo quando parliamo di amore, di Raymond Carver
La mia edizione è ancora lì, che aspetta sullo scaffale. Troppi i libri da smaltire, ma arriverà il suo momento. Carver è considerato uno dei maggiori scrittori americani di short stories del secolo scorso, mica ce lo possiamo perdere.

Il mondo secondo Garp
Forse il romanzo più famoso di John Irving, scrittore e sceneggiatore statunitense. Le considerazioni espresse nel post mi hanno convinta a metterlo in wishlist.

“I beati anni del castigo” – Fleur Jaeggy
Un’opinione interessante per un libro che appare altrettanto interessante, scritto da un’autrice italo-svizzera che mi piacerebbe esplorare.

Kafka sulla spiaggia: la biblioteca dei mantra di Murakami Haruki tra profezia e sogno
Un romanzo che forse mi farebbe riconciliare con il suo autore. L’articolo è magnifico, più un saggio che una semplice recensione.

Riparare i viventi

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Riparare i viventi

Riparare i viventi, Maylis De Kerangal, Feltrinelli, 2015, 427 p.

Questo romanzo è un torrente in piena. Sono quasi alla fine, mi mancano una ventina di pagine, eppure mi sento ancora sbattuta qua e là dai flutti, incapace di trattenere le sporadiche boccate d’aria. Ѐ una corrente di emozioni per lo più toccanti, dolorose, ma anche cariche di speranza verso la vita, che ti entrano dentro come colpi progressivi nello stomaco abbattendo ogni tentativo di difesa emotiva, di distacco mentale. Fin dall’inizio ti senti turbato, scosso, eppure non puoi fare a meno di continuare la lettura. Perché è una storia che assorbe, catalizza e ingloba con (e in) tutti i sensi, quasi le stessi non solo leggendo ma anche vivendo le situazioni descritte. Succede infatti di sentirsi immersi, a più riprese, nello stato d’animo di una madre e di un padre che stanno perdendo un figlio, anzi, che l’hanno già perso a causa di un incidente (coma irreversibile), provando quindi sulla propria pelle l’impossibilità di sostenere un colpo simile, un impatto così devastante, con tutte le conseguenze che ne derivano.
Inutile, in questo caso, omettere i particolari della trama, perché quello che conta non è tanto la storia in sé stessa ma il modo in cui è stata immaginata, meditata e tessuta, vissuta dentro e poi restituita al lettore con il massimo del realismo. Spiegare quello che succede non toglie nulla alla suggestività del romanzo, che avrà comunque l’effetto, se deciderete di leggerlo, di sorprendervi e non di meno sconvolgervi.

Simon Limbres. Un diciannovenne vitale e dinamico, amante del surf e di tutte le cose che appassionano in genere i giovani d’oggi, un ragazzo alle prese con il suo primo amore e con un futuro pieno di sogni, che all’improvviso si ritrova catapultato sul confine tra la vita e la morte, in quel limbo da cui difficilmente si torna indietro. Tutto accade nel giro di pochi istanti, pochi miseri e dannati istanti di un’alba fatale, dopo una sessione di surf notturno con degli amici, forse per un colpo di sonno di chi si trova alla guida del veicolo che riconduce a casa, e per Simon che sta seduto nel mezzo, dove non c’è la cintura di sicurezza, è veramente un impatto tremendo. Ma non è tanto l’accaduto in sé che porta scompiglio durante la lettura, visto che di incidenti ne accadono purtroppo ogni giorno nel mondo, al punto che a volte ne siamo perfino assuefatti, ma è proprio il modo in cui l’autrice incanala la nostra attenzione in tutto ciò che accade dopo, immergendoci a getto continuo nelle reazioni emotive dei vari personaggi che fanno da contorno alla tragedia. Ѐ come se fosse riuscita lei per prima a calarsi anima e corpo nella storia, immedesimandosi alla perfezione nel dolore attonito e quasi muto della madre, nell’impotenza rabbiosa del padre, nei loro dubbi di fronte all’eventualità di donare gli organi del figlio appena deceduto, e anche nell’imbarazzo dei medici, degli specialisti, degli infermieri, che spesso faticano a trovare l’approccio giusto con i parenti della vittima, sempre attenti a barcamenarsi tra empatia e distacco, tra schiettezza e reticente cautela.

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Anna Fedorova

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Non stravedo per la musica classica e non sono un’esperta in materia, ma ogni tanto mi piace ascoltare brani di Mozart, Chopin e Rachmaninoff. In questi giorni, girando nel web alla ricerca di qualche concerto registrato, sono incappata nella pianista ucraina Anna Fedorova, che da subito mi ha colpita per quel misto di forza e dolcezza che trapela dalle sue performance. Dalle notizie raccolte in giro ho scoperto che suona il piano dall’età di 5 anni e adesso, che ormai ne ha 27, si trova alle spalle una carriera di tutto rispetto, con numerosi concorsi vinti e concerti tenuti nelle sale più prestigiose d’Europa e d’America, ultimamente anche in Giappone.

Tra le tante esecuzioni ne ho selezionate in particolare due, quelle che mi hanno maggiormente deliziata e coinvolta; spero facciano lo stesso effetto anche voi. Di strumentisti bravi ce ne sono tanti in giro, gironzolando nel web c’è solo l’imbarazzo delle scelta, ma questa pianista russa mi è sembrata davvero speciale, sia per la padronanza tecnica che per la sensibilità interpretativa. Impossibile non emozionarsi nel guardarla e ascoltarla: tanto strepitosa nel primo video, mentre esegue lo Studio Op.25 n.11 in La minore del grande Chopin, quanto intensa ed emotivamente partecipe nel secondo, dove interpreta un bellissimo pezzo di Beethoven, la Sonata Op.57 n.23 in Fa minore, detta anche “Appassionata”. Su You Tube trovate con facilità dei concerti dove esegue in modo magistrale anche la musica di Rachmaninoff, se vi piace il genere vi consiglio di cercarli. L’impressione è che Anna Fedorova non si limiti a suonare con perizia dei pezzi famosi, ma che ci metta dentro anche l’anima. Per di più è dotata di una bellezza fresca, naturale e incantevole, che le conferisce un’aria da eterna ragazzina.

Il sito ufficiale dell’artista, con note biografiche e altre fotografie: http://www.annafedorova.com/Anna_Fedorova/Home.html

Sola a presidiare la fortezza

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Lettere, Flannery O’Connor, minimum fax, 2012, 270 p

«In questo periodo me la cavo a meraviglia a parte uno zoppicamento che mi dicono dovuto ai reumatismi. La gente di colore la chiama “la disgrazia”. Sta di fatto che cammino come se avessi un piede sul marciapiede e l’altro no ma non è un grande fastidio e mi risparmia una caterva di cose che non ho voglia di fare». (14 novembre 1954)

Così si dipingeva Flannery O’Connor in una lettera inviata a Caroline Gordon, che spesso leggeva in anteprima i suoi racconti, anche se in realtà di motivi per fare dell’autoironia ne aveva ben pochi, visto che da circa due anni le era stato diagnosticato il lupus eritematoso sistemico, la stessa malattia che aveva stroncato suo padre quand’era ancora una ragazzina perché all’epoca incurabile. Essendo il “lupo rosso” un male che distrugge il sistema immunitario, Flannery fu costretta fin dall’inizio ad assumere forti dosi di cortisone per tenerlo a bada, e questo le causò un progressivo logoramento dell’impalcatura ossea con derivanti problemi di deambulazione. Eppure, nonostante l’obbligo delle stampelle e la consapevolezza di avere una vita breve davanti a sé, cercò fin da subito di reagire, di non arrendersi, dedicando ogni forza residua alla sua più grande passione: la scrittura.
«Le energie per scrivere non mi mancano», scriveva ad una coppia di amici qualche mese prima, già imbottita di cortisone e con la faccia gonfia, «e siccome se c’è una cosa che devo fare è appunto quella, riesco, sia pure a denti stretti, a prenderla come una benedizione. Quando una cosa la devi dosare, finisce che le presti maggiore attenzione, almeno così mi dico».

Flannery aveva già pubblicato da due anni il suo primo romanzo, “La saggezza del sangue”, e nello stesso arco di tempo era entrata in contatto con molte persone dell’ambiente letterario. Con alcune di queste riuscì ad avviare un interessante scambio epistolare, che in sostanza è quello raccolto nelle pagine del volume che sto presentando. La cosa interessante del carteggio è che ci permette di conoscere non solo aneddoti riferiti al contesto in cui viveva e alla gente che incontrava, ma di farci anche un’idea più completa del suo modo d’intendere la scrittura, e questo torna utile non solo agli scrittori o aspiranti tali ma anche ai lettori che hanno letto e apprezzato i suoi racconti e/o romanzi, dal momento che molte lettere contengono chiarimenti sugli stessi. Anzi, a chi volesse avvicinarsi per la prima volta all’opera della scrittrice consiglierei di tenere a portata di mano proprio questo volumetto, che in fondo risulta molto piacevole anche come lettura a sé stante. Dalla corrispondenza privata vengono infatti fuori aspetti del carattere che sono davvero interessanti, incluso un umorismo tagliente che non risparmiava niente e nessuno e che le permetteva di ironizzare a fondo anche sulla sua persona.
Determinata, caparbia, esigente prima di tutto con sé stessa e molto schietta nei giudizi con gli altri, Flannery era in realtà una donna anche simpatica e portata per le amicizie. Dotata di un’acutezza osservativa che andava oltre ogni dato apparente, riusciva a far decantare dentro di sé qualsiasi input le giungesse dall’esterno per poi restituirlo attraverso una scrittura che non afferma e non sputa sentenze, che aborra i messaggi moralistici o edificanti (a dispetto di una salda credenza in tutti i dogmi cristiani), ma che si limita invece a presentare, “a raffigurare”. Anche con crudezza a volte, anche con brutalità, perché se scrivi di persone volgari devi pur dare la prova della loro volgarità, devi dar corpo e spessore al loro carattere, alle loro intenzioni. Parafrasando ciò che aveva scritto l’amatissimo Conrad, l’autrice era infatti dell’idea che la parola scritta dovesse far udire, far sentire e, prima di tutto, far vedere. Perché se si riesce a far questo, il lettore troverà nel racconto incoraggiamento, consolazione, paura e incanto, e tutto quel che chiede, e forse anche quel barlume di verità che ha scordato di chiedere. (cfr. “Nel territorio del diavolo”, p.51)

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Pedro Salinas, non solo amore…

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E improvvisa, inattesa,
fortuita, l’allegria.
Da sola, perché volle,
è venuta. Così verticale,
così grazia insperata,
così dono a sorpresa,
che non posso credere
che sia per me.
Mi guardo intorno,
cerco. Di chi sarà?
Sarà di quell’isola
sfuggita dall’atlante,
che mi è passata accanto
vestita da ragazza,
con spume al collo,
abito verde e un grande
spruzzo di avventure?
Non sarà forse caduta
a un tre, a un nove, a un cinque
di questo agosto che inizia?
Oppure è quella che ho visto tremare
di là dalla speranza,
nel fondo di una voce
che mi diceva: «No»?

Ma non importa, ormai.
Sta con me, mi trascina.
Mi sradica dal dubbio.
Sorride, possibile;
prende forma di baci,
di braccia, verso me;
finge d’essere mia.
Andrò, andrò con lei
ad amarci, a vivere
tremando di futuro,
a sentirla veloce,
secondi, secoli, eternità,
niente. E l’amerò
tanto, che quando verrà
qualcuno
– e non lo si vedrà,
non si potranno udire i suoi
passi – a richiederla
(è il suo padrone, era sua),
quando la condurranno,
docile, al suo destino,
lei si volterà indietro
a guardarmi. E vedrò
che ora è mia, finalmente.
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Notturni, Kazuo Ishiguro

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kazuo1E’ il mio primo incontro con lo scrittore anglo-giapponese. Mi è piaciuto? Non posso dirlo con estrema certezza, anche perché non basta leggere qualche racconto (nella fattispecie soltanto cinque) per arrivare subito ad una conclusione. Posso comunque affermare di averlo trovato interessante, in particolare per due aspetti. Innanzitutto per la scrittura nitida e scorrevole, capace di evocare suggestioni e di fare rimandi senza per questo apparire dispersiva o noiosa. Poi per la scelta originale di utilizzare la musica come filo conduttore delle storie; musica rappresentata di volta in volta dagli stessi personaggi, che rivestono per l’occasione i panni di cantanti, saxofonisti, violoncellisti e via dicendo, oppure citata attraverso i brani di famosi artisti del passato.
Nel primo racconto, giusto per rendere l’idea, l’io narrante è un chitarrista che suona nelle orchestrine di piazza San Marco, e la musica fin da subito evocata è quella di Diango Reinhardt e Joe Pass. E dopo qualche pagina, quando il giovane musicista accetta di affiancare un cantante americano nel corso di una serenata, sono le canzoni della vecchia Broadway, quelle cantante ai tempi d’oro da Chet Baker e Frank Sinatra, che si levano nell’aria tra i canali veneziani.
La scelta della musica come tematica di fondo nasce da un’antica passione di Ishiguro, che infatti fin da ragazzo si cimentava con la chitarra e il pianoforte sognando di diventare un cantautore, alla maniera di Bob Dylan o Leonard Cohen. Forse è una fortuna (per lui, ma anche per i numerosi fan) che abbia dirottato sulla narrativa, visto il successo riscosso negli ultimi anni. La musica gli è comunque rimasta così radicata nel DNA da costituire ancora oggi fonte d’ispirazione. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata a Repubblica, l’idea per queste short-stories cominciò a prendere forma dopo aver composto dei brani per musica jazz, che gli erano stati commissionati dalla cantante americana Stacey Kent: «… lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe».

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