Elogio della tenerezza

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Potrebbe la tenerezza salvare il mondo? Qualcuno, se non ricordo male un principe di nome Myškin, era convinto che la bellezza avrebbe potuto salvare il mondo, non so bene con quali motivazioni alla base perché il libro devo ancora leggerlo ma sospetto fossero di natura etica, spirituale… Senz’altro la bellezza, che sia quella di un’imponente cattedrale o di un firmamento puntellato di stelle, di un’automobile fiammeggiante o di un perfetto fondoschiena, difficilmente lascia indifferenti, ma se poi non è in grado di generare un sentimento più profondo si fa anche dimenticare in fretta. La bellezza capace invece di emozionare, di suscitare cuore e palpito – cosa che a me capita facilmente al cospetto di una notte stellata, mentre di fronte a un sedere mi viene giusto da ridere – può avere un impatto notevole sul nostro carattere, sulla nostra visione del mondo e della vita, e più spesso di quanto si creda anche un effetto antidepressivo.
Sono convinta anch’io, come molti del resto, che la vera bellezza non dipenda affatto dalle forme esteriori, checché se ne dica in questa società odierna così legata all’esaltazione dell’immagine, ma che scaturisca dall’irradiazione dell’essere, ossia dalla capacità intrinseca di suscitare emozione, interesse e coinvolgimento negli altri. Personalmente credo che in molti casi sia proprio la tenerezza a fare la differenza. Spesso il bello esige solo ammirazione e ha bisogno di un piedistallo; il tenero suscita invece sentimento e fa nascere il desiderio di un contatto fisico, di un abbraccio, una carezza. In qualche modo riesce a scioglierci dentro e ci invita ad abbandonare ogni resistenza. E quando ciò che è bello si combina con ciò che è tenero l’effetto può essere addirittura prorompente, a meno che non si abbiano valvole d’acciaio al posto del cuore.

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It’s wonderful

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Una voce unica, inimitabile, che scivola roca e nebbiosa tra le note jazz, profonda e fluida nello stesso tempo… Come lo si potrebbe definire Paolo Conte? Un cantastorie colto e raffinato, capace di evocare in modo suggestivo ambienti, paesaggi, persone e sentimenti reali o semplicemente sognati. Un abile polistrumentista, in continuo equilibrio tra jazz, swing, musical e ragtime, ma lontano da ogni rigida classificazione. Un paroliere ironico e disincantato, capace di essere originale e innovativo nella sua veste classica d’altri tempi. Un poeta della musica, sebbene egli preferisca definirsi, in modo più umile e semplice, un artigiano della musica.
Vi propongo un brano riascoltato di recente, un foxtrot da camera che risale al 1982, inserito nell’album “Appunti di Viaggio” e ispirato a uno dei pionieri del ciclismo italiano, Giovanni Gerbi, sopranominato all’epoca Diavolo Rosso (siamo agli albori del ‘900), probabilmente per una maglia di quel colore che indossava spesso o forse, come vuole la leggenda, per un’improvvisa intrusione con la bicicletta nel bel mezzo di una processione religiosa durante una corsa, con conseguente spavento del parroco e dei fedeli. Straordinaria l’esibizione live di Conte (e di tutti i musicisti che l’accompagnano) nel video che segue:

Non potevo rinunciare a chiudere questo breve post con una delle più belle canzoni di sempre, incisa nel 1981 e inserita nell’album “Paris Milonga”; un brano che ormai è un classico, intramontabile come il suo stesso autore. Una di quelle canzoni che, almeno per quanto mi riguarda, non smetterei mai di ascoltare…

Dedicate ai figli

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Bella e per molti aspetti originale, ricca d’inventiva nel modo di esprimere pensieri ed emozioni sul filo di una tenera ironia, questa poesia fu scritta da Sylvia Plath durante la gravidanza, dedicata alla piccola creatura che portava in grembo. Compilata tra gennaio e febbraio del 1960 si rivelò di buon auspicio per la nascita di Frieda Rebecca, che decise infatti di fare la sua comparsa al mondo nella giornata del primo aprile, onorando in tal modo il pronostico dei versi.

Tu sei

Simile a un clown, felice soprattutto a testa in giù,
piedi alle stelle, un cranio lunare,
le branchie come un pesce. Un sensato
pollice verso allo stile del dodo.
Avviluppato su di te come un rocchetto,
esploratore del tuo buio come i gufi.
Muto come una rapa dal quattro
di luglio al Primo Aprile,
oh pallina che cresci, mia pagnottella.

Vago come la nebbia e atteso come la posta.
Più lontano dell’Australia.
Atlante curvo, nostro gamberetto viaggiatore.
Rannicchiato come un bocciolo e a tuo agio
come uno spratto nel vasetto.
Nassa di anguille tutta fremiti.
Salterino come un fagiolo messicano.
Giusto come un’addizione ben fatta.
Foglio pulito, con su la tua faccia.

All’incirca un anno dopo, nel febbraio 1961, Sylvia scrisse un’altra poesia per sua figlia, incantevole per le metafore adottate. La terza strofa, in particolare, è molto bella e suggestiva, così come il paragone tra il respiro della bambina e il lieve tremolio della falena in quella successiva. Di fronte a versi simili rimango sempre sbigottita, quasi incapace di trovare le parole adatte per formulare un commento.

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L’allergia da televisione

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Esiste quella da fieno, da acari, da glutine, da nichel, da coda all’ufficio postale, da cognata so-tutto-io, da sveglia che suona alle 7:00 del mattino, da vicino di casa che tira lo sciacquone a mezzanotte, da venditore porta a porta che non-te-ne-liberi-più. Ed esiste anche quella da televisione, che a quanto pare affliggeva il buon Manganelli. Che sollievo scoprire di non essere l’unica, mi sento un po’ rincuorata. Personalmente la guardo poco la televisione, molto poco. Qualche film, se proprio merita, qualche video musicale o un buon documentario, ma per tutto il resto le riservo un’ostentata indifferenza. Se c’è una cosa che poi non sopporto è la valanga di spot pubblicitari che ogni anno si ingrossa sempre di più, con una sfrontatezza che ormai non conosce limiti. Inoltre molti réclame, per le frasi e i quadretti scemi che ogni volta propongono, appaiono come un insulto ripetuto alla nostra intelligenza. Senza dubbio chi li concepisce tende a considerarci come un gregge di pecore tosate, appaiate, docili e prevedibili, accomunate da desideri simili e pronte a bersi qualsiasi sciocchezza. Eh no, cari strateghi della comunicazione di massa, esiste anche chi è refrattario alle vostre seduzioni. E siamo sempre di più, ve lo assicuro. Piuttosto che sorbirmi la vostra pubblicità, preferisco di gran lunga passare le serate a leggere un libro, a scrivere un articolo, a navigare tra i flutti del mare-web alla ricerca di qualche isolotto da perlustrare, oppure a fare altre cose piacevoli di cui è meglio non rivelare oltre i dettagli.
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«Che cosa ne pensa lei del culo?»

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Naturalmente, doveva succedere; è secondo le sacre e misteriose leggi della natura, e sarebbe vano, forse empio, far contrasto. Un uomo pensoso di sé e della galassia, uno studioso delle comete dell’anima, lettore di classici, amante della sintassi, cultore di aggettivi; tradotto, anche, in lingue bizzarramente locali, sussurrate da pochi e nevrotici indigeni; un uomo così fatto sa che la sperduta umanità si rivolgerà a lui come a un saggio, diciamo una roba zen, un po’ sul guru.
Mi si consenta di uscire dal generico, e di inalberare i vessilli del narcisismo. Mi hanno chiesto, a bruciapelo, come usava nell’Iowa, cosa pensavo della morte, che idea avevo dell’aldilà, che cosa pensavo di una certa nave fenicia, e naturalmente della droga, del Foscolo, dell’amore, dell’eros, dell’erotismo, della pornografia, del sesso, dell’eterosessualità, della fotografia, del cinema muto, degli handicappati, degli omosessuali, dell’inferno, della scuola, dei flipper, di Dio, del romanzo; ma un oracolo non ha raggiunto il suo culmine, non è se stesso, se non gli fanno la domanda estrema: «Che cosa ne pensa lei del culo?».
Di questa domanda debbo osservare in primo luogo che è formulata con il “lei”, e dunque deferente, lievemente angosciata, e che include la parola “culo”. A domande così rispondeva in altri tempi il decaduto oracolo di Delfi, o la quercia di Dodona. E appunto così avrebbero parlato gli antichi: non avrebbero detto “parti deretane”, o “natiche”, o “sedere”, o “servizi”, o “didietro”, tutte parole svergognatamente senza vergogna, oneste, semplici, leali. No: è quella parola breve e sonora, quel “culo”, che vuole una risposta. Mi dicono che il culo oggi sia in crescita, che la sua dignità venga riconosciuta, che sia di moda. Quando diventerà di moda l’orecchio sinistro? O il mastoide? Le lacrime romantiche erano solo un caso – antico – di moda fisiologica?
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Cose belle da leggere #1

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Con questa nuova rubrica, che uscirà ogni tanto e senza cadenze fisse, intendo proporre una rassegna di articoli (ri)pescati in giro da altre pagine e risalenti a periodi più o meno recenti. Articoli da leggere durante una pausa-caffè o nelle serate libere da altre incombenze, quando non ci sono stoviglie da lavare, cellulari che ossessionano, figli che urlano, gatti e mariti o mogli che reclamano la loro parte di attenzioni. Quando la tv non ha più il potere di catalizzare ogni cellula del nostro cervello, perché ce ne siamo finalmente affrancati. Un traguardo quest’ultimo, me ne rendo conto, assai difficile da raggiungere ma non impossibile. Quindi suvvia, non abbandoniamo del tutto la speranza, che come si dice in giro è l’ultima a morire.
Prima di iniziare concedetemi però, come sempre, di imbarcarmi in una serie di lunghe e noiose precisazioni, tanto superflue quanto forse necessarie. Innanzitutto mi preme chiarire che per ovvi motivi di spazio non mi è possibile segnalare ogni volta tutto ciò che di interessante recupero in giro, devo per forza fare una scelta. Da qui la necessità di optare per ricerche e analisi che siano in grado di suscitare non solo curiosità ma anche riflessioni di una certa portata, senza però trascurare le proposte di libri e autori che da tempo vorrei approfondire o che mi stanno particolarmente a cuore. Tuttavia, essendomi resa conto di quanto sia arduo rileggere e selezionare, sono pure cosciente del fatto che molte pagine meritevoli potrebbero sfuggire di volta in volta alla mia attenzione. Che poi l’età avanza e la memoria comincia a perdere colpi. Indi per cui, visto che esistono anche blog letterari che conosco appena o non conosco affatto, ho pensato di dare a tutti la possibilità di segnalare nei commenti dei post interessanti, in modo da rendere ancora più ricca e variegata la qui presente proposta. Credo sia inutile aggiungere che eviterò di pubblicare link ad articoli del proprio blog o di promozione dei propri libri o di pubblicità spudorata a chicchessia. Anche perché lo scopo principale di questa rubrica è, sic et simpliciter, quello di porre l’attenzione su tutto ciò che brulica al di fuori del proprio hortus conclusus, in modo da favorire la possibilità di nuovi scambi e amicizie tra blogger.
Ecco allora una prima rassegna di cose belle da leggere, elencate senza ordine di preferenza. Sono articoli che si distinguono tra loro per stile, profondità e contenuti, ma meritano tutti a mio giudizio di essere letti e apprezzati. Se però qualcuno non gradisse l’iniziativa o non volesse farne parte, lo può anche dire senza problemi 😛 magari illustrando i motivi del proprio dissenso, e le ragioni stimate, le migliori, e le più forti e convincenti, senza però lasciar l’altre, le quali sieno stimate più deboli, per quella ragione, che stante la gran varietà de’ cervelli, non tutti i gusti o sentimenti sono uniformi (tanto per parafrasare Ludovico Antonio Muratori, storico e giurista del XVII secolo).

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