Il vecchio e il mare

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È stato un bel viaggio, quello al fianco di Santiago. Anche disagevole, a dire il vero, come disagevole e altalenante (oltre che ricca di fascino) è la vita stessa, con tutto quel succedersi di alti e bassi, di conquiste e perdite, di esaltazioni e abbattimenti. Senza i quali non si riuscirebbe ad apprezzare fino in fondo il sapore della riuscita, nel momento in cui diventa finalmente una certezza. Senza i quali sarebbe forse anche impossibile accettare la sconfitta come occasione per riflettere, per guardarsi meglio dentro, facendo così dell’umiltà una virtù.

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Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway, Mondadori, 2014, 125 p.

La trama di questo breve romanzo (o lungo racconto) è talmente nota che penso di non far torto a nessuno nel riportarla a grandi linee; in caso contrario, evitate di proseguire la lettura. Al centro della vicenda c’è quindi Santiago, un vecchio pescatore cubano la cui misera vita è rischiarata solo dall’affetto di un ragazzino, Monolito, a cui insegna i rudimenti della pesca. Sono però tre mesi che il vecchio rientra dai suoi viaggi per mare a mani vuote, come se fosse perseguitato dalla scalogna (considerato salao – ossia spacciato, finito – anche dalla gente del posto, che lo guarda con compatimento), per cui una mattina decide di riprendere il largo, questa volta senza il ragazzo, per sfidare di nuovo la sorte. All’inizio questa sembra sostenerlo, visto che abbocca all’amo un magnifico marlin di oltre cinque metri, il pesce più grosso che gli sia mai capitato di incontrare in tanti anni, e visto anche che riesce dopo lunghi e spossanti tentativi ad ucciderlo e legarlo alla sponda della barca. Ma nel momento in cui naviga sulla rotta del ritorno ecco rimpiombare la sfortuna sotto forma di ripetuti attacchi da parte di un branco di pescecani, che in breve tempo spolpano il grosso pesce lasciandone solo la carcassa, malgrado tutti gli sforzi del vecchio per colpirli e respingerli nel tentativo di difendere la sua conquista.

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Ricordando i più giovani

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Con lieve ritardo, dedico anch’io un post alla Giornata della Memoria. A dire il vero è da una settimana che leggo, medito e svolgo delle ricerche, ma per questioni di tempo mi è stato impossibile concludere prima. Non importa, se ne può sempre parlare in un secondo momento. Anzi, stavo pensando che sarebbe utile pubblicare degli scritti sul tema della Shoah anche nel corso dell’anno, in modo da mantenere sempre “viva” la riflessione. Più se ne discute, anche all’interno dei nostri piccoli spazi virtuali, meglio è. Ogni tanto mi tornano in mente le parole di Primo Levi, così come appaiono nell’appendice del libro Se questo è un uomo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Ecco, nei prossimi mesi, sperando in una migliore gestione del tempo, non mi dispiacerebbe analizzare altri aspetti di questo capitolo terribile della storia umana (con nuovi studi, letture), anche se comprenderlo no, comprenderlo non mi è (e non mi sarà mai) possibile. Tanta crudeltà esula dalla mia capacità di comprensione.

Nel ricordare dunque i più giovani (bambini e adolescenti), si calcola che tra ebrei, slavi, zingari e disabili ne furono sterminati almeno un milione e mezzo. Una cifra da capogiro, che non solo sgomenta ma fa provare una profonda rabbia, soprattutto se si pensa che ancora oggi ad un numero incalcolabile di minori viene negato il diritto all’infanzia in diverse zone del mondo, perché seviziati e/o massacrati nelle varie guerre etniche, se non drogati, armati, usati come kamikaze per combattere in nome di ideali farneticanti. Bambini costretti a convivere fin dalla nascita con brutture di ogni tipo, che se pure si salvano restano comunque traumatizzati a vita, mutilati nello spirito se non anche nel corpo. Torturare e massacrare un altro essere umano è già in sé un’azione orrenda, inconcepibile per chi abbia un minimo di compassione, ma farlo a un bambino lo è ancora di più. È un atto infame, esecrabile, che non può avere assoluzione. Imperdonabile in ogni caso, al di là dei motivi scatenanti, del contesto, dell’epoca…

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Tra attese e desideri che cambiano…

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All’inizio ero incerta se scriverlo, il post, ma poi ho pensato che non c’è nulla di male nell’avanzare un elenco di letture per l’anno nuovo, tuttalpiù alla fine dello stesso si avrà modo di constatare, una volta di più, quanto sia facile allontanarsi dai propositi iniziali quasi senza accorgersene. In ogni caso, diciamocelo ancora una volta, se è bello avere delle spinte desideranti e dei progetti più o meno orientati, è altrettanto bello non irrigidirsi sugli stessi e lasciare ampi margini all’imprevedibilità del caso. Dacché le aspettative di vita (e lettura) si evolvono e rinnovano nei mesi di pari passo con i cicli ormonali, stagionali e planetari, se non sull’onda di eventi burrascosi, dove poi schiumeggiano fino ad esaurirsi.

Pertanto, concluso il bizzarro preambolo, mi accingo ora a mostrarvi le istantanee dei favoriti, che siete liberi di promuovere o screditare, di caldeggiare o sbeffeggiare a vostro piacere, finanche mettendo in atto ignobili depistaggi per dirottarmi su altre spiagge letterarie. In cambio però confidatemi, così da poterci incoraggiare a vicenda, a quale titolo di romanzo, saggio, biografia o raccolta poetica attendete da mesi o da tempo ancor più remoto, con l’idea di darvi finalmente una mossa per non rischiare di affidarne la lettura ai posteri. Nel mio caso, lo confesso subito, si tratta di Anna Karenina, che continuo a spostare su e giù da uno scaffale all’altro, senza decidermi al nobile passo… Sì, ogni tanto le rivolgo un cenno o la spolvero sul dorso per non farla sentire trascurata, che con le signore d’altri tempi, si sa, è d’uopo un certo riguardo.

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Christmas Jazz

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White Christmas (Bianco Natale) è una canzone celeberrima che ha visto nel tempo innumerevoli interpretazioni (a partire da quella di Bing Crosby, che risale al 1942), ma scommetto che cantata in questo modo non l’avete mai sentita…

Se però preferite un’atmosfera più effervescente, ecco qua Jingle Bells in versione jazz, che acquista un non so che di sofisticato senza perdere nulla della carica briosa. Un applauso meritato anche all’orchestra.

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Il treno era in orario

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Ci sono situazioni della vita che costringono a pensare alla morte, a guardarla proprio in faccia, al di fuori o dentro di sé. La guerra, purtroppo, è una di queste. Andreas è un soldato dell’esercito hitleriano che alla fine di una breve licenza deve lasciare di nuovo la Germania per tornare a combattere sul fronte orientale. Mentre si trova alla stazione, nell’attesa della tradotta militare, avverte il brusco presagio di un non ritorno, che poi lievita a dismisura nel corso del tragitto…

Presto, pensò, e sentiva che impallidiva. Intanto faceva i soliti gesti, quasi senza saperlo. Accese un fiammifero, illuminò quei mucchi di soldati distesi, accovacciati, dormenti, che giacevano sopra, sotto e contro i loro bagagli.
(….)
Presto, pensò. Lo sferragliare del treno, tutto come sempre. L’odore. Il desiderio di fumare. Di fumare ad ogni costo. Ma non addormentarsi! Al di là dei finestrini fuggivano le oscure sagome dalla città. Da qualche parte, lontano, la luce dei riflettori frugava il cielo, erano come lunghe dita cadaveriche che laceravano il manto azzurro della notte…in lontananza si sentivano anche gli spari dell’antiaerea… e quelle case mute, buie, senza luce. Quando verrà quel “presto”? Il sangue gli sgorgò dal cuore, gli rifluì al cuore, circolava, circolava, la vita circolava, e quel battito del polso ormai non diceva altro che: Presto!
(….)
Presto. Presto. Presto. Presto. Ma quand’è, presto? Che terribile parola: presto. Presto può essere tra un secondo, presto può essere tra un anno. Presto è una parola terribile. Quel presto comprime il futuro, lo rimpicciolisce, e non c’è nulla di certo, nulla di nulla, è l’incertezza assoluta. Presto non è nulla e presto è molte cose. Presto è la morte…

Ma “presto” è anche una parola martellante, ripetitiva come un mantra, che non concede tregua al di là dell’apparente vaghezza. Pronunciata all’inizio con indifferenza, «acquista a un tratto come un senso cabalistico. Si fa pesante e stranamente veloce, precorre chi l’ha pronunciata, decisa a squarciare un vano, chissà dove, nelle regioni incerte del futuro, poi torna al punto di partenza con la terrificante sicurezza di un boomerang». Impossibile liberarsene, dal momento che rappresenta l’appuntamento con un limite che si percepisce ultimo, conclusivo, un limite che cancella in un solo colpo qualsiasi speranza sul futuro. E anche se Andreas cerca di immaginarsele, alcune cose, come ad esempio il ritorno della pace, la ripresa degli studi o la possibilità di riascoltare una musica tanto amata, sa bene che in realtà non ci sarà più nulla, che questi «sono solo sogni, pensieri evanescenti senza peso, senza sangue, senza alcuna sostanza umana». Perché il futuro per lui non ha più volto, a un certo punto è proprio mozzo, e più ci pensa più si rende conto di quanto è ormai vicino a quel “presto”. Non è chiaro se tale sensazione nasca da una percezione extrasensoriale o da una semplice ossessione, ma comunque c’è, prende forma e si replica nella sua mente fino a tradursi in un luogo ben preciso: tra Leopoli e Černovcy, nella zona della Galizia orientale. È lì, proprio in quel tratto di percorso, anche se non sa in che modo e in quale circostanza, che Andreas avverte lo stop, il fine corsa della sua ancora giovane esistenza…

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