Verso una metamorfosi

Da un po’ di tempo sono in crisi, forse si sarà intuito. Avete presente quella sensazione di stanchezza che diventa via via sempre più pesante e sfibrante, dovuta a troppi pensieri, progetti e problemi che si trascinano da mesi senza valide risoluzioni? Ecco, per questo e altri motivi non riesco a concludere un articolo, nonostante ne abbia molti in gestazione e anche qualcuno a cui basterebbe una sola virgola per essere pubblicato. Ma non ho la forza per aggiungere neppure quella. Quindi me ne resto qui in silenzio, a coltivare l’assenza nel mio piccolo hortus conclusus, che chissà quando potrà dare nuovi frutti e riaprire i cancelli…
La cosa più urgente, per me adesso, è quella di prendermi cura di me stessa, di coccolarmi un po’, di volermi bene, di stare calma e serena. Mi aspetta un mese difficile da affrontare, e voglio cercare di superarlo a testa alta come ho fatto altre volte nel passato, senza cedere alla paura. Nel frattempo, ogni volta che mi sentirò abbastanza serena, passerò a leggervi in punta di piedi, magari senza farmi sentire ma con l’autentico piacere di sempre, perché tanto mi avete dato e continuate a darmi con le vostre poesie, con le vostre letture e belle riflessioni.

Vi lascio in compagnia di Lavinia Meijer, un’arpista olandese di origini coreane; nel video si misura con un famoso brano di Philip Glass, compositore americano di musica minimalista e contemporanea. Un abbraccio e, spero, a risentirci presto.

Buon proseguimento

Tutto quello che mi sento di dire è già incluso nei versi di questa splendida canzone. Non serve aggiungere altro, se non augurarvi un anno di pace e serenità interiore, affrancato da ansie, risentimenti e accanimenti inutili. Un anno in cui vivere al meglio il tempo presente senza sprecarlo, senza disperderlo in mille rigagnoli ma concentrandolo, con rinnovato coraggio, nelle cose che stanno veramente a cuore. Quelle che magari si vorrebbero vivere o realizzare da tempo, quelle che sarebbero in grado di riconciliare con se stessi e gli altri, quelle che potrebbero riempire per davvero gli spazi ancora vuoti che ci portiamo dentro e soddisfare anche i sensi… Senza arretrare di fronte al primo ostacolo, senza demoralizzarsi al primo sbaglio, senza colpevolizzarsi per un motivo o l’altro, altrimenti è poi un attimo, ma davvero un attimo, ritrovarsi fra un anno con altri rimpianti per cose desiderate e perse… È un augurio che rivolgo anche a me stessa, colpevole per prima di aver sacrificato più volte l’occasione di mettermi in gioco, di concedermi nuove esperienze. Forse per paura, per inettitudine, per vigliaccheria… Tutte cose che adesso vorrei lasciarmi alle spalle, per andare con sguardo nuovo verso il mio futuro.

Un grande abbraccio a tutti.

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Ricordando i più giovani

Con lieve ritardo, dedico anch’io un post alla Giornata della Memoria. A dire il vero è da una settimana che leggo, medito e svolgo delle ricerche, ma per questioni di tempo mi è stato impossibile concludere prima. Non importa, se ne può sempre parlare in un secondo momento. Anzi, stavo pensando che sarebbe utile pubblicare degli scritti sul tema della Shoah anche nel corso dell’anno, in modo da mantenere sempre “viva” la riflessione. Più se ne discute, anche all’interno dei nostri piccoli spazi virtuali, meglio è. Ogni tanto mi tornano in mente le parole di Primo Levi, così come appaiono nell’appendice del libro Se questo è un uomo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Ecco, nei prossimi mesi, sperando in una migliore gestione del tempo, non mi dispiacerebbe analizzare altri aspetti di questo capitolo terribile della storia umana (con nuovi studi, letture), anche se comprenderlo no, comprenderlo non mi è (e non mi sarà mai) possibile. Tanta crudeltà esula dalla mia capacità di comprensione.

Nel ricordare dunque i più giovani (bambini e adolescenti), si calcola che tra ebrei, slavi, zingari e disabili ne furono sterminati almeno un milione e mezzo. Una cifra da capogiro, che non solo sgomenta ma fa provare una profonda rabbia, soprattutto se si pensa che ancora oggi ad un numero incalcolabile di minori viene negato il diritto all’infanzia in diverse zone del mondo, perché seviziati e/o massacrati nelle varie guerre etniche, se non drogati, armati, usati come kamikaze per combattere in nome di ideali farneticanti. Bambini costretti a convivere fin dalla nascita con brutture di ogni tipo, che se pure si salvano restano comunque traumatizzati a vita, mutilati nello spirito se non anche nel corpo. Torturare e massacrare un altro essere umano è già in sé un’azione orrenda, inconcepibile per chi abbia un minimo di compassione, ma farlo a un bambino lo è ancora di più. È un atto infame, esecrabile, che non può avere assoluzione. Imperdonabile in ogni caso, al di là dei motivi scatenanti, del contesto, dell’epoca…

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Tra attese e desideri che cambiano…

All’inizio ero incerta se scriverlo, il post, ma poi ho pensato che non c’è nulla di male nell’avanzare un elenco di letture per l’anno nuovo, tuttalpiù alla fine dello stesso si avrà modo di constatare, una volta di più, quanto sia facile allontanarsi dai propositi iniziali quasi senza accorgersene. In ogni caso, diciamocelo ancora una volta, se è bello avere delle spinte desideranti e dei progetti più o meno orientati, è altrettanto bello non irrigidirsi sugli stessi e lasciare ampi margini all’imprevedibilità del caso. Dacché le aspettative di vita (e lettura) si evolvono e rinnovano nei mesi di pari passo con i cicli ormonali, stagionali e planetari, se non sull’onda di eventi burrascosi, dove poi schiumeggiano fino ad esaurirsi.

Pertanto, concluso il bizzarro preambolo, mi accingo ora a mostrarvi le istantanee dei favoriti, che siete liberi di promuovere o screditare, di caldeggiare o sbeffeggiare a vostro piacere, finanche mettendo in atto ignobili depistaggi per dirottarmi su altre spiagge letterarie. In cambio però confidatemi, così da poterci incoraggiare a vicenda, a quale titolo di romanzo, saggio, biografia o raccolta poetica attendete da mesi o da tempo ancor più remoto, con l’idea di darvi finalmente una mossa per non rischiare di affidarne la lettura ai posteri. Nel mio caso, lo confesso subito, si tratta di Anna Karenina, che continuo a spostare su e giù da uno scaffale all’altro, senza decidermi al nobile passo… Sì, ogni tanto le rivolgo un cenno o la spolvero sul dorso per non farla sentire trascurata, che con le signore d’altri tempi, si sa, è d’uopo un certo riguardo.

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Christmas Jazz

White Christmas (Bianco Natale) è una canzone celeberrima che ha visto nel tempo innumerevoli interpretazioni (a partire da quella di Bing Crosby, che risale al 1942), ma scommetto che cantata in questo modo non l’avete mai sentita…

Se però preferite un’atmosfera più effervescente, ecco qua Jingle Bells in versione jazz, che acquista un non so che di sofisticato senza perdere nulla della carica briosa. Un applauso meritato anche all’orchestra.

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Fabrizio Moro, tra critica sociale e poesia

Chi mi conosce sa già che in questo blog non parlo solo di libri, a dispetto del nome che gli ho dato, ma svincolo ogni tanto nel campo della musica, delle canzoni. Non perché me ne intenda, tutt’altro, ma per il semplice piacere di condividere qualcosa di bello che ho scoperto di recente o recuperato dal passato. Sono post un po’ così, scritti sull’onda emotiva del momento e che non hanno la pretesa di risultare impeccabili.
Da qualche giorno, ad esempio, sto ascoltando Fabrizio Moro, un cantautore che sembra distinguersi per la qualità dei testi e per la voce un po’ graffiante. Come al solito, vivendo in un mondo a parte, arrivo sempre tardi a questo genere di scoperte, deliziandomi per cose che magari (anzi sicuramente) sono già note ai più. Diversi anni fa, a dire il vero, avevo sentito una sua canzone che parlava di mafia (“Pensa”, del 2007, dedicata alla figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ma poi l’avevo archiviata lì, in un angolo della mente, senza procedere oltre con le indagini. Negli ultimi giorni l’ho invece ripescata dal web, andando poi alla ricerca di altri testi di questo artista, che via via apparivano sempre più interessanti. Beh, rispetto alle tante canzonette che vanno per la maggiore, di cui non cito titoli né autori perché manco le ascolto e quando capita che le ascolto me le dimentico anche in fretta, questi brani mi sembrano di un certo spessore per i temi trattati, e forse per questo risultano meno popolari rispetto a quelli di chi, giocando con frasi più scontate e banali, pensate per accontentare i gusti di tutti, si ritrova quasi sempre sulla cresta dell’onda.

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Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

Child bimbi guerra Siria
Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

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