Scheletro di dinosauro

Diletti Fratelli,
ecco un esempio di proporzioni sbagliate:
di fronte a noi si erge uno scheletro di dinosauro –

Cari Amici,
a sinistra la coda verso un infinito,
a destra il collo verso un altro –

Egregi Compagni,
nel mezzo quattro zampe che affondarono nella melma
sotto il dosso del tronco –

Gentili Cittadini,
la natura non sbaglia, ma ama gli scherzi:
vogliate notare questa ridicola testolina –

Signore, Signori,
una testolina così nulla poteva prevedere,
e per questo è la testolina di un rettile estinto –

Rispettabili Convenuti,
un cervello troppo piccolo, un appetito troppo grande,
più stupido sonno che assennato timore –

Illustri Ospiti,
in questo senso noi siamo assai più in forma,
la vita è bella e la terra ci appartiene –

Esimi Delegati,
il cielo stellato sopra la canna pensante,
la legge morale dentro di lei –

Onorevole Commissione.
è andata bene una volta
e forse soltanto sotto quest’unico sole –

Altissimo Consiglio,
che mani abili,
che labbra eloquenti,
quanta testa sulle spalle –

Suprema Corte,
che responsabilità al posto di una coda –

Già, davvero una bella responsabilità, quella dell’essere umano. Spesso elusa, scansata, onorata solo in parte o tradita nei propositi iniziali. Deviata dal richiamo del tornaconto personale, delle ambizioni politiche, delle manie di grandezza. Al punto che viene da chiedersi se non sarebbe forse stato meglio che ci fossimo estinti noi umani al posto dei dinosauri e non viceversa. Chissà che mondo ne sarebbe venuto fuori. Certo, il tirannosauro rex non avrebbe smesso di aggredire le bestie più deboli o di taglia piccola, ma quantomeno lo avrebbe fatto per fame, per puro istinto di sopravvivenza, non per assoggettarle al suo volere, schiavizzarle, maltrattarle, piegarle con la forza al suo pensiero, derubarle della terra e di ogni bene, non per sfruttarle economicamente o massacrarle sull’altare di qualche perversa ideologia, magari solo perché di etnia diversa…. E ancor meno per assecondare l’insana vocazione di ripristinare i confini imperiali di Pietro il Grande.

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Del mordersi la lingua

Provo a pubblicare un post, anche se credo che word press o il world wide web o chi per loro mi abbiano proscritta per sempre dai loro confini, visto che molti dei miei articoli non appaiono più nei motori di ricerca (Google in primis) e ancor di meno nel reader della nostra piattaforma, per cui è probabile che anche ciò che sto scrivendo in questo momento finirà risucchiato da qualche oscuro buco nero, o al limite viaggerà come una mina vagante nelle lande sterminate del web, dove solo a qualche malcapitato capiterà, di tanto in tanto, di sbatterci addosso. Questo è infatti lo scotto da pagare per chi non pubblica da molto tempo, ossia la perdita di visibilità. E se poi quel qualcuno – come la sottoscritta – ha perfino “osato” oscurare per mesi le pagine del blog, allora la punizione sarà doppia, con tanto di fustigazione sul palmo delle mani o sulla pianta dei piedi. Va be’, non crucciamoci più d tanto, sarà quel che sarà. Io mi accontento anche di due o al massimo tre malcapitati, basta che sappiano tener testa a questo mio fiume in piena, che ahimè non promette nulla di buono, ma dovevo pur rifarmi dopo un periodo così prolungato di silenzio.

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Di Cortázar, cioccolato, musica rilassante e altre amenità

Questo è un post zuccheroso e disimpegnato, infiocchettato qua e là di sollecitazioni bonarie, o per meglio dire scherzose, anche se non manca un sottofondo di serietà. Solo per farvi sapere che non sono emigrata su un altro pianeta ma sono sempre qui, semisdraiata languidamente sul mio divano sotto chili di libri, con fogli appuntati sparsi e appiccicati ovunque, anche sui capelli, con i pensieri che divagano dall’amatissimo Heinrich Böll, di cui presto pubblicherò qualcosa (a proposito, chi tra voi ha letto L’angelo tacque, ambientato nella Germania dell’immediato dopoguerra? al solo ricordo mi sento rimescolare dentro), fino al sorprendente (anzi, più che sorprendente) Julio Cortázar, per me ancora tutto da esplorare, in termini di opera omnia, anche se dopo aver letto tra un picco di febbre e l’altro cinque dei suoi racconti mi vedo già costretta ad una resa incondizionata, sedotta senza appello da uno stile che definirei incomparabile. Mi sono anche chiesta come io abbia potuto vivere, fino ad oggi, senza la consapevolezza della sua esistenza, senza avere attinto neppure una goccia dal calderone stratosferico della sua narrativa, e davvero non so cosa rispondermi…
A dire il vero qualche tempo fa una gentile fanciulla, che oltretutto scrive molto bene, mi aveva annunciato che sarebbe stato Cortázar ad agganciarmi, non viceversa, e mai previsione è stata più azzeccata. Come faccio, adesso, a liberarmi da una tale infatuazione? Non me ne libero, lascio invece che mi travolga, mi sommerga, mi spazzi via. Dovevo evidentemente aspettare che uscisse un po’ del cronopio che c’è in me per poter apprezzare il cronopio per eccellenza, vale a dire colui che mi avrebbe aperto le porte a un modo-mondo “diverso” di fare letteratura, lo scrittore Julio Florencio Cortázar Descotte per l’appunto, nato a Bruxelles nel 1914 da genitori argentini e morto a Parigi nel 1984, città dove risiedeva dagli anni ‘50 perché contrario alla politica dittatoriale di Juan Perón. Dovevo passare lo scoglio degli “anta” (ma solo perché sono una sprovveduta) per scoprire uno scrittore il cui talento è stato spesso paragonato a quello di Čechov, nondimeno a quello di Edgar Allan Poe, autore che Cortázar leggeva con particolare ingordigia fin da bambino e che senza dubbio ha contribuito a infondergli il gusto per il magico, il metafisico e talvolta per l’horror, che poi lui mescolava sapientemente alla realtà quotidiana per raccontare il Sudamerica attraverso una prosa elegante e musicale.

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Tra attese e desideri che cambiano…

All’inizio ero incerta se scriverlo, il post, ma poi ho pensato che non c’è nulla di male nell’avanzare un elenco di letture per l’anno nuovo, tuttalpiù alla fine dello stesso si avrà modo di constatare, una volta di più, quanto sia facile allontanarsi dai propositi iniziali quasi senza accorgersene. In ogni caso, diciamocelo ancora una volta, se è bello avere delle spinte desideranti e dei progetti più o meno orientati, è altrettanto bello non irrigidirsi sugli stessi e lasciare ampi margini all’imprevedibilità del caso. Dacché le aspettative di vita (e lettura) si evolvono e rinnovano nei mesi di pari passo con i cicli ormonali, stagionali e planetari, se non sull’onda di eventi burrascosi, dove poi schiumeggiano fino ad esaurirsi.

Pertanto, concluso il bizzarro preambolo, mi accingo ora a mostrarvi le istantanee dei favoriti, che siete liberi di promuovere o screditare, di caldeggiare o sbeffeggiare a vostro piacere, finanche mettendo in atto ignobili depistaggi per dirottarmi su altre spiagge letterarie. In cambio però confidatemi, così da poterci incoraggiare a vicenda, a quale titolo di romanzo, saggio, biografia o raccolta poetica attendete da mesi o da tempo ancor più remoto, con l’idea di darvi finalmente una mossa per non rischiare di affidarne la lettura ai posteri. Nel mio caso, lo confesso subito, si tratta di Anna Karenina, che continuo a spostare su e giù da uno scaffale all’altro, senza decidermi al nobile passo… Sì, ogni tanto le rivolgo un cenno o la spolvero sul dorso per non farla sentire trascurata, che con le signore d’altri tempi, si sa, è d’uopo un certo riguardo.

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Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

Child bimbi guerra Siria
Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

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Parliamo di letture. Fatte, da fare o mai concluse…

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Come sempre accade, mi trovo in prossimità dell’anno nuovo con l’intenzione di leggere una sfilza di libri che poi immancabilmente, per un motivo o per l’altro, so già che non rispetterò del tutto, o perché strada facendo vengo man mano attratta da altre proposte, che mi si parano davanti nei modi più curiosi e inaspettati, o perché l’autore e/o il genere che tanto mi martellava nella testa di punto in bianco non mi acchiappa più, e a nulla vale allungare la mano verso la copertina se sento ogni volta l’impulso di ritirarla. Chissà, saranno moti imperscrutabili da imputare al sottosuolo, tanto per adottare un termine dostoevskijano. In ogni caso, visto che a dispetto della dura razionalità capricorniana mi lascio spesso e volentieri guidare dall’istinto (colpa di Saturno in Pesci, che nel mio tema natale forma un trigono con Nettuno rendendomi più sensibile e percettiva), da un pezzo ho rinunciato a capire il senso di questa volubilità letteraria, finendo in tal modo con l’assecondarla più che frenarla… Tutto questo per spiegare che quelli esposti nella foto, in bella mostra come fossero teatranti in attesa dell’applauso, sono sì i libri che mi sono prefissata di leggere nei prossimi dodici mesi, ma come ora lo dico nello stesso tempo lo smentisco, per non fare poi di nuovo la figura di quella che blatera a vanvera. Se infatti torno con un balzo virtuale a un post di due anni fa, devo vergognosamente ammettere di non aver letto ben sei dei libri che mi ero prefissata, tra cui Roth, Borges, Murakami e Proust, che vanno quindi a rimpinguare l’attuale wishlist (ma anche no, visto che niente e nessuno mi costringe a leggerli). Nel compenso, però, in questi ultimi tempi mi sono gustata la narrativa di Màrai, Barnes, Hemingway, Munro, Gadda, Flannery O’Connor, Steinbeck, e tanta ottima poesia, da Tjutčev a Salinas, da Plath a Szymborska, e ditemi voi se è poco. Vedremo se nel 2017 sarò più ligia ai propositi iniziali o se mi farò di nuovo sviare – piacevolmente sviare – da altre lusinghe, da tentazioni inattese e irresistibili. Del resto le liste di inizio anno vengono anche stilate per avere poi il piacere di trasgredirle, siete d’accordo? 😉

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Elogio della tenerezza

Potrebbe la tenerezza salvare il mondo? Qualcuno, se non ricordo male un principe di nome Myškin, era convinto che la bellezza avrebbe potuto salvare il mondo, non so bene con quali motivazioni alla base perché il libro devo ancora leggerlo ma sospetto fossero di natura etica, spirituale… Senz’altro la bellezza, che sia quella di un’imponente cattedrale o di un firmamento puntellato di stelle, di un’automobile fiammeggiante o di un perfetto fondoschiena, difficilmente lascia indifferenti, ma se poi non è in grado di generare un sentimento più profondo si fa anche dimenticare in fretta. La bellezza capace invece di emozionare, di suscitare cuore e palpito – cosa che a me capita facilmente al cospetto di una notte stellata, mentre di fronte a un sedere mi viene giusto da ridere – può avere un impatto notevole sul nostro carattere, sulla nostra visione del mondo e della vita, e più spesso di quanto si creda anche un effetto antidepressivo.
Sono convinta anch’io, come molti del resto, che la vera bellezza non dipenda affatto dalle forme esteriori, checché se ne dica in questa società odierna così legata all’esaltazione dell’immagine, ma che scaturisca dall’irradiazione dell’essere, ossia dalla capacità intrinseca di suscitare emozione, interesse e coinvolgimento negli altri. Personalmente credo che in molti casi sia proprio la tenerezza a fare la differenza. Spesso il bello esige solo ammirazione e ha bisogno di un piedistallo; il tenero suscita invece sentimento e fa nascere il desiderio di un contatto fisico, di un abbraccio, una carezza. In qualche modo riesce a scioglierci dentro e ci invita ad abbandonare ogni resistenza. E quando ciò che è bello si combina con ciò che è tenero l’effetto può essere addirittura prorompente, a meno che non si abbiano valvole d’acciaio al posto del cuore.

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L’allergia da televisione

Esiste quella da fieno, da acari, da glutine, da nichel, da coda all’ufficio postale, da cognata so-tutto-io, da sveglia che suona alle 7:00 del mattino, da vicino di casa che tira lo sciacquone a mezzanotte, da venditore porta a porta che non-te-ne-liberi-più. Ed esiste anche quella da televisione, che a quanto pare affliggeva il buon Manganelli. Che sollievo scoprire di non essere l’unica, mi sento un po’ rincuorata. Personalmente la guardo poco la televisione, molto poco. Qualche film, se proprio merita, qualche video musicale o un buon documentario, ma per tutto il resto le riservo un’ostentata indifferenza. Se c’è una cosa che poi non sopporto è la valanga di spot pubblicitari che ogni anno si ingrossa sempre di più, con una sfrontatezza che ormai non conosce limiti. Inoltre molti réclame, per le frasi e i quadretti scemi che ogni volta propongono, appaiono come un insulto ripetuto alla nostra intelligenza. Senza dubbio chi li concepisce tende a considerarci come un gregge di pecore tosate, appaiate, docili e prevedibili, accomunate da desideri simili e pronte a bersi qualsiasi sciocchezza. Eh no, cari strateghi della comunicazione di massa, esiste anche chi è refrattario alle vostre seduzioni. E siamo sempre di più, ve lo assicuro. Piuttosto che sorbirmi la vostra pubblicità, preferisco di gran lunga passare le serate a leggere un libro, a scrivere un articolo, a navigare tra i flutti del mare-web alla ricerca di qualche isolotto da perlustrare, oppure a fare altre cose piacevoli di cui è meglio non rivelare oltre i dettagli.
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