Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

Child bimbi guerra Siria
Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

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The Labyrinth Song

Credo che tutti, o quasi, abbiamo letto o sentito parlare del mito greco del Minotauro. Nato dall’accoppiamento tra Pasifae (moglie di Minosse, re di Creta) e un possente toro bianco, viene fin da subito rinchiuso in un palazzo labirintico a causa delle sue fattezze mostruose (corpo umano e testa taurina), e all’interno di questo groviglio di corridoi, stanze e vicoli ciechi, dove è tanto facile perdersi quanto difficile uscire, gli vengono dati in pasto ogni nove anni sette fanciulli e sette fanciulle ateniesi. Teseo, figlio del sovrano di Atene, per sciogliere la sua città dall’obbligo del sacrificio decide un giorno di affrontare e uccidere il mostro, aiutato dalla bella Arianna, figlia di Minosse, che gli procura un gomitolo per entrare e uscire dal labirinto. In questo modo l’eroe, dopo aver portato a termine con successo l’impresa, riesce a ritrovare facilmente la via del ritorno grazie al filo che aveva precedentemente srotolato dietro di sé. Questa in massima sintesi la storia del mito, evitando di dilungarci in altri particolari…

Al di là dei vari significati simbolici e psicoanalitici che gli sono stati attribuiti nel corso del tempo (come, ad esempio, la messa a nudo delle pulsioni egocentriche e bestiali dell’uomo – il Minotauro – e la necessità di domarle non solo con la forza, con la lotta – Teseo – ma anche mettendo in gioco la saggezza, la prudenza, il sapere segreto – il filo di Arianna), sempre interessanti da studiare e analizzare, mi ha fatto piacere trovare oggi su YouTube una canzone di Asaf Avidan che si rifà proprio a questa antica leggenda ellenica, una canzone molto bella sia per la scelta delle parole che per la dolcezza vocale/espressiva. Mi è quindi sorto spontaneo il desiderio di condividerla con voi, sperando vi affascini altrettanto.

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Anna Fedorova

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Non stravedo per la musica classica e non sono un’esperta in materia, ma ogni tanto mi piace ascoltare brani di Mozart, Chopin e Rachmaninoff. In questi giorni, girando nel web alla ricerca di qualche concerto registrato, sono incappata nella pianista ucraina Anna Fedorova, che da subito mi ha colpita per quel misto di forza e dolcezza che trapela dalle sue performance. Dalle notizie raccolte in giro ho scoperto che suona il piano dall’età di 5 anni e adesso, che ormai ne ha 27, si trova alle spalle una carriera di tutto rispetto, con numerosi concorsi vinti e concerti tenuti nelle sale più prestigiose d’Europa e d’America, ultimamente anche in Giappone.

Tra le tante esecuzioni ne ho selezionate in particolare due, quelle che mi hanno maggiormente deliziata e coinvolta; spero facciano lo stesso effetto anche voi. Di strumentisti bravi ce ne sono tanti in giro, gironzolando nel web c’è solo l’imbarazzo delle scelta, ma questa pianista russa mi è sembrata davvero speciale, sia per la padronanza tecnica che per la sensibilità interpretativa. Impossibile non emozionarsi nel guardarla e ascoltarla: tanto strepitosa nel primo video, mentre esegue lo Studio Op.25 n.11 in La minore del grande Chopin, quanto intensa ed emotivamente partecipe nel secondo, dove interpreta un bellissimo pezzo di Beethoven, la Sonata Op.57 n.23 in Fa minore, detta anche “Appassionata”. Su You Tube trovate con facilità dei concerti dove esegue in modo magistrale anche la musica di Rachmaninoff, se vi piace il genere vi consiglio di cercarli. L’impressione è che Anna Fedorova non si limiti a suonare con perizia dei pezzi famosi, ma che ci metta dentro anche l’anima. Per di più è dotata di una bellezza fresca, naturale e incantevole, che le conferisce un’aria da eterna ragazzina.

Il sito ufficiale dell’artista, con note biografiche e altre fotografie: http://www.annafedorova.com/Anna_Fedorova/Home.html

It’s wonderful

Una voce unica, inimitabile, che scivola roca e nebbiosa tra le note jazz, profonda e fluida nello stesso tempo… Come lo si potrebbe definire Paolo Conte? Un cantastorie colto e raffinato, capace di evocare in modo suggestivo ambienti, paesaggi, persone e sentimenti reali o semplicemente sognati. Un abile polistrumentista, in continuo equilibrio tra jazz, swing, musical e ragtime, ma lontano da ogni rigida classificazione. Un paroliere ironico e disincantato, capace di essere originale e innovativo nella sua veste classica d’altri tempi. Un poeta della musica, sebbene egli preferisca definirsi, in modo più umile e semplice, un artigiano della musica.
Vi propongo un brano riascoltato di recente, un foxtrot da camera che risale al 1982, inserito nell’album “Appunti di Viaggio” e ispirato a uno dei pionieri del ciclismo italiano, Giovanni Gerbi, sopranominato all’epoca Diavolo Rosso (siamo agli albori del ‘900), probabilmente per una maglia di quel colore che indossava spesso o forse, come vuole la leggenda, per un’improvvisa intrusione con la bicicletta nel bel mezzo di una processione religiosa durante una corsa, con conseguente spavento del parroco e dei fedeli. Straordinaria l’esibizione live di Conte (e di tutti i musicisti che l’accompagnano) nel video che segue:

Non potevo rinunciare a chiudere questo breve post con una delle più belle canzoni di sempre, incisa nel 1981 e inserita nell’album “Paris Milonga”; un brano che ormai è un classico, intramontabile come il suo stesso autore. Una di quelle canzoni che, almeno per quanto mi riguarda, non smetterei mai di ascoltare…

Una musica che regala emozioni

Correre per dimenticare il dolore, correre per sentirsi liberi. Correre sul pendio arido e terroso di un vulcano, con l’aria che sferza continuamente la pelle. Correre sempre più in alto per avvicinarsi a Dio. Accompagnati da una musica sublime che fa commuovere anche il cielo.

Questo è il motivo di fondo del cortometraggio di Gian Maria Musarra, fotografo e filmaker catanese, girato sulle pendici dell’Etna nel 2006. Motivo che, come spiega lui stesso nel suo sito, l’ha spinto a girare il video in collaborazione con il compositore e musicista palermitano Giovanni Sollima, grande virtuoso del violoncello, che compare infatti a metà del filmato con il brano “Terra Aria”, tratto dall’album Works pubblicato nel 2005.
“La spinta interiore che mi ha fatto realizzare questo lavoro”, spiega Musarra “risiede nella mia necessità di esprimere artisticamente nella natura la ricerca della quiete e della speranza, per un dolore passato, ho voluto raccontare una storia dove terra e uomo sono fratelli in movimento, in un tentativo di ritornare alle origini della mia esistenza. Sin dall’inizio ho sempre pensato che Giovanni, grazie alla sua straordinaria forza espressiva, potesse essere l’unico in grado di poter commentare con la sua musica il mio lavoro”.

Le parole e le immagini di questo video, che vi invito ad ascoltare e guardare, sono davvero emozionanti, così com’è emozionante la musica in sottofondo composta da Sollima, che ho avuto il piacere di scoprire da poco leggendo un articolo pubblicato da Nea: NuovaEcologiaArtistica (grazie Camelia Nina!)


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