La primavera di Tjutčev

Per quanto opprima la mano del destino,
per quanto angosci l’inganno umano,
per quante rughe solchino la fronte,
e pieno di ferite sia il nostro cuore,
e per quanto dure siano le prove,
tutte le prove che avete subito,
che importa questo di fronte al respiro,
al primo incontro con la primavera?

La primavera…. Nulla sa di voi,
di voi, o male, o dolore,
il suo sguardo risplende immortale,
e non vi è ruga sul suo volto.
Obbediente solo alle sue leggi,
nel tempo convenuto scende a voi,
luminosa, beata, indifferente.
Come si conviene agli dei.

Copre di fiori tutta la terra,
è fresca, come la prima primavera;
se ce ne fu un’altra prima di lei,
di questa proprio nulla conosce.
Errano molte nubi nel cielo,
ma queste sono le sue nubi,
ed ella più non trova le orme
delle sfiorite primavere dell’essere.

Non sospirano le rose il passato,
né l’usignolo lo canta nella notte;
l’Aurora lacrime profumate
non versa sul tempo che fu;
né la paura dell’inevitabile fine
spira dagli alberi e dalle foglie!
La loro vita, come un oceano senza rive,
è disciolta tutta nel presente.

Gioco e vittima della vita particolare!
Vieni, e respinto l’inganno dei sensi,
immergiti, alacre, assoluto signore,
in questo vivificante, creativo oceano!
Vieni, e nella sua eterea corrente
bagna il tuo petto che soffre,
e della vita divina e universale,
sii, anche per un attimo, partecipe!

(La primavera, 1838)

La pagina dedicata al poeta russo, presente nell’archivio del blog.

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Verso una metamorfosi

Da un po’ di tempo sono in crisi, forse si sarà intuito. Avete presente quella sensazione di stanchezza che diventa via via sempre più pesante e sfibrante, dovuta a troppi pensieri, progetti e problemi che si trascinano da mesi senza valide risoluzioni? Ecco, per questo e altri motivi non riesco a concludere un articolo, nonostante ne abbia molti in gestazione e anche qualcuno a cui basterebbe una sola virgola per essere pubblicato. Ma non ho la forza per aggiungere neppure quella. Quindi me ne resto qui in silenzio, a coltivare l’assenza nel mio piccolo hortus conclusus, che chissà quando potrà dare nuovi frutti e riaprire i cancelli…
La cosa più urgente, per me adesso, è quella di prendermi cura di me stessa, di coccolarmi un po’, di volermi bene, di stare calma e serena. Mi aspetta un mese difficile da affrontare, e voglio cercare di superarlo a testa alta come ho fatto altre volte nel passato, senza cedere alla paura. Nel frattempo, ogni volta che mi sentirò abbastanza serena, passerò a leggervi in punta di piedi, magari senza farmi sentire ma con l’autentico piacere di sempre, perché tanto mi avete dato e continuate a darmi con le vostre poesie, con le vostre letture e belle riflessioni.

Vi lascio in compagnia di Lavinia Meijer, un’arpista olandese di origini coreane; nel video si misura con un famoso brano di Philip Glass, compositore americano di musica minimalista e contemporanea. Un abbraccio e, spero, a risentirci presto.

Lago in calma

No. Non si può salire: il vuoto enorme
grava su noi, quella gran luce bianca
arde e consuma l’anima.
Non vedi come prone
stanno le cime e come densi i pini
nella valle precipitano?
Non impeto d’ascesa
sferza le vette ad assalir l’azzurro,
ma paurosa immensità di cielo
le respinge, le opprime.
S’annidano, rattratti, nelle conche
i nevai, disciogliendo
sui nudi prati, fra gli abeti neri
trecce argentee di rivi,
come un canoro sospirar di pace
verso il lago lontano.
Restiamo presso il lago, anima cara;
restiamo in questa pace.
Guarda: il cielo, nell’acqua, è meno vasto,
ma più mite, più vivo.
Noi entreremo in questa vecchia barca
tratta in secco sul lido:
i remi sono infranti, ma giacendo
sul fondo basso, non vedrem la terra
e l’onda, percuotendolo da prora,
darà al legno un alterno dondolio
che fingerà l’andare.
Salperemo così, da questi blandi
pendii che odoran di ginepro: andremo
con tutto il sole sovra il petto, il sole
che riscalda e che nutre;
andremo, lenti, in un bianco pio sogno
di sconfinata pace,
verso ignorate spiagge,
col nostro amore solo.

ledro1a
Lago di Ledro (TN), 29 luglio 2019

Note a margine:

La lirica, tratta dal volume “Parole – Tutte le poesie” (edizioni Ancora, 2005, pp.130-131), è stata scritta da Antonia nell’agosto del 1930, mentre si trovava a Silvaplana, un comune svizzero dell’Alta Engadina. Facile immaginare che proprio l’omonimo lago, che a quei tempi concedeva un’atmosfera intima e assorta, abbia contribuito non poco alla nascita di questi meravigliosi versi. La Pozzi, del resto, amava e spesso cercava il silenzio dell’alta montagna, il contatto con quei luoghi della natura dove è ancora possibile rigenerarsi, osservarsi ed ascoltarsi dentro stando lontani da vincoli e ingerenze esterne, e da qualsiasi tipo di rumore che non sia quello del vento o del nostro stesso respiro, del battito del nostro cuore…

In questa pagina un breve excursus sull’opera pozziana, esaminata alla luce del suo rapporto con la natura e in particolare con la montagna.

Qui la possibilità di scaricare gratuitamente la raccolta poetica di Antonia Pozzi (curata da Alessandra Cenni e Onorina Dino), grazie alle iniziative promosse dall’associazione culturale Liber Liber.

 

Cortázar #3 – Materiale plastico

Ultimo brano di Cortázar che propongo. Poi vado a rituffarmi nelle pagine dove sguazzavo fino a poco tempo prima, che di romanzi iniziati, a metà o quasi conclusi, ne ho parecchi in ballo. Alcuni già digeriti ed elaborati, a dire il vero, ma se voglio recensirli devo per forza ricaricare le batterie. Fino a qualche giorno fa, con il caldo che faceva, erano completamente a terra, adesso che l’aria è lievemente rinfrescata sembrano ridare segnali d’attività… Mah! Speriamo.
Tornando allo scrittore argentino, che mi piace identificare nella figura per eccellenza del cronopio (vi ricordate? quello che sovverte le regole, che scarabocchia fuori dai margini), guardate un po’ cos’ha tirato fuori, stavolta, dal suo cilindro magico senza fondo… Un testo di straordinaria bellezza, che vi consiglierei di leggere subito, ancor prima della mia introduzione (saltate qualche riga e andate giù, giù, ancora più sotto, poi tornate qui che vi aspetto 🙂 ).

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Cortázar #2 – Occupazioni insolite

Ah, questo brano, una delizia per la mente! Un distillato di ingegnosa e sottile ironia, da maneggiare però con le dovute cautele… Che non vi venga infatti la tentazione di farla, questa cosa, che non vi passi per la testa l’idea di provarci! State ben lontani dai lavandini, mi raccomando, e trovate un altro modo, più semplice e meno dispendioso, di passare il tempo libero e contrastare quella smania, tipicamente tutta umana, di ottenere risultati utili da qualsivoglia azione. Capisco quell’ineffabile piacere, simile all’orgasmo, nel caso di un improbabile colpo di fortuna (dopo una serie di manovre tanto azzardate!), ma se la ruota dovesse invece girare da un’altra parte, come pensereste poi di cavarvela, moralmente parlando? Non prendo neppure in esame l’aspetto economico dell’impresa, perché è scontato che, seguendo il percorso via via illustrato, ci si ritroverebbe in braghe di tela in men che non si dica. Cosa dite!!? Che volete provaci lo stesso? Che volete cedere all’ebbrezza del futile, del follemente inutile, così da pregustare il sapore di un’improbabile futura vittoria mentre un brivido di paura vi scorre lungo la schiena, mentre il sudore vi imperla la fronte nel bel mezzo di tanta sciagurata fatica? Va be’, fate come volete, poi non venite a dirmi che non vi avevo avvertito 😉

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Cortázar #1 – Manuale di istruzioni

Per parlare di Julio Cortázar e della mirabolante inventiva scaturita dal suo cervello non basterebbe una decina di post. Pertanto, nell’attesa di trovare la forza per confezionare un articolo come si deve, mi accontento di proporvelo a pizzichi, a piccoli assaggi, certa del fatto che non vi lascerà indifferenti. Su di me, devo ammetterlo, ha un effetto straniante. Le sue storie infatti, oltre a mandarmi in solluchero le cellule neuronali, mi staccano dalla realtà in cui sono immersa, o meglio mi aprono nella mente visioni alternative (e mai banali) della stessa. Leggere Cortázar è come imboccare una strada che, nonostante la presenza di qualche cartello segnaletico, non sai in realtà dove ti porta. È un’avventura mentale, per dirlo in altri termini. Un invito ad osservare i lati più insospettabili del mondo, delle cose e della vita, con un modo di presentarli che non è privo di aspetti divertenti. E neppure privo di senso, di significato. Perché anche questo, a ben vedere, c’è. Magari non è subito così palese, immediato, ma alla fine si scorge qualcosa al di sotto dell’apparente leggerezza delle parole, del loro tono quasi giocoso, un qualcosa che avvince e travolge, a volte anche spiazza.

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L’orribile sogno del poeta

Per festeggiare l’inizio della primavera e ricordare la giornata mondiale dedicata alla poesia (era ieri, ma come al solito ci tengo ad arrivare in ritardo), pubblico un’altra riflessione in versi della grande, per me ineguagliabile, Wisława Szymborska (di lei avevo già parlato in una serie di vecchi articoli). Una poesia che, guarda caso, pone proprio se stessa al centro della questione, prospettando l’ipotesi, certamente non augurabile, di un mondo schematico e prevedibile, dove l’ispirazione verrebbe a mancare non solo ai poeti ma anche ad ogni comune mortale. Un sogno, se vogliamo, o per meglio dire l’incubo di una società asettica, scontata, troppo ordinata, dove nessuna ruota esce mai dal binario, dove nessuno sguardo si alza verso il cielo o al di sopra dello steccato… Riuscite a immaginarvelo, un siffatto mondo? Certo, tutto funzionerebbe alla perfezione, senza mai un inghippo, un surplus, una stortura, ma sarebbe anche la morte di ogni passione, la sepoltura della fantasia e di ogni estro creativo. Sarebbe l’annullamento di ogni diversità, e quindi di tutta quella mirabile ricchezza che rende così interessante la vita su questo pianeta. Del resto, senza chiaroscuri nell’animo, senza turbamenti, dubbi né sofferenze, senza alcunché da aggiungere, togliere, cambiare e spostare, di cosa mai scriverebbero i poeti? Solo dei fiori che sbocciano a primavera? O delle comuni e normali azioni che si compiono tutti i giorni? Con una tranquillità assicurata, questo è vero, però senza più il brivido di un’emozione anche minima, senza la capacità di stupirsi di fronte alle cose, piccole e grandi, che ci circondano. Una società, come dice Szymborska, dove nelle frasi scompare perfino il condizionale e nei sentimenti prevale una soddisfazione scontata, priva di qualsiasi ombra… Sì, sarebbe un incubo. Meglio il mondo così com’è, con tutte le sue belle contraddizioni, con gli alti e bassi inaspettati e continui, con tutti i colori, i pensieri e le azioni che a volte si conciliano tra loro e altre volte entrano in contrasto. Sì, alla fine lo amiamo così, questo nostro mondo incasinato, anche se spesso ci fa tribolare. E quindi ce lo teniamo, con tutto il suo disordinato chiacchiericcio.
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