Di alberi, animali, cuori feriti e altro…

Ce lo si dimentica, ma anche noi umani abbiamo un cuore, e perfino la capacità di silenzio: è vero. Gli animali sono educatori del cuore. Gli alberi del suo silenzio.
Non si incontrano di frequente persone con il cuore vivo. Ci sono tantissime persone intelligenti e anche attente e perfino sensibili, ma il cuore vivo è una qualità piuttosto rara. Anche perché varia, un giorno lo è e il giorno dopo no, un giorno dorme e il giorno dopo è ottuso, un giorno canta e poche ore dopo piange. Però, quelli sono i climi del cuore. Il cuore è una dimora. Ma non ha muri, è sconfinato. Per questo è anche pericoloso, perché invece il corpo i confini li ha e vanno rispettati. Il cuore ha un’apertura e una chiusura flessibili, ha i cardini. Il cuore può essere addestrato come si fa con un cavallo, o coltivato come si fa con un orto.
Quand’ero piccola, mi è stato detto spesso che ero senza cuore. Per questo, ho cominciato a stendere una mappa molto precisa del tragitto verso il cuore, o quello che penso sia il cuore.
È importante sapere da dove partiamo, riconoscere l’aridità del terreno o la focosità del cavallo, senza falsità né virtuosismi. Fare l’opposto di quello che sentiamo davvero: fare i buoni, i virtuosi, è creare una persona artificiale che prima o poi mostrerà i denti o distribuirà bocconcini di veleno avvolti in carta argentata. Coltivare il cuore significa prima di tutto essere consapevoli di cosa sentiamo, essere onesti fino ad arrossire, a noi stessi possiamo dirlo. Ogni malvagità o meschinità accolta nella consapevolezza del cuore si trasforma in qualcosa di diverso. Scopriamo che dietro ci sono una paura, un tremore antichi e negati, oppure che c’è pronto un silenzio clown che ci indica quanto siano anche umoristiche la nostra cattiveria, gelosia, invidia, tetraggine, falsità. Mai forzare però: chi forza crea quella stucchevole sensazione di accoglienza di tutto che è solo dimostrativa e in realtà nasconde un’avidità di sottomettere tutti quanti alle proprie maestrie di prestigiatore del sorriso e dei bei gesti.
Partire da dove si è e augurarsi il bene è opera di bonifica.

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Un uomo inutile

Bottegai, operai, camerieri, lustrascarpe, gente di mare, orfani, vagabondi, ma anche ladri, alcolizzati e prostitute, individui saggi e altri sfasati che si muovono sullo sfondo delle isole e dei quartieri popolari di una Istanbul anni ‘30-40, tra piccole botteghe e lerci caffè, tra osterie dove si mangia la trippa e litorali battuti dal vento. O lungo i viottoli invasi dai carretti trascinati da ragazzini mal vestiti e macilenti, i quali hanno già imparato, a proprie spese, l’arte della sopravvivenza.

Questi sono i protagonisti delle storie di Sait Faik Abasıyanık, scrittore e poeta turco che ai salotti colti di Istanbul preferiva le barche dei pescatori e le bettole dell’isola di Burgaz, dove stava seduto per ore dietro un tavolo ad osservare le persone che entravano e uscivano dalla porta, da cui traeva continuo spunto per i suoi racconti. Ecco così che le fattezze o le posture di uno sconosciuto, il suo ostentare una barba rasata senza troppa cura o una macchia sul bavero del soprabito, o magari delle mani senza tracce di calli o residui di vernice, diventavano subito materia pulsante su cui imbastire una storia, su cui inventare un frammento di vita. E quando poi si recava a Istanbul, lo faceva per percorrere in lungo e in largo quartieri e viuzze di ogni sorta, sempre alla ricerca di ispirazione.

L’epoca era quella della Turchia dei primi anni della Repubblica, che non era tanto prodiga di onori con i suoi letterati, e infatti non mancarono all’autore sospetti e interventi censori da parte di un governo che peccava di forte nazionalismo e che quindi non vedeva di buon occhio i protagonisti greci, armeni, cristiani o ebrei che si alternavano nei suoi racconti. In realtà Sait Faik parlava anche della sua gente, peraltro senza evitare di metterne in luce i difetti. Fatto sta che per la burocrazia turca era soltanto un disoccupato che sopravviveva grazie a un lascito paterno, e anche per tale motivo (o forse come pretesto) gli fu negato lo status di scrittore sul passaporto, nonostante la nomina di membro onorario ricevuta della Mark Twain Society. Mentre oggi tutto è cambiato, ormai da tempo l’autore gode di fama postuma, venerato e acclamato come il padre della letteratura turca moderna (grazie anche alle innovazioni stilistiche della sua prosa), al punto che la sua casa è stata perfino trasformata in un museo.

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Sait Faik Abasıyanık – Pioggia

Donne incrociate per strada, adocchiate al volo su un ponte o all’angolo di un quartiere, osservate e immortalate da un talentuoso scrittore turco del secolo scorso, qui da noi ancora poco conosciuto. Donne che accendono desideri incontenibili nell’io narrante, il quale le ossequia con un’esuberanza in parte contenuta da una timidezza che ha un sapore d’altri tempi, e con una delicatezza d’animo che ai giorni nostri si è ormai persa per strada ma che adesso abbiamo l’occasione di recuperare, di riapprezzare attraverso una serie di racconti che si prospettano tanto incantevoli quanto fuori dall’usuale. In quello qui proposto l’incontro con il femminile è anche pretesto per uno sfogo momentaneo del cuore, dacché nasce dal bisogno di condividere il peso della propria solitudine con una persona del tutto estranea, e poco importa, a conti fatti, se il sollievo è destinato a durare solo pochi istanti. Ecco, per ora non aggiungo altro, affidandovi invece ai modi e ai toni affabilissimi dell’autore, certa che apprezzerete. Poi, in tempi che spero brevi, seguirà un articolo interamente dedicato.

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Il fischio del merlo

John Cowper Powys. Qualcuno lo conosce e per caso l’ha mai letto? Siamo in pochi, immagino. Lo deduco dal fatto che ancora oggi le sue opere non vengono tradotte e divulgate in Italia, se non il romanzo Wolf Solent (scritto nel 1929), riproposto di recente da Corbaccio con il titolo originale inglese, mentre nel 1935 la scelta editoriale era caduta sul più enfatico “Estasi”, forse perché si pensava, in questo modo, di far presa su una fetta molto ampia di lettori. Negli anni del regime fascista c’era inoltre la tendenza a italianizzare le parole straniere, che venivano regolarmente abolite e sostitute con termini equivalenti. Non solo per quanto riguarda i titoli dei romanzi, ma anche per i cognomi e svariate cose di utilizzo comune, cosicché “albergo” sostituì “hotel” e la pellicola rimpiazzò il film. Mentre il sandwich, su suggerimento di D’Annunzio, si trasformò in un tramezzino.

Comunque, patriottismi a parte, Estasi era un titolo un tantino fuorviante, dal momento che poteva far pensare al genere romance (già in voga nei primi decenni del Novecento), mentre non è questo il caso; qui non si tratta infatti di rapimenti amorosi, ma di tutt’altro genere di rapimento. Sì, c’è anche l’amore sullo sfondo, che addirittura si alterna e si consuma per due donne che sono agli antipodi per carattere e tratti somatici, ma ciò che prevale nel protagonista non è tanto l’eccesso di sentimentalismo quanto la ricerca di una connessione profonda con il creato, con le potenze naturali e cosmiche, al punto di arrivare ad elaborare una forma di mitologia a proprio uso e consumo… Ciò che affascina di Wolf è proprio questa sua tendenza a perdersi nei pensieri e ad abbandonarsi a lunghe serie di fantasticherie, dove gli risulta facile plasmare delle immagini per ogni idea che gli passa per la testa. Immagini che fluiscono dalle varie sensazioni che prova, belle o brutte che siano, e che affascinano per la dovizia di particolari con cui vengono espresse, persino quando sfumano verso aree dai contorni più eterei e impalpabili.

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Del mordersi la lingua

Provo a pubblicare un post, anche se credo che word press o il world wide web o chi per loro mi abbiano proscritta per sempre dai loro confini, visto che molti dei miei articoli non appaiono più nei motori di ricerca (Google in primis) e ancor di meno nel reader della nostra piattaforma, per cui è probabile che anche ciò che sto scrivendo in questo momento finirà risucchiato da qualche oscuro buco nero, o al limite viaggerà come una mina vagante nelle lande sterminate del web, dove solo a qualche malcapitato capiterà, di tanto in tanto, di sbatterci addosso. Questo è infatti lo scotto da pagare per chi non pubblica da molto tempo, ossia la perdita di visibilità. E se poi quel qualcuno – come la sottoscritta – ha perfino “osato” oscurare per mesi le pagine del blog, allora la punizione sarà doppia, con tanto di fustigazione sul palmo delle mani o sulla pianta dei piedi. Va be’, non crucciamoci più d tanto, sarà quel che sarà. Io mi accontento anche di due o al massimo tre malcapitati, basta che sappiano tener testa a questo mio fiume in piena, che ahimè non promette nulla di buono, ma dovevo pur rifarmi dopo un periodo così prolungato di silenzio.

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La primavera di Tjutčev

Per quanto opprima la mano del destino,
per quanto angosci l’inganno umano,
per quante rughe solchino la fronte,
e pieno di ferite sia il nostro cuore,
e per quanto dure siano le prove,
tutte le prove che avete subito,
che importa questo di fronte al respiro,
al primo incontro con la primavera?

La primavera…. Nulla sa di voi,
di voi, o male, o dolore,
il suo sguardo risplende immortale,
e non vi è ruga sul suo volto.
Obbediente solo alle sue leggi,
nel tempo convenuto scende a voi,
luminosa, beata, indifferente.
Come si conviene agli dei.

Copre di fiori tutta la terra,
è fresca, come la prima primavera;
se ce ne fu un’altra prima di lei,
di questa proprio nulla conosce.
Errano molte nubi nel cielo,
ma queste sono le sue nubi,
ed ella più non trova le orme
delle sfiorite primavere dell’essere.

Non sospirano le rose il passato,
né l’usignolo lo canta nella notte;
l’Aurora lacrime profumate
non versa sul tempo che fu;
né la paura dell’inevitabile fine
spira dagli alberi e dalle foglie!
La loro vita, come un oceano senza rive,
è disciolta tutta nel presente.

Gioco e vittima della vita particolare!
Vieni, e respinto l’inganno dei sensi,
immergiti, alacre, assoluto signore,
in questo vivificante, creativo oceano!
Vieni, e nella sua eterea corrente
bagna il tuo petto che soffre,
e della vita divina e universale,
sii, anche per un attimo, partecipe!

(La primavera, 1838)

La pagina dedicata al poeta russo, presente nell’archivio del blog.

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Verso una metamorfosi

Da un po’ di tempo sono in crisi, forse si sarà intuito. Avete presente quella sensazione di stanchezza che diventa via via sempre più pesante e sfibrante, dovuta a troppi pensieri, progetti e problemi che si trascinano da mesi senza valide risoluzioni? Ecco, per questo e altri motivi non riesco a concludere un articolo, nonostante ne abbia molti in gestazione e anche qualcuno a cui basterebbe una sola virgola per essere pubblicato. Ma non ho la forza per aggiungere neppure quella. Quindi me ne resto qui in silenzio, a coltivare l’assenza nel mio piccolo hortus conclusus, che chissà quando potrà dare nuovi frutti e riaprire i cancelli…
La cosa più urgente, per me adesso, è quella di prendermi cura di me stessa, di coccolarmi un po’, di volermi bene, di stare calma e serena. Mi aspetta un mese difficile da affrontare, e voglio cercare di superarlo a testa alta come ho fatto altre volte nel passato, senza cedere alla paura. Nel frattempo, ogni volta che mi sentirò abbastanza serena, passerò a leggervi in punta di piedi, magari senza farmi sentire ma con l’autentico piacere di sempre, perché tanto mi avete dato e continuate a darmi con le vostre poesie, con le vostre letture e belle riflessioni.

Vi lascio in compagnia di Lavinia Meijer, un’arpista olandese di origini coreane; nel video si misura con un famoso brano di Philip Glass, compositore americano di musica minimalista e contemporanea. Un abbraccio e, spero, a risentirci presto.

Lago in calma

No. Non si può salire: il vuoto enorme
grava su noi, quella gran luce bianca
arde e consuma l’anima.
Non vedi come prone
stanno le cime e come densi i pini
nella valle precipitano?
Non impeto d’ascesa
sferza le vette ad assalir l’azzurro,
ma paurosa immensità di cielo
le respinge, le opprime.
S’annidano, rattratti, nelle conche
i nevai, disciogliendo
sui nudi prati, fra gli abeti neri
trecce argentee di rivi,
come un canoro sospirar di pace
verso il lago lontano.
Restiamo presso il lago, anima cara;
restiamo in questa pace.
Guarda: il cielo, nell’acqua, è meno vasto,
ma più mite, più vivo.
Noi entreremo in questa vecchia barca
tratta in secco sul lido:
i remi sono infranti, ma giacendo
sul fondo basso, non vedrem la terra
e l’onda, percuotendolo da prora,
darà al legno un alterno dondolio
che fingerà l’andare.
Salperemo così, da questi blandi
pendii che odoran di ginepro: andremo
con tutto il sole sovra il petto, il sole
che riscalda e che nutre;
andremo, lenti, in un bianco pio sogno
di sconfinata pace,
verso ignorate spiagge,
col nostro amore solo.

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Lago di Ledro (TN), 29 luglio 2019


Note a margine:

La lirica, tratta dal volume “Parole – Tutte le poesie” (edizioni Ancora, 2005, pp.130-131), è stata scritta da Antonia nell’agosto del 1930, mentre si trovava a Silvaplana, un comune svizzero dell’Alta Engadina. Facile immaginare che proprio l’omonimo lago, che a quei tempi concedeva un’atmosfera intima e assorta, abbia contribuito non poco alla nascita di questi meravigliosi versi. La Pozzi, del resto, amava e spesso cercava il silenzio dell’alta montagna, il contatto con quei luoghi della natura dove è ancora possibile rigenerarsi, osservarsi ed ascoltarsi dentro stando lontani da vincoli e ingerenze esterne, e da qualsiasi tipo di rumore che non sia quello del vento o del nostro stesso respiro, del battito del nostro cuore…

In questa pagina un breve excursus sull’opera pozziana, esaminata alla luce del suo rapporto con la natura e in particolare con la montagna.

Qui la possibilità di scaricare gratuitamente la raccolta poetica di Antonia Pozzi (curata da Alessandra Cenni e Onorina Dino), grazie alle iniziative promosse dall’associazione culturale Liber Liber.