Riconciliazione

Eccomi di nuovo qui, come una rondine che torna al nido, in questo giardinetto abbandonato da mesi. Una rondine a dire il vero un poco sciocca, perché incapace di orientarsi con le stagioni. Il terreno è infatti ormai asciutto, l’erba ingiallita, le foglie cadute da un pezzo. Il verde scomparso dal pollice e da qualsiasi orizzonte. Tutto questo a dispetto delle belle giornate di sole, che hanno prolungato ad oltranza l’estate. Ma se fuori, lungo le strade, c’è uno spettacolo di luci e colori favorito da un’aria ancora tiepida, nel giardinetto in questione proprio no, qui ogni cosa è rimasta nell’ombra ed è quasi appassita, e tentare adesso di rinvigorire il terreno, di riconcimarlo ben bene per rimetterlo in sesto, richiederebbe una forza sovraumana che in realtà non mi appartiene e nella quale non mi riconosco affatto.

Meglio allora attendere l’arrivo dell’inverno, che con il suo manto bianco e silenzioso prolungherà i tempi dell’attesa. Forse qualcosa di buono comincerà a ricrescere dalla punta delle radici e avanzerà verso l’alto, fino a trovare lo spiraglio adatto. Non so, ormai da tempo non me la sento di promettere più nulla a me stessa e agli altri, incapace come sono di fare programmi a lunga scadenza, pertanto è preferibile che io mi limiti a vivere alla giornata o, per meglio dire, che mi lasci trasportare dalla corrente, così come viene. Aggiungiamo anche il fatto che stiamo vivendo tempi imperscrutabili, dove perfino l’atto di fissare l’appuntamento dal parrucchiere rischia di rivelarsi un terno al lotto, visto che da un giorno all’altro potrebbe accadere di tutto e di più… Ma lasciamo stare questo tipo di discorsi, sia mai che finisca anch’io a rimpinguare la lista di previsioni catastrofiche che da mesi vengono urlate ai quattro venti, quando invece vorrei parlare d’altro. Del mio giardinetto, ad esempio, senza andare però a perdermi in barbose nozioni di carattere botanico, quelle le lascio volentieri agli esperti del settore.

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Riscoprirsi in questi tempi oscuri

Una volta, prima di una lettura pubblica di poesie avevo molta paura. Sono andata da un albero e gli ho chiesto: «Come faccio?». Lui è stato per un po’ in silenzio, poi ha detto: «Non essere meravigliosa».

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C’è in noi un bisogno radicale di riconoscimento che non ha niente a che fare con l’ammirazione, la stima, la fama. È come un bisogno di benedizione, di parentela o almeno di familiarità, di iniziazione superata, di passaggio a stirpe che ti sceglie all’improvviso e ti dà il nome.
Una volta, sono andata a vivere per un mese in una casetta in una foresta di una piccola regione francese. Era un secadou – quelle casine di pietra dove un tempo si seccavano le castagne –, che qualcuno aveva adattato a semplicissima abitazione, ed era circondata da castagni secolari.
Appena arrivata, ho sentito il bisogno di presentarmi agli alberi, almeno ai più anziani e vicini a casa, per chiedere il permesso di restare. Mi sono avvicinata al più vecchio, mi sono inchinata e poi, accostandomi ai rami, gli ho detto che, se per lui e per tutti loro andava bene, sarei rimasta a vivere lì per un mese e che chiedevo la sua protezione. Un ramo si è spostato, con la grazia che solo i vecchi conoscono, e si è posato con le sue foglie proprio sulla mia testa. Non c’era vento. Sono rimasta immobile, impietrita dallo spavento dell’amore che si realizza, dalla risposta. Ho sentito come se un padre grande e sconosciuto, in silenzio, mi mettesse una larga mano sulla testa per benedirmi e riconoscermi. Ho lasciato scendere le lacrime, restando fermissima, finché la persona che era con me è venuta a chiamarmi: allora gli ho fatto segno con il dito sulla bocca per chiedere il nobile silenzio e gli ho indicato il ramo sopra la mia testa. Più tardi gliel’ho raccontato.
Nei giorni successivi, ho guardato l’albero di mattina presto, di pomeriggio e di sera, l’ho salutato dalla finestrina della stanza in cima alla casetta, ma non ho più osato avvicinarlo, se non per una vaga carezza, passando. Non volevo chiedere prove. Ero certa.
Il giorno della partenza, sono tornata a inchinarmi e a salutarlo, la “cosa” si è ripetuta, identica.
Sono stata riconosciuta e benedetta da un castagno molto vecchio. Non potrà mai esserci un riconoscimento pari a questo.

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Scheletro di dinosauro

Diletti Fratelli,
ecco un esempio di proporzioni sbagliate:
di fronte a noi si erge uno scheletro di dinosauro –

Cari Amici,
a sinistra la coda verso un infinito,
a destra il collo verso un altro –

Egregi Compagni,
nel mezzo quattro zampe che affondarono nella melma
sotto il dosso del tronco –

Gentili Cittadini,
la natura non sbaglia, ma ama gli scherzi:
vogliate notare questa ridicola testolina –

Signore, Signori,
una testolina così nulla poteva prevedere,
e per questo è la testolina di un rettile estinto –

Rispettabili Convenuti,
un cervello troppo piccolo, un appetito troppo grande,
più stupido sonno che assennato timore –

Illustri Ospiti,
in questo senso noi siamo assai più in forma,
la vita è bella e la terra ci appartiene –

Esimi Delegati,
il cielo stellato sopra la canna pensante,
la legge morale dentro di lei –

Onorevole Commissione.
è andata bene una volta
e forse soltanto sotto quest’unico sole –

Altissimo Consiglio,
che mani abili,
che labbra eloquenti,
quanta testa sulle spalle –

Suprema Corte,
che responsabilità al posto di una coda –

Già, davvero una bella responsabilità, quella dell’essere umano. Spesso elusa, scansata, onorata solo in parte o tradita nei propositi iniziali. Deviata dal richiamo del tornaconto personale, delle ambizioni politiche, delle manie di grandezza. Al punto che viene da chiedersi se non sarebbe forse stato meglio che ci fossimo estinti noi umani al posto dei dinosauri e non viceversa. Chissà che mondo ne sarebbe venuto fuori. Certo, il tirannosauro rex non avrebbe smesso di aggredire le bestie più deboli o di taglia piccola, ma quantomeno lo avrebbe fatto per fame, per puro istinto di sopravvivenza, non per assoggettarle al suo volere, schiavizzarle, maltrattarle, piegarle con la forza al suo pensiero, derubarle della terra e di ogni bene, non per sfruttarle economicamente o massacrarle sull’altare di qualche perversa ideologia, magari solo perché di etnia diversa…. E ancor meno per assecondare l’insana vocazione di ripristinare i confini imperiali di Pietro il Grande.

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Ad Anna Blume

Per contrastare la pesantezza del periodo, che tra diktat di ogni genere e rincari pazzeschi delle bollette è ormai giunto al limite del tollerabile, e anche per ridimensionare l’importanza della ricorrenza a forma di cuore che ci perseguita ormai da secoli allo scandire del 14 febbraio, data forse bramata più dai venditori di fiori e cioccolatini che non dai diretti interessati, ossia dagli innamorati stessi, divertiamoci con una poesia che risale agli anni ’20, epoca in cui le prime avanguardie mettevano piede in molte zone d’Europa.

L’autore è Kurt Schwitters, un artista dadaista tedesco che ho scoperto di recente, rovistando qua e là negli archivi del web. Poco conosciuto, credo, perché gli articoli che ne trattano sono veramente scarsi. L’epoca è quella del primo dopoguerra, quando i dadaisti tedeschi erano tornati in patria portandosi sulle spalle le varie esperienze fatte al Cabaret Voltaire di Zurigo. E fu in particolare Berlino, ancor più di Colonia e Hannover, a diventare il centro culturale di spicco del gruppo dadaista che si riuniva intorno alla rivista Der Dada. Una corrente, questa, che con il suo spirito caustico e iconoclastico aggiungeva nuova verve ad altri movimenti già attivi del periodo, quali l’espressionismo pittorico di George Grosz (confluito poi, anche lui, nel dadaismo berlinese) e quello teatrale di Franz WerfelErnst Toller, Max Reinhardt e del primo Brecht. E di altri ancora che tralascio di nominare, per non allungare troppo la lista. Comunque, per quanto concerne il dadaismo, si distinguevano in particolare le personalità di George Grosz e John Heartfield, che assieme ad altri fondarono il Dada-Club degli artisti berlinesi. Molti di questi si erano anche politicizzati, aderendo al neonato partito comunista e mettendo a disposizione della propaganda anti-nazista la loro arte. Celebri in questo senso furono, per l’appunto, i quadri e i disegni del già citato George Grosz, dove la borghesia liberale e più destrorsa veniva dileggiata in maniera impietosa; così come i fotomontaggi di John Heartfield, nei quali i ritratti di Hitler risultavano ritoccati con intenti palesemente (e amaramente) satirici.

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Di alberi, animali, cuori feriti e altro…

Ce lo si dimentica, ma anche noi umani abbiamo un cuore, e perfino la capacità di silenzio: è vero. Gli animali sono educatori del cuore. Gli alberi del suo silenzio.
Non si incontrano di frequente persone con il cuore vivo. Ci sono tantissime persone intelligenti e anche attente e perfino sensibili, ma il cuore vivo è una qualità piuttosto rara. Anche perché varia, un giorno lo è e il giorno dopo no, un giorno dorme e il giorno dopo è ottuso, un giorno canta e poche ore dopo piange. Però, quelli sono i climi del cuore. Il cuore è una dimora. Ma non ha muri, è sconfinato. Per questo è anche pericoloso, perché invece il corpo i confini li ha e vanno rispettati. Il cuore ha un’apertura e una chiusura flessibili, ha i cardini. Il cuore può essere addestrato come si fa con un cavallo, o coltivato come si fa con un orto.
Quand’ero piccola, mi è stato detto spesso che ero senza cuore. Per questo, ho cominciato a stendere una mappa molto precisa del tragitto verso il cuore, o quello che penso sia il cuore.
È importante sapere da dove partiamo, riconoscere l’aridità del terreno o la focosità del cavallo, senza falsità né virtuosismi. Fare l’opposto di quello che sentiamo davvero: fare i buoni, i virtuosi, è creare una persona artificiale che prima o poi mostrerà i denti o distribuirà bocconcini di veleno avvolti in carta argentata. Coltivare il cuore significa prima di tutto essere consapevoli di cosa sentiamo, essere onesti fino ad arrossire, a noi stessi possiamo dirlo. Ogni malvagità o meschinità accolta nella consapevolezza del cuore si trasforma in qualcosa di diverso. Scopriamo che dietro ci sono una paura, un tremore antichi e negati, oppure che c’è pronto un silenzio clown che ci indica quanto siano anche umoristiche la nostra cattiveria, gelosia, invidia, tetraggine, falsità. Mai forzare però: chi forza crea quella stucchevole sensazione di accoglienza di tutto che è solo dimostrativa e in realtà nasconde un’avidità di sottomettere tutti quanti alle proprie maestrie di prestigiatore del sorriso e dei bei gesti.
Partire da dove si è e augurarsi il bene è opera di bonifica.

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Un uomo inutile

Bottegai, operai, camerieri, lustrascarpe, gente di mare, orfani, vagabondi, ma anche ladri, alcolizzati e prostitute, individui saggi e altri sfasati che si muovono sullo sfondo delle isole e dei quartieri popolari di una Istanbul anni ‘30-40, tra piccole botteghe e lerci caffè, tra osterie dove si mangia la trippa e litorali battuti dal vento. O lungo i viottoli invasi dai carretti trascinati da ragazzini mal vestiti e macilenti, i quali hanno già imparato, a proprie spese, l’arte della sopravvivenza.

Questi sono i protagonisti delle storie di Sait Faik Abasıyanık, scrittore e poeta turco che ai salotti colti di Istanbul preferiva le barche dei pescatori e le bettole dell’isola di Burgaz, dove stava seduto per ore dietro un tavolo ad osservare le persone che entravano e uscivano dalla porta, da cui traeva continuo spunto per i suoi racconti. Ecco così che le fattezze o le posture di uno sconosciuto, il suo ostentare una barba rasata senza troppa cura o una macchia sul bavero del soprabito, o magari delle mani senza tracce di calli o residui di vernice, diventavano subito materia pulsante su cui imbastire una storia, su cui inventare un frammento di vita. E quando poi si recava a Istanbul, lo faceva per percorrere in lungo e in largo quartieri e viuzze di ogni sorta, sempre alla ricerca di ispirazione.

L’epoca era quella della Turchia dei primi anni della Repubblica, che non era tanto prodiga di onori con i suoi letterati, e infatti non mancarono all’autore sospetti e interventi censori da parte di un governo che peccava di forte nazionalismo e che quindi non vedeva di buon occhio i protagonisti greci, armeni, cristiani o ebrei che si alternavano nei suoi racconti. In realtà Sait Faik parlava anche della sua gente, peraltro senza evitare di metterne in luce i difetti. Fatto sta che per la burocrazia turca era soltanto un disoccupato che sopravviveva grazie a un lascito paterno, e anche per tale motivo (o forse come pretesto) gli fu negato lo status di scrittore sul passaporto, nonostante la nomina di membro onorario ricevuta della Mark Twain Society. Mentre oggi tutto è cambiato, ormai da tempo l’autore gode di fama postuma, venerato e acclamato come il padre della letteratura turca moderna (grazie anche alle innovazioni stilistiche della sua prosa), al punto che la sua casa è stata perfino trasformata in un museo.

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Sait Faik Abasıyanık – Pioggia

Donne incrociate per strada, adocchiate al volo su un ponte o all’angolo di un quartiere, osservate e immortalate da un talentuoso scrittore turco del secolo scorso, qui da noi ancora poco conosciuto. Donne che accendono desideri incontenibili nell’io narrante, il quale le ossequia con un’esuberanza in parte contenuta da una timidezza che ha un sapore d’altri tempi, e con una delicatezza d’animo che ai giorni nostri si è ormai persa per strada ma che adesso abbiamo l’occasione di recuperare, di riapprezzare attraverso una serie di racconti che si prospettano tanto incantevoli quanto fuori dall’usuale. In quello qui proposto l’incontro con il femminile è anche pretesto per uno sfogo momentaneo del cuore, dacché nasce dal bisogno di condividere il peso della propria solitudine con una persona del tutto estranea, e poco importa, a conti fatti, se il sollievo è destinato a durare solo pochi istanti. Ecco, per ora non aggiungo altro, affidandovi invece ai modi e ai toni affabilissimi dell’autore, certa che apprezzerete. Poi, in tempi che spero brevi, seguirà un articolo interamente dedicato.

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Il fischio del merlo

John Cowper Powys. Qualcuno lo conosce e per caso l’ha mai letto? Siamo in pochi, immagino. Lo deduco dal fatto che ancora oggi le sue opere non vengono tradotte e divulgate in Italia, se non il romanzo Wolf Solent (scritto nel 1929), riproposto di recente da Corbaccio con il titolo originale inglese, mentre nel 1935 la scelta editoriale era caduta sul più enfatico “Estasi”, forse perché si pensava, in questo modo, di far presa su una fetta molto ampia di lettori. Negli anni del regime fascista c’era inoltre la tendenza a italianizzare le parole straniere, che venivano regolarmente abolite e sostitute con termini equivalenti. Non solo per quanto riguarda i titoli dei romanzi, ma anche per i cognomi e svariate cose di utilizzo comune, cosicché “albergo” sostituì “hotel” e la pellicola rimpiazzò il film. Mentre il sandwich, su suggerimento di D’Annunzio, si trasformò in un tramezzino.

Comunque, patriottismi a parte, Estasi era un titolo un tantino fuorviante, dal momento che poteva far pensare al genere romance (già in voga nei primi decenni del Novecento), mentre non è questo il caso; qui non si tratta infatti di rapimenti amorosi, ma di tutt’altro genere di rapimento. Sì, c’è anche l’amore sullo sfondo, che addirittura si alterna e si consuma per due donne che sono agli antipodi per carattere e tratti somatici, ma ciò che prevale nel protagonista non è tanto l’eccesso di sentimentalismo quanto la ricerca di una connessione profonda con il creato, con le potenze naturali e cosmiche, al punto di arrivare ad elaborare una forma di mitologia a proprio uso e consumo… Ciò che affascina di Wolf è proprio questa sua tendenza a perdersi nei pensieri e ad abbandonarsi a lunghe serie di fantasticherie, dove gli risulta facile plasmare delle immagini per ogni idea che gli passa per la testa. Immagini che fluiscono dalle varie sensazioni che prova, belle o brutte che siano, e che affascinano per la dovizia di particolari con cui vengono espresse, persino quando sfumano verso aree dai contorni più eterei e impalpabili.

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