Anton Pavlovič Čechov

NELLA BOTTEGA DEL BARBIERE (1883)

È mattina. Non sono ancor nemmeno le sette, e la bottega di barbiere di Makàr Kuzmìc’ Bliostkin è già aperta. Il padrone, giovanotto d’un ventitré anni, non lavato, unto e bisunto, ma vestito con ricercatezza, è occupato a rassettare. Da rassettare in sostanza non c’è nulla, ma egli ha sudato, lavorando. Lì netta con un cencio, là gratta col dito, laggiù trova una cimice e la sventola via dalla parete.
È una bottega piccola, strettina, luridetta. Le pareti di travi son coperte d’una tappezzeria che rammenta la camicia stinta d’un postiglione. Tra due finestre appannate, lacrimanti, una sottile porticina che scricchiola, deboluccia, al disopra di essa un campanello inverdito dall’umidità, che tremola e tintinna morbosamente da sé solo, senza ragione alcuna. Ma date un’occhiata allo specchio che pende a una delle pareti, e la vostra fisonomia ve la storcerà da tutte le parti nel modo più spietato! Davanti a questo specchio si tagliano i capelli e si rade. Su un tavolino, non lavato e bisunto al pari dello stesso Makàr Kuzmìc’, c’è di tutto: pettini, forbici, rasoi, bastoncini di pomata per una copeca, cipria per una copeca, acqua di Colonia fortemente allungata per una copeca. E tutta la bottega non val più d’una monetina da quindici copeche.
Sopra l’uscio risuona il guaito del campanello infermo, e nella bottega entra un uomo maturo in pelliccia corta conciata e stivali di feltro. La sua testa e il collo sono avviluppati in uno scialle da donna.
È Eràst Ivanic’ Jàgodov, padrino di Makàr Kuzmìc’. Un tempo servì come custode in un conservatorio, ora invece abita presso lo Stagno Rosso e attende all’arte del magnano.
– Makàruska, salute, luce mia! – dice egli a Makàr Kuzmìc’, tutto preso dal rassetto.
Si baciano. Jàgodov tira giù dalla testa lo scialle, si segna e siede.
– Che distanza però! – dice, gemendo. – O che è uno scherzo? Dallo Stagno Rosso alla Porta di Kaluga.
– Come ve la passate?
– Male, fratello. Ho avuto la febbre ardente.
– Che dite? Febbre ardente!
– Febbre ardente. Fui a letto un mese, pensavo che sarei morto. Ebbi l’estrema unzione. Ora mi cadono i capelli. Il dottore m’ha ordinato di tagliarli corti. Verranno nuovi capelli, dice, robusti. Ed ecco, io penso nella mia testa: andrò da Makàr. Anziché da qualcun altro, è meglio da un parente. E farà meglio, e non prenderà quattrini. Lontanuccio alquanto, è vero, ma che è mai ciò? Una passeggiata.
– Io, con piacere… Favorite!
Makàr Kuzmìc’, strisciando una riverenza, indica la seggiola. Jàgodov siede e si guarda nello specchio, ed è visibilmente soddisfatto dello spettacolo: nello specchio risulta un muso storto con labbra da calmucco, un largo naso smussato e gli occhi sulla fronte. Makàr Kuzmìc’ ricopre le spalle del suo cliente con un lenzuolo bianco a chiazze gialle e comincia a far stridere le forbici.
– Vi faccio tutto in pulito, a nudo! – dice.
– Naturalmente. Ch’io somigli a un tartaro, a una bomba. I capelli verranno più fitti.
– Zietta come sta?
– Non c’è male, non c’è. L’altro giorno andò dalla moglie del maggiore per un parto. Le diedero un rublo.
– Così è. Un rublo. Tenete su l’orecchio!
– Tengo… Non mi tagliare, bada. Ohi, mi fai male! Mi tiri i capelli.
– Non è nulla. Senza di ciò nel nostro mestiere non è possibile. E come sta Anna Eràstovna?
– La figliuola? Non c’è male, è in gamba. La settimana scorsa, mercoledì, l’abbiam fidanzata a Sceikin. Perché non sei venuto?
Le forbici smettono di stridere. Makàr Kuzmìc’ abbassa le mani e domanda spaventato:
– Chi avete fidanzato?
– Anna.
– Ma come mai? A chi?
– A Sceikin, Prokofi Petròv. Sua zia è economa al vicolo Zlatoùstenski. Una brava donna. Naturalmente, siam tutti contenti, grazie a Dio. Fra una settimana le nozze. Vieni, ce la spasseremo.
– Ma come mai ciò, Eràst Ivanic’? – dice Makàr Kuzmìc’, pallido, stupito, e scrolla le spalle. – Com’è mai possibile? Ciò… ciò non è in alcun modo possibile! Perché Anna Eràstovna… perché io… perché io nutrivo dei sentimenti per lei, avevo un’intenzione! Come mai?
– Ma così. L’abbiamo fidanzata su due piedi. È un brav’uomo.
In viso a Makàr Kuzmìc’ spunta un sudor freddo. Egli posa sulla tavola le forbici e comincia a fregarsi il naso col pugno.
– Un’intenzione avevo… – dice. – Ciò non è possibile, Eràst Ivanic’! Io… io sono innamorato e avevo fatto l’offerta del cuore… Anche la zietta aveva promesso. Io vi ho sempre rispettato proprio come un genitore… vi taglio i capelli sempre gratis. Sempre aveste favori da me, e quando il mio babbo morì, voi prendeste il divano e dieci rubli contanti, e non me li avete ridati indietro. Rammentate?
– Come non rammentare! Rammento. Solo, che partito sei tu mai, Makàr? Sei forse un partito? Né quattrini, né stato, un mestiere da nulla…
– E Sceikin è ricco?
– Sceikin è un artigiano. Ci ha un migliaio e mezzo di rubli di cauzione. Sicché, fratello… Parlarne o non parlarne, la cosa ormai è fatta. Indietro non si torna, Makàruska. Cercati un’altra fidanzata… Il mondo è grande. Su, taglia! Perché ristai?
Makàr Kuzmìc’ tace e sta immobile, poi cava di tasca un fazzolettino e comincia a piangere.
– Su, che fai! – lo consola Eràst Ivanic’. – Smetti! Ve’, strilla, come una donna! Finisci la mia testa, e poi piangi. Prendi le forbici!
Makàr Kuzmìc’ piglia le forbici, le guarda un minuto ottusamente e le lascia cader sulla tavola. Le mani gli tremano.
– Non posso! – dice. – Non posso ora, son senza forza! Disgraziato uomo che sono! E anche lei è una disgraziata! Ci amavamo l’un l’altro, ci eravamo promessi, e ci han separati gente cattiva senz’alcuna pietà. Andatevene, Eràst Ivanic’! Non vi posso vedere.
– Allora verrò domani, Makàruska. Finirai di tagliare domani.
– Va bene.
– Calmati un poco, e io sarò da te domani, la mattina presto.
Eràst Ivanic’ ha mezza testa tosata a nudo, e somiglia a un galeotto. È imbarazzante rimanere con la testa così, ma non c’è che fare. Egli si avvolge la testa e il collo con lo scialle ed esce dalla bottega. Rimasto solo, Makàr Kuzmìc’ siede e continua a piangere piano piano.
Il giorno dopo, di buon’ora, viene di nuovo Eràst Ivanic’.
– Che volete? – gli domanda freddamente Makàr Kuzmìc’.
– Finisci di tagliare, Makàruska. È rimasta mezza testa ancora.
– Favorite prima i soldi. Gratis non taglio.
Eràst Ivanic’, senza dir neanche una parola, se ne va, e tuttora su una metà della testa ha i capelli lunghi, e sull’altra corti. Il taglio dei capelli a pagamento egli lo considera un lusso, e aspetta che sulla metà rapata i capelli crescan da sé. E così ha fatto baldoria alle nozze.


Tutti i racconti, Il fiammifero svedese, Anton P. Čechov, Superbur Classici, 2001, pp.54-57

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