Un uomo inutile

Bottegai, operai, camerieri, lustrascarpe, gente di mare, orfani, vagabondi, ma anche ladri, alcolizzati e prostitute, individui saggi e altri sfasati che si muovono sullo sfondo delle isole e dei quartieri popolari di una Istanbul anni ‘30-40, tra piccole botteghe e lerci caffè, tra osterie dove si mangia la trippa e litorali battuti dal vento. O lungo i viottoli invasi dai carretti trascinati da ragazzini mal vestiti e macilenti, i quali hanno già imparato, a proprie spese, l’arte della sopravvivenza.

Questi sono i protagonisti delle storie di Sait Faik Abasıyanık, scrittore e poeta turco che ai salotti colti di Istanbul preferiva le barche dei pescatori e le bettole dell’isola di Burgaz, dove stava seduto per ore dietro un tavolo ad osservare le persone che entravano e uscivano dalla porta, da cui traeva continuo spunto per i suoi racconti. Ecco così che le fattezze o le posture di uno sconosciuto, il suo ostentare una barba rasata senza troppa cura o una macchia sul bavero del soprabito, o magari delle mani senza tracce di calli o residui di vernice, diventavano subito materia pulsante su cui imbastire una storia, su cui inventare un frammento di vita. E quando poi si recava a Istanbul, lo faceva per percorrere in lungo e in largo quartieri e viuzze di ogni sorta, sempre alla ricerca di ispirazione.

L’epoca era quella della Turchia dei primi anni della Repubblica, che non era tanto prodiga di onori con i suoi letterati, e infatti non mancarono all’autore sospetti e interventi censori da parte di un governo che peccava di forte nazionalismo e che quindi non vedeva di buon occhio i protagonisti greci, armeni, cristiani o ebrei che si alternavano nei suoi racconti. In realtà Sait Faik parlava anche della sua gente, peraltro senza evitare di metterne in luce i difetti. Fatto sta che per la burocrazia turca era soltanto un disoccupato che sopravviveva grazie a un lascito paterno, e anche per tale motivo (o forse come pretesto) gli fu negato lo status di scrittore sul passaporto, nonostante la nomina di membro onorario ricevuta della Mark Twain Society. Mentre oggi tutto è cambiato, ormai da tempo l’autore gode di fama postuma, venerato e acclamato come il padre della letteratura turca moderna (grazie anche alle innovazioni stilistiche della sua prosa), al punto che la sua casa è stata perfino trasformata in un museo.

Qui da noi, purtroppo, è ancora poco conosciuto, ma grazie all’encomiabile lavoro di traduzione svolto da Giampiero Bellingeri e Fabrizia Vazzana, il primo professore di Lingua e letteratura turca all’Università Ca’ Foscari e la seconda sua ex-allieva, abbiamo adesso la possibilità di scoprire un’epoca remota della Turchia, antecedente a quella illustrata decenni dopo da altri autori più famosi, quali ad esempio Orhan Pamuk, che oltretutto avrei intenzione di leggere in tempi abbastanza brevi… Se non altro per capire meglio l’evoluzione letteraria di questo paese, che spesso ha dovuto scontrarsi con l’establishment accademico e governativo per promuovere la libertà di pensiero. Vien da pensare, al riguardo, anche al poeta Nazim Hikmet, autore di bellissime poesie d’amore, che fu condannato per i suoi ideali comunisti proprio alla fine degli anni ’30, perseguitato, molestato e costretto all’esilio perfino dopo la scarcerazione. Ma questa è un’altra storia, da trattare casomai in un’occasione futura.

Tornando a Sait Faik, credo sia opportuno aggiungere che si era avvicinato alla scrittura fin dagli anni universitari, in parte svolti anche in Francia, dove ebbe modo di apprezzare scrittori quali André Gide, Marcel Proust e Jean Genet, mentre i tentativi fatti per accontentare il padre di rassegnarsi ad altri mestieri puntualmente fallivano. Sait Faik, del resto, aveva un’indole da spirito libero, un’inclinazione a seguire i propri istinti anche se poi, con questi, doveva farci anche i conti. E aveva una sensibilità che lo poneva sempre dalla parte dei deboli, degli emarginati, seppure provenisse da famiglia agiata. Si sentiva più a suo agio mescolato alla gente della strada, delle osterie, dei porti e dei quartieri periferici che non tra quella degli ambienti più raffinati o d’elite. Come se tutto ciò non bastasse, era anche un incorreggibile flâneur, nato per «camminare per le strade, vedere e non vedere che cosa fa la gente» e anche «per osservare il mondo con meraviglia. Per stupirsi senza capire nulla». E poi, come fa ancora dire a uno dei tanti suoi doppi che compaiono nei racconti, nato per «Indugiare su un ponte e guardare in basso il colore dell’acqua, ammirare le gambe di una ragazza» – e chiedersi: «quella ragazza, chi riuscirà a baciarla?».

Questo è lo stile singolare di Sait Faik, che con una prosa amabile e invitante ci invita ad inseguirlo nei quartieri brulicanti e cosmopoliti della sua città, dentro le osterie o lungo le strade dove si incrociano «venditori di giornali, di fiammiferi, di stecche per baveri e bustini, mercanti d’amore (…) costruttori, pizzicagnoli, teatranti, scrittori, librai, acquaioli, tabaccai, professori, lustrascarpe, studenti…», e poi fino nei porti che affacciano sul Mar di Marmara, dove abbiamo la possibilità di sederci accanto a lui sul molo per osservare non solo le differenti tipologie della razza umana, da quelle più comuni a quelle più stravaganti che passano da lì per caso, ma anche gli uccelli, i pesci, il mare e il cielo (e sarà proprio un pesce, Sinağrit Baba, il protagonista di uno dei suoi racconti filosofici più riusciti), per poi magari scivolare di nuovo inaspettatamente con l’occhio sulle gambe di un’altra bella ragazza, incantati e storditi da tanta naturale bellezza. Oppure, ancora, ci inoltriamo al suo fianco nelle notti istanbuliote profumate di viole per ammirare i chiarori di luna sul Bosforo, con la mente leggera e gli occhi un po’ lucidi per i troppi bicchierini di rakı bevuto. L’avete mai assaggiato, il rakı? E’ una bevanda alcolica molto popolare in Turchia, ottenuta da un distillato a base di mais o patate oppure di uva o prugne, aromatizzata poi con l’anice. Una vera delizia, provare per credere. Pare che l’autore lo apprezzasse un po’ troppo, forse nell’intento di affogarvici i dispiaceri, ed è un peccato che la cirrosi epatica se lo sia portato via sulla soglia dei cinquant’anni.

A noi non resta che leggere e rileggere quel poco che troviamo tradotto nella nostra lingua (una quarantina di racconti estrapolati da varie raccolte uscite in Turchia dal 1936 al 1954), con un diletto che ogni volta si rinnova di fronte a una prosa che regala momenti tanto inaspettati quanto suggestivi e perfino, a volte, poetici. Una prosa volta più ad evocare che non a descrivere, al punto che la somma delle varie evocazioni supera di gran lunga l’importanza della trama. Sono i contesti bizzarri, le atmosfere impalpabili e sfuggevoli, le sensazioni più immediate, i profumi e gli odori di ogni genere, i momenti ricchi di pathos e imprevedibilità che danno linfa a questi racconti, non tanto lo sviluppo o la loro risoluzione. I finali, infatti, tendono a rimanere spesso aperti, non chiaramente definiti. E gli ambienti che fanno da sfondo, per quanto resi meravigliosamente bene, non prevalgono mai sulle caratteristiche anche fisiche dei personaggi, sui loro pensieri e stati d’animo, sulle loro attitudini più o meno stravaganti. Ed è giusto che sia così, perché, come afferma l’autore stesso, sono le persone che portano la bellezza in un paesaggio, altrimenti quello è e resta solo un paesaggio, muto e mal dipinto.

A coffee bar in a Beyoglu arcade, 1958. Credit Ara Guler/Magnum Photos

Osservate, ad esempio, come introduce in scena un suonatore di trombetta nel racconto omonimo, sembra quasi che voglia farcelo vedere, all’interno della bettola, e infatti ci riesce benissimo:

Ogni tanto, con la pioggia e la neve, entra un giovane dall’aria invecchiata, corpulento, le guance unte, il collo, i capelli e i baffi unti, il bavero del cappotto macchiato; si abbottona i pantaloni da suonatore di trombetta, prende posto su uno sgabello lasciato libero da uno dei cantanti esausti, o forse solidali, fraterni, e soffia suoni spaventosi in quella trombetta. La sua è l’ultima esibizione in sala, arriva poco prima delle undici. Vaga col corpo saldo sulle gambe corte e robuste, si toglie il cappotto col bavero di velluto, lo lascia in un angolo buio, si ferma a salutare il violinista cieco. Il percussionista sussurra al violinista cieco che il suonatore di trombetta lo sta salutando. S’increspa di mille rughe, all’improvviso, il volto teso del suonatore di salterio, fresco di rasatura e di dopobarba, che quasi mai si riesce a vedere alle spalle dei cantanti. Il nostro suonatore di trombetta si è seduto. Gli mancano i bottoni sul davanti dei pantaloni, o saltano via ogni volta? Sbucano le punte di un foulard verde. Chi se ne accorge ride. Il proprietario del locale glielo segnala con un cenno del capo e con gli occhi. Il suonatore di trombetta si alza in piedi, imbarazzato. Per lunghi minuti dà le spalle ai clienti, si sistema i pantaloni, torna a sedersi, si guarda un momento intorno. Poi prende dalla tasca una tabacchiera. Penserete che stia per farsi una sigaretta, invece no, prende uno dei bocchini di bambù dello strumento, lo rimette al suo posto, ne prende un altro, come a voler scegliere il più adatto, quello giusto per la serata. In quel momento, io mi alzo sempre. (Il suonatore di trombetta)

Straordinario, vero? Una caricatura a dir poco deliziosa. Una prosa, questa sua, che oltretutto era innovativa per i tempi, visto che rifuggiva dai precetti accademici per favorire una resa più spontanea, dal tono appunto colloquiale, con un ritmo che a volte si faceva ebbro, eccitato, spezzettato, caratterizzato anche da puntate nel surreale e da svariati omaggi al potere dell’immaginazione. Come, ad esempio, nel racconto intitolato Una storia così, che sembra rammentare qualche cosa di kafkiano tra le righe, visto che a un certo punto, per sfuggire ad un inseguimento, il personaggio-assassino si rimpicciolisce fino a diventare talmente piccolo da potersi nascondere nella tasca del cappotto dell’autore. Oppure come nel bellissimo L’uomo creato dalla solitudine, dove l’io-narrante, tra flussi di coscienza alterata e visioni quasi da incubo, contempla più volte le sue mani mentre crescono, crescono a dismisura, diventando sempre più enormi… Eh sì, verrebbe quasi da pensare a Kafka di fronte ad episodi di questo genere, se non altro per l’effetto straniante che suscitano, anche se poi gran parte della critica accomuna lo stile dello scrittore turco a quello di Čechov, forse perché capace allo stesso modo di trarre spunti dal reale senza perdere in levità, capace di creare delle attese e di giocare anche sul non detto, ma per tanti altri aspetti è pure diversissimo. Il problema è che l’essere umano ha sempre bisogno di etichettare, di trovare punti di riferimento, così ogni tanto si sente parlare di un Čechov francese o di uno americano, e magari un giorno salterà fuori un Čechov senegalese se non pakistano, questo è poco ma sicuro. Ma al di là dei paragoni che si tentano di fare, spesso inerpicandosi su rami pieni di spine, sarebbe utile ricordarsi che ogni scrittore o poeta, alla fin fine, è pur sempre un piccolo mondo a sé, al di là di tutte le influenze assimilate dal suo tempo e dalle letture svolte. Lasciamo quindi perdere Čechov, per favore, e mettiamo in cantina pure Kafka, che forse è meglio…

Porters at the Beyolglu market, 1954. Credit Ara Guler/Magnum Photos

Tornando ai contenuti dei racconti, colpisce il fatto che i protagonisti siano spesso dei bambini rappresentati in tutte le salse, dal ragazzino che si intrufola in una fabbrica e si improvvisa ladro per amore (Il fazzoletto di seta) alla giovane col viso minuto e la pelle puntellata di lentiggini, che suscita al narratore un misto di malinconia e desiderio che svigorisce i nervi (Il sonno nel bosco). Sono piccoli ladruncoli con le mani che odorano di prugne e di pesche, quelli di Sait Faik, oppure bambini poveri con le gambe esili come penne che trasportano catini ricolmi di pesce lungo le vie del paese… Volendo fare però una stima, a mio avviso i racconti più belli sono quelli che ruotano attorno al desiderio che si accende all’improvviso per una donna. Penso, ad esempio, alla ragazza ebrea con la macchia nera nell’occhio, «con le mani così paffute da poterci posare delle nocciole nelle fossette, i seni prosperosi, una scollatura in cui scende una linea scura», alla quale l’io-narrante avrebbe voluto baciare perfino le gambe (Un uomo inutile), oppure a quella greca che incrocia ogni mattina su un vaporetto, una fanciulla con un che di gioioso sul viso che lo fa sdilinquire, e della quale immagina perfino la casa, la famiglia, la tavola imbandita, pur senza trovare mai il coraggio di rivolgerle la parola (Una casa sull’isola di Kınalı). E poi penso, naturalmente, alla ragazza pedinata sotto la pioggia, così come l’avete conosciuta anche voi nel racconto del post precedente, che è intitolato appunto Pioggia e che sarebbe, a mio avviso, da immortalare in un quadro. Qui l’autore medita anche sulla bellezza, rimuginando più volte sulla frase dell’Idiota dostoevskiano, ma poi rinuncia a porsi ulteriori domande, perché alla fine è meglio così; a che serve, infatti, dimostrare l’idea dell’Idiota? “Accettiamola”. E poi con animo esultante ma anche disperato, spinto da un bisogno incontenibile di confessarsi, si mette a tallonare la bella ragazza, corroborato dal fatto di aver bevuto cinque pinte di birra. Perché, si sa, gli ubriachi sanno essere “dei teneri folli”, a volte.

In altri casi, invece, l’attenzione è rivolta a soggetti dello stesso sesso (quasi a suggerire delle latenti inclinazioni omoerotiche), e anche in tali frangenti il desiderio stenta a trovare uno sbocco concreto, oppure viene represso, soffocato, vissuto in condizioni che assumono via via dei contorni alterati, con elementi che, come innanzi accennato, oscillano tra realtà e sogno. Ma dove possa iniziare e finire il sogno nessuno può dirlo, tanta è la mescolanza tra queste due dimensioni e il senso di mistero che vi rimane appicciato addosso.

Bisogna anche tenere presente che all’epoca, in Turchia, l’omosessualità era biasimata, per lo più osteggiata. Non che oggi, con il governo di Erdoğan, le cose siano tanto cambiate, purtroppo (basti pensare alle manifestazioni Lgbt fortemente contrastate degli ultimi anni), ma nei primi decenni del Novecento sarebbe stato impossibile anche solo palesarla di striscio, la propria diversità, se non in pubblico figuriamoci nell’opera letteraria. E infatti, nei momenti in cui affiora questo anelito tutte le cose assumono le caratteristiche del “sogno”, nell’ambito del narrato, tutto diventa più misterioso ed evanescente… 

Comunque, anche se nella postfazione il traduttore parla “di dubbi angosciosi sulle proprie inclinazioni affettive, e sulle forme che possono assumere l’amore e l’erotismo”, riferendosi a Sait Faik, a me rimane pure il sospetto che questi personaggi maschili, prima ricordati e pensati, poi intravisti e affannosamente rincorsi, evocati e cercati in ogni dove e immancabilmente persi (come ad esempio il misterioso amico Panjo, che compare in ben più di un racconto), possano essere emblematici della parte in ombra di sé, quella che rimane per lo più celata ma con la quale bisogna fare i conti… In altre parole, penso che tali presenze potrebbero anche solo costituire ulteriori “doppi” dell’autore, probabilmente indicativi di un senso di solitudine mai del tutto risolto, di un bisogno d’affetto mai del tutto colmato.

Ci sono infatti dei racconti in cui la sofferenza dell’io-narrante si fa quasi palpabile, seppure poi attenuta o superata da una svolta, da un cambio inaspettato di scena. Impossibile però non coglierlo, quel filo di sofferenza, come non è possibile non sentirsi partecipi quando l’autore confessa, ad esempio, che ha paura di tutti, che ha rinunciato a se stesso, che ha un dolore che non riesce a spiegare (così nel racconto che dà il titolo alla raccolta), oppure quando medita a più riprese sulla futilità del piacere, mettendo in bocca ad un prete incontrato su una nave la seguente considerazione:

Il piacere è la cosa più incostante e volubile. E’ un gas che scappa dal buco più piccolo. Non è per questo che siamo continuamente costretti a cambiare piaceri e diletti? E ogni volta, dopo averli cambiati, è forse possibile arrestare di nuovo quella cupezza, la disperazione, la sofferenza? (Le tre condizioni dell’uomo in attesa).

O quando, in altre circostanze, parla della sua città che diventa bella o brutta a seconda dei giorni, a seconda dei malumori del momento:

Lunedì. Sono di nuovo nella sala inferiore del vaporetto. Di nuovo è tempo di neve. Di nuovo Istanbul è brutta. Istanbul? Sì, è una brutta città, Istanbul. Sporca. Soprattutto nei giorni di poggia. Negli altri giorni è bella? No, non è bella! Anche negli altri giorni il ponte è coperto di muco e catarro. Le strade laterali sono piene di fango e calcinacci. La notte dilaga il vomito. Le case girano le spalle al sole. Le vie sono strette. Artigiani e mercanti spietati. A chi è ricco, tutto ciò non interessa. La gente è così dappertutto. Sono soli: anche quelli che dormono in coppia, in letti dorati. La solitudine ha riempito il mondo. Tutto comincia con l’amore, con l’amore per qualcuno. Ma, qui, tutto finisce con l’amore. (Un serpente sull’Alemdağ)

Ripenso anche al racconto citato all’inizio, dove tra un evento irrazionale e l’altro si respira un senso di inquietudine esistenziale che sembra riflettere quello del mondo tutto, visto che a volte l’autore, parlando di sé in prima persona, è come se parlasse un po’ di noi, è come se desse voce a un disagio interiore che bene o male (chi più e chi meno) ci accomuna tutti:

Se tornassi in quella birreria del Passaggio dei Fiori… Se mi sedessi a quel tavolo, sì, a quel tavolo… Se arrivassero le persone a coppie, maschi e femmine… Io da solo. Io da solo fra milioni. Mi fa sempre più male. Un dolore come l’amaro di un melone, un veleno. La cosa che troviamo solo dopo averla perduta. Indovina che cos’è. Indovina.
Non hai saputo indovinare la cosa che non possiamo trovare senza averla perduta: non hai saputo indovinarla. Hai perso, via! Chi ha guardato dalla finestra? E perché? Chiudi gli occhi, chiudili! Le mani, ti crescono? No, non crescono. Non crescono, non crescono. Evviva. Ma fanno male. No, non fanno male, non dire bugie. Come se tu avessi qualcosa che ti pesa sul cuore, giusto? Falso. L’hai letto di sicuro da qualche parte. O te l’ha raccontato qualcuno. O ti è rimasto impresso nella mente, così. Sul tuo cuore non c’è niente! Solitudine.
La solitudine è bella. Non è bella. L’amaro del melone. E che cos’è, l’amaro del melone?
(L’uomo creato dalla solitudine)

Poi, in altre circostanze, avviene il riconoscimento che il dolore è anche negli altri, perché gli altri, come te, sono uomini che soffrono, al pari tuo:

Eccolo qua, ce l’hai davanti. Anche lui, come te, ha mani, piedi, occhi, sopracciglia, è sano o malato, biondo o bruno, ha una testa, dei capelli, le ciglia, una bocca che dice bugie. Sul volto, lievi tracce di risse, sassate, cadute. Segni di un’infanzia da discolo; cose minime, non manca niente. Vedi le sue mani, le dita, i piedi. Chi è? L’essere umano. Come te, uguale identico. (Il sonno del serpente)

Ma tra un momento di spaesamento e l’altro spiccano anche pensieri più luminosi o dall’effetto liberatorio, come nella metafora che segue, a mio avviso capace di parlare a tutti e di essere quindi facilmente apprezzata anche al di fuori del suo contesto:

Bene, ormai che abbiamo superato l’imbarazzo, vi dirò anche questo: non mi lavavo da sette anni. Non mi era nemmeno passato per la testa. Mi è venuto un prurito, ma un prurito…! Mi sembrava di essere ricoperto di pulci. Sono entrato in un hammam. Mi sono lavato, oh come mi sono lavato! Scendeva sporcizia a volontà. Però mi sono rilassato. Che sudata, che bella sudata mi sono fatto! Mi rimaneva in mano qualcosa… pelle morta? grasso? sporcizia? ovunque strofinassi. Mi ha sconvolto come un essere umano possa avere addosso così tanta lordura… di quante croste ci ricopriamo. (Un uomo inutile)

Ecco, sono questi i racconti di colui che è stato definito un po’ troppo frettolosamente il Čechov turco. Questi e altri ancora, tutti meritevoli di una lettura. A volte palpitanti di amore per la vita, per la gente e i luoghi nativi, per la natura e gli animali (per i cani, in particolare; nel racconto “Una storia così” c’è un momento in cui l’io-narrante dialoga con un randagio incontrato di notte per strada, e anche questo sarebbe un pezzo da incorniciare e affissare al muro), altre volte governati invece da elementi onirici e improntati a repentini abbassamenti di umore, probabilmente sintomatici di qualche vuoto affettivo che non si riusciva a colmare o a lenire del tutto, come sembrano suggerire anche i contenuti di alcune liriche. Sait Faik si era infatti cimentato anche in campo poetico, nel corso della sua breve esistenza, come si può desumere dai versi con cui concludo un lungo omaggio che mi è costato qualche ora di sonno ma mi ha regalato anche tante emozioni.

Un’ultima cosa la devo però aggiungere, certa del fatto che chiuderete un occhio di fronte a tanta inaspettata esuberanza di sentimento: nel corso della lettura, tra un momento di rapimento e l’altro, mi sono innamorata dell’autore. Di quel suo modo di sentirsi e percepirsi diverso, senza per questo rinunciare allo scambio empatico con il resto del mondo. Di quella sua capacità “di vivere di sogni e di far vivere dei sogni”, grazie alla bellezza di una prosa che riflette pensieri ed emozioni immediate e assume toni confidenziali. E mi sono anche innamorata della sua malinconia leggera e ondivaga, che oltretutto ha l’effetto, se non si sta attenti, di risultare contagiosa e quindi pericolosa. Una malinconia forse più intensa di quanto avrebbe voluto far trasparire e perciò subito stemperata nel breve volgere di qualche riga.

Sul serio, me ne sono innamorata, non sto esagerando. Qualche suo frammento mi è entrato nel sangue e credo ci resterà per lungo tempo ancora.

Quasi non fossi qui

Ormai mi sono liberato di me stesso,
l’ho rotta la catena, adesso siamo sopra
la terra nera, e canta il vento nero di maestrale
sulle corde al telefono
traversa la tempesta una barca con la vela
di cose nuove mi diletto, cose nuove
le stelle, un minareto snello d’Istanbul, la torta a strati,
le prugne gialle, con il caffè, le sigarette, il cioccolato.
Giorni nuovi si sono aggiunti ai giorni miei,
i giovedì,
se un giorno è l’euforia,
un altro giorno sono triste
non sono cose da bambini
no, per niente, amica mia,
son cose queste da luce di una lampada
che si accende a quarant’anni.
Siedo a un caffè allo scalo di Burgaz, ci penso sopra.

Davvero, provo gioia.
Guardo i traghetti
Guardo l’imbarco, la gente che conversa,
quasi non fossi qui.


Testi e link di riferimento:

Un uomo inutile, Sait Faik Abasıyanık, Adelphi, traduzione di Giampiero Bellingeri e Fabrizia Vazzana, pagine 263 (2021)

La poesia è tratta dal volume “Ora è il tempo per amarsi”, curato da Giampiero Bellingeri e pubblicato da Lunargento (2020)

La video-intervista a Fabrizia Vazzana, dove ci spiega quanto sia stata intensa e totalizzante l’esperienza di tradurre l’opera di Sait Faik, un’impresa per niente facile ma ricca di soddisfazioni, impegnativa per il fatto di aver dovuto cercare la forma migliore per esprimere nella nostra lingua i pensieri e gli stati d’animo sempre “mutevoli” dello scrittore, cercando peraltro di non tradirli.

Un’altra intervista a Fabrizia Vazzana, dove si parla anche dell’attuale situazione in Turchia, un paese in cui vige la censura e dove i diritti delle minoranze sono continuamente calpestati.

Le foto inserite nell’articolo sono di Ara Güler, il fotoreporter turco di origine armena soprannominato l’occhio di Istanbul per la cura con cui documentò la città dagli anni ’50 in poi, ritraendola da ogni angolatura e in tutti i suoi contesti.

La casa di Sait Faik Abasıyanık, che dal 1959 è stata trasformata in un museo.

20 pensieri su “Un uomo inutile

      1. Troppo buona Alessandra, troppo buona.
        Io e la mia Musa abbiamo sentito il bisogno di berci un bicchierino di raki immaginario perché i tuoi bellissimi post ci mettono un tantino in soggezione. Sei terribilmente brava, sai?
        Alla prossima lettura e grazie 🙂.

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    1. È un’adorabile sfaccendato, con il quale passeresti volentieri alcune sere a far tardi… Traboccante di sensibilità e di inventiva, capace di sorprendere come di sorprendersi. A tratti anche autoironico, quando ad esempio scrive: «Non lavora, quello stupido! Vive grazie al lascito del padre. Fortuna che ha una madre, sennò si venderebbe tutto e vivrebbe strisciando». Poi ci sono almeno due racconti (a sorpresa!) dove si pone delle domande sul “perché scrivere” e “come scrivere”, che penso potrebbero stuzzicarti 😉 Se decidi di buttarti nelle sue braccia, fammelo sapere. Non sono gelosa.

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  1. Mi è capitato un paio di volte di innamorarmi di personaggi, mai di autori, ma di sicuro l’amore mette le ali. Hai scritto un gran bel pezzo, si ha l’impressione di star leggendo l’autore e viene voglia di farlo. Tanto più che non conosco nulla della Turchia, se non un vago allarme ereditato dal “Mamma mia li Turchi!”, e il disagio nei confronti del mondo islamico che, inutile girarci intorno, è un mondo che ci nega. A maggior ragione sarebbe interessante leggere un autore laico (mi pare) e abbastanza compromesso con la modernità da avvertirne tutti i disagi.
    Grazie dell’articolo e a rileggerti presto!

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    1. Sì, hai compreso benissimo 🙂 La repubblica turca dell’epoca (seguita al crollo dell’impero ottomano) aveva promosso riforme a favore di uno stato laico di stampo occidentalista, ma allo stesso tempo era anche fortemente nazionalista. E la prosa di Sait Faik viene oggi definita moderna non solo perché si discostava dai toni patriottici e altisonanti del tempo, ma anche per il fatto che era capace di inglobare una gamma molto ampia di emozioni umane, senza appunto escludere i disagi di tipo esistenzialistico. Sicuramente gli anni di studio trascorsi in Francia, dove si era avvicinato all’opera di molti autori occidentali (in particolare poeti e scrittori francesi), gli avevano offerto molteplici influssi, poi a suo modo rivisitati e rielaborati. La modernità del suo stile è tuttavia inconfutabile, basti solo pensare a quei racconti che rasentano il flusso di coscienza, oppure a quel suo modo di focalizzare l’attenzione del lettore sulla prospettiva dello scrittore, oltretutto con un tono invitante e confidenziale mai usato in precedenza nella narrativa turca.

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  2. Renza

    Cara Alessandra, se Sait Faik Abasıyanık è il fascinoso uomo che appare sulla copertina di ” Un uomo inutile”, sospetto che il tuo innamoramento dipenda non solo dalla sua scrittura e dalla sua personalità😉. Scherzi a parte, ” innamorarsi” di uno scrittore o di una scrittura è una delle esperienze più stimolanti che la vita possa regalare. Emozione, piacere, passione alimentano la vita, che, di questi tempi, non è propriamente rivolta a pensieri leggeri. In ogni caso, grazie per avermi fatto conoscere uno scrittore vitale e malinconico; esuberante e quieto. Mi è piaciuta molto la capacità di descrivere quei personaggi modesti , un occhio realistico che guarda con grande umanità. Concordo con altri interventi: sei stata molto brava, il che non è una novità😊.
    Ma poi non lamentarti se tutte si innamorano di lui… Ciao, cara, è sempre un piacere leggerti.

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  3. Non conoscevo questo autore, ma la tua recensione mi ha fatto venir voglia di leggerlo! Solo certi scrittori mediorientali, turchi o ebrei, riescono a dar vita a certi ambienti pieni di gente e di confusione, e di ritrarre tipi umani in poche righe, per la delizia di noi lettori!

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  4. Alessandra cara, è bello quello che mi fai scoprire: uno scrittore di stati d’animo e di atmosfere. La sua sembra un prosa poetica. Grazie dell’impegno profuso per comunicare questo tuo amore che non può assomigliare a nessun altro ma è unico, come come tutti i veri amori.
    Pamuk e Hikmet… Non andavo oltre, anche se il fascino di Istanbul, una volta che la conosci, rimane indelebile tra i ricordi..e Sait Faik mi ha rimescolato la memoria.

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    1. No, non l‘ho letto. Però il tuo suggerimento, caro wwayne, appare un tantino fuori tema e fuori luogo. Aspetta, come si dice in inglese? Off-topic. Ecco, diciamo che sei decisamente off-topic (e non è la prima volta, santiddio!!). In altre parole, è come se tu parlassi nel tuo blog di Dante Alighieri e io ti venissi a chiedere, così su due piedi, se per caso hai letto l’ultimo libro di Antonio Moresco. Scusa, ma cosa c’entra? Per restare sull’argomento avresti almeno potuto consigliarmi il libro di un altro turco o parlarmi del samovar o dell’ultima crociera che hai fatto sul Bosforo, non ti pare? 😉 (… e sia chiaro che dico tutto questo bonariamente, in modo piuttosto scherzoso e con doppio sorriso aggiunto)

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      1. Certamente, anche nel mio blog si va continuamente off topic, parlando nei commenti di libri e film che non c’entrano nulla con quello di cui ho parlato nel post. Talvolta lo faccio io, talvolta prendono l’iniziativa i miei commentatori. In entrambi i casi la cosa mi fa molto piacere, perché si allargano gli argomenti di conversazione e quindi il dibattito diventa più variegato e stimolante. Se a te invece la cosa non fa piacere, cercherò di evitarlo (ma non posso prometterti nulla, perché di qui a un mese potrei tranquillamente scordarmi della tua scarsa simpatia per i commenti off topic).

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