Sait Faik Abasıyanık – Pioggia

Donne incrociate per strada, adocchiate al volo su un ponte o all’angolo di un quartiere, osservate e immortalate da un talentuoso scrittore turco del secolo scorso, qui da noi ancora poco conosciuto. Donne che accendono desideri incontenibili nell’io narrante, il quale le ossequia con un’esuberanza in parte contenuta da una timidezza che ha un sapore d’altri tempi, e con una delicatezza d’animo che ai giorni nostri si è ormai persa per strada ma che adesso abbiamo l’occasione di recuperare, di riapprezzare attraverso una serie di racconti che si prospettano tanto incantevoli quanto fuori dall’usuale. In quello qui proposto l’incontro con il femminile è anche pretesto per uno sfogo momentaneo del cuore, dacché nasce dal bisogno di condividere il peso della propria solitudine con una persona del tutto estranea, e poco importa, a conti fatti, se il sollievo è destinato a durare solo pochi istanti. Ecco, per ora non aggiungo altro, affidandovi invece ai modi e ai toni affabilissimi dell’autore, certa che apprezzerete. Poi, in tempi che spero brevi, seguirà un articolo interamente dedicato.


Non avrei dovuto farlo. Ma è successo. Mi sono comportato da maleducato. Niente di così importante. Però me ne vergogno ancora. Sentite com’è andata:
Avevo bevuto quattro o cinque pinte di birra. Fuori scrosciava una pioggia spaventosa. La gente si era riparata sotto un cornicione. Poi la forza della pioggia è diminuita. I rivoli sopra i vetri non formavano più ruscelli e i ruscelli non formavano fiumi. Dalle colline l’acqua fangosa ora scendeva giù calma, lenta, verso i viali. Quelli che avevano fretta di tornare a casa sono corsi in strada, dagli usci in cui si erano rintanati. Fra questi anche solo chi amava la pioggia, immagino. Io, per esempio. Sulle spalle avevo un parapioggia. Non mi riparava affatto. E pazienza! L’ebbrezza di cinque boccali di birra e la carica di simpatia che mi danno gli acquazzoni mi hanno scaraventato sul viale. «Prenderò il tram alla fermata più avanti, non a questa» mi son detto. Adesso la pioggia era fitta, cadevano dei bei goccioloni cristallini. Lontano pioveva sui campi e sulle carrarecce. L’aria era satura di quell’odore di terra e ozono. Il vapore sulle schiene lucide delle bestie. Su una strada vidi dei contadini, bambini con le teste rasate a piedi nudi sui viottoli di campagna. Da sotto un albero di gelsi sbucò una ragazzina, la bocca ancora umida. Dietro di lei un giovanotto cercava di trattenerla:
«Sta passando, sta passando,» le diceva «sono nuvole passeggere».
E lei: «Siamo già in ritardo…».
Un esile rivolo d’acqua scorreva veloce dentro alle rotaie del tram. Questo il genere di cose cui fa pensare l’ebbrezza: come fila veloce l’immondizia nella rotaia del tram! Buon viaggio!
Gli ubriachi sono dei teneri folli.
L’ho notato molte volte. Come sono meravigliosamente belle le persone quando nevica o durante acquazzoni come questo. I miopi, per esempio: strizzano gli occhi e guardano da vicino quelli a cui nessuno bada. Anch’io sono uno di quelli che i miopi guardano, e so che le persone che desiderano guardarsi nella pioggia si trovano belle incrociando gli sguardi.
Mi viene in mente una frase dell’Idiota, che ho appena letto: «C’est la beauté qui sauvera le monde».
Forse la pioggia ci farà sembrare bella la persona che non sappiamo amare, e l’ameremo. Da quanti giorni mi fa rimuginare, questa strana frase dell’Idiota. «La bellezza salverà il mondo». Sotto molti aspetti, è vero…
Non sono la bontà o la cattiveria, né il piacere o il disgusto, né la letteratura, la bassezza, l’amore, o l’istinto… Niente può salvare il mondo. Ogni giorno ci avviciniamo di più al dolore e alle pene. Lo sa anche un idiota. «La bellezza salverà il mondo».
Questo il ruolo della letteratura sulla faccia della terra: cercare la bellezza. Le donne si truccano per farsi belle. Quest’uomo per essere bello si lascia crescere i baffi. Quel bambino, se vuole, potrebbe mantenere il suo bel viso fino a cinquant’anni. Anzi, più che mantenerlo potrebbe perfino migliorarlo, ammesso che viva fino a cent’anni. Quanto sono belli i volti delle persone sane, anche se imperfetti. La bellezza leziosa dura solo tre o quattro giorni.
A che serve dimostrare l’idea dell’Idiota? Accettiamola.
Accanto a me passa di fretta una ragazza meravigliosamente bella. Ho fatto qualcosa che non avevo mai fatto in vita mia. Ho accelerato anch’io. La pioggia cade sui suoi capelli biondi. Per un istante li vedo brillare e luccicare. Solo un istante.
Come se una strana, odorosa e segreta spugna assorbisse la pioggia. In quell’attimo capisco le allusioni e lo spirito degli antichi poeti, quando scrivevano: se solo fossi il pettine tra i tuoi capelli, l’ombra sulle tue palpebre, il pennello sulle sopracciglia, prigioniero del tuo ricciolo… Scrivo anch’io le mie brutte poesie: «Ben venga la pioggia sui tuoi capelli».
A un certo punto, la ragazza si ferma dal tabaccaio a comprare una rivista in francese. Mi viene voglia di parlare in francese. Poi mi sembra insostenibile l’idea di parlare francese tra due turchi, tra due persone di Turchia, soprattutto a Beyoğlu. A volte lo trovo perfino brutto, disdicevole. Nondimeno, esordisco in francese:
«Non si volti. Ho solo bisogno di parlarle. Non si giri a guardarmi. Pensi a un uomo che ha bevuto un bel po’ di birra. Quell’uomo sente il bisogno di dire delle cose a una persona sconosciuta, ma incontrata all’improvviso, che trova straordinariamente bella. Tenga conto di questo e ascolti. Se si voltasse, se mi vedesse, proverebbe un senso di disgusto. Mi chiamerebbe scemo. Se vedesse i miei vestiti, la mia incerata sporca, il mio misero cappello mi riderebbe in faccia. Senza girarsi può dare un senso al mio volto. Può perfino farmi indossare un abito dello stile a lei più gradito. Allora somiglierei forse agli attori del cinema, e che male ci sarebbe? Talvolta li trovo belli anch’io».
Mi sono fermato un minuto. Ho smesso di parlare, intendo. Ma continuavamo a camminare. La ragazzina stava per girarsi a guardarmi. Ma non sono riuscito a vederla in viso. Ho intuito che sorrideva e che aveva deciso di non voltarsi più. Ho rallentato un po’. La pioggia invece si era molto infittita.
Ho ripreso: «Mi ero preparato un discorso frettoloso. Ma l’ho dimenticato, dato che lei non si volta. E allora le dirò quello che mi viene in mente. Ecco: amo una ragazza. Somiglia a lei. O forse no. Ma non importa. La ragazza non mi ama per niente. Neanche questo importa. Con chi posso parlare di lei sotto questa pioggia? Chi mi ascolterà? Tutti sono persi nelle loro carte quotidiane. Siedono a bere acquavite. Ognuno ha qualcosa da dire. Ma chi mai si siederebbe ad ascoltarmi? E se anche qualcuno lo facesse, non mi vergognerei della mia confessione l’indomani, ritrovandolo? A lei invece posso dire tutto, quanto io ami tutto della mia amata, e quanto la mia amata non ami nulla di me… Sì, perché lei non vedrà neppure il mio volto. Nel caso ci incontrassimo ancora, non ci riconosceremmo. Lei è l’amica più bella che la pioggia potesse donarmi. In questo momento quasi non penso nemmeno alla mia amata. Mi basta la sua amicizia. Non creda che le stia facendo una dichiarazione d’amore. No! Dico solamente ciò che sento. Ma non creda neppure di essere una ragazza che non fa innamorare. Lei è più bella del mio amore e di questa pioggia. Già il suo comportamento, il fatto che mi stia ascoltando, è un gesto di vera, intima amicizia.
«Ci sono quelli che abbordano le donne cercando di fare gli amici, ma senza successo. Alcuni sì, ce la fanno. Ma io non sono il tipo. Non ho mai fatto una cosa del genere in vita mia. È la prima volta che mi accade. Forse tra una decina d’anni, in un giorno di pioggia, se avrò bevuto quattro o cinque birre, mi troverò a fare le stesse stupidaggini».
La ragazza aveva rallentato l’andatura, confusa. Io mi ero fatto ancora più sensibile.
«Cara infermierina,» ho esordito «vede che bisogna perdonare gli uomini che seguono le ragazze? Hanno qualcosa da dire, come me, oppure si avvicinano a una persona che trovano strana e bella solo per dire che non c’è niente da dire. Ecco cosa ti dico, bambina mia, mia infermiera!». A questo punto ho ripetuto esattamente una frase di Baudelaire: «“Il mondo è bello malgrado tutto”. Che bella la pioggia! Che bella la mia amata! Che peccato che non mi ami. Questo dolore ha un gusto. Una sbronza, un tremore, un sussulto, un assaggio di esistenza. Che bella la pioggia. Oh, è gelida! Che bella anche tu. Tu, la tenera ragazza che mi sta ascoltando sotto la pioggia. Amo anche te, come la mia amata. Viva il mondo».
Poi ho aggiunto in turco:
«Evviva il mondo!».
La ragazza all’improvviso ha accelerato. Arrivata davanti a uno dei palazzi di Taksim, senza voltarsi, mi ha fatto un saluto con la mano. E se n’è andata, infilandosi nel portone.
Ero felice come un bambino che ha ricevuto un tamburello in dono per la prima volta. Tanto così.


Un uomo inutile, Adelphi, 2021, pp. 60-64, traduzione di Giampiero Bellingeri e Fabrizia Vazzana.

Sait Faik Abasıyanık (Adapazarı, 18 novembre 1906 – Istanbul, 11 maggio 1954) è stato uno scrittore turco. Con uno stile innovativo e una prosa impressionistica e lirica, ha rappresentato la Istanbul degli anni quaranta e cinquanta, vista attraverso la lente di una singolare inquietudine esistenziale. Il premio letterario che ogni anno laurea il miglior racconto in lingua turca è a lui intitolato. (Wikipedia)

9 pensieri su “Sait Faik Abasıyanık – Pioggia

  1. Renza

    Mi accodo, cara Alessandra, felice del tuo ritorno, ai giudizi che mi precedono. Che racconto, che dolce malinconia, che musicalità ( traduzione molto efficace, sembra)! Un autore che promette molto. Grazie !

    Piace a 1 persona

    1. Una traduzione che è stata difficile, impegnativa, anche per lo stile “cangiante” dell’autore… Ma, come hai detto, riuscitissima. Così bella che oggi mi sono riletta, con grande piacere, almeno una decina di racconti.

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