Lago in calma

No. Non si può salire: il vuoto enorme
grava su noi, quella gran luce bianca
arde e consuma l’anima.
Non vedi come prone
stanno le cime e come densi i pini
nella valle precipitano?
Non impeto d’ascesa
sferza le vette ad assalir l’azzurro,
ma paurosa immensità di cielo
le respinge, le opprime.
S’annidano, rattratti, nelle conche
i nevai, disciogliendo
sui nudi prati, fra gli abeti neri
trecce argentee di rivi,
come un canoro sospirar di pace
verso il lago lontano.
Restiamo presso il lago, anima cara;
restiamo in questa pace.
Guarda: il cielo, nell’acqua, è meno vasto,
ma più mite, più vivo.
Noi entreremo in questa vecchia barca
tratta in secco sul lido:
i remi sono infranti, ma giacendo
sul fondo basso, non vedrem la terra
e l’onda, percuotendolo da prora,
darà al legno un alterno dondolio
che fingerà l’andare.
Salperemo così, da questi blandi
pendii che odoran di ginepro: andremo
con tutto il sole sovra il petto, il sole
che riscalda e che nutre;
andremo, lenti, in un bianco pio sogno
di sconfinata pace,
verso ignorate spiagge,
col nostro amore solo.

ledro1a
Lago di Ledro (TN), 29 luglio 2019

Note a margine:

La lirica, tratta dal volume “Parole – Tutte le poesie” (edizioni Ancora, 2005, pp.130-131), è stata scritta da Antonia nell’agosto del 1930, mentre si trovava a Silvaplana, un comune svizzero dell’Alta Engadina. Facile immaginare che proprio l’omonimo lago, che a quei tempi concedeva un’atmosfera intima e assorta, abbia contribuito non poco alla nascita di questi meravigliosi versi. La Pozzi, del resto, amava e spesso cercava il silenzio dell’alta montagna, il contatto con quei luoghi della natura dove è ancora possibile rigenerarsi, osservarsi ed ascoltarsi dentro stando lontani da vincoli e ingerenze esterne, e da qualsiasi tipo di rumore che non sia quello del vento o del nostro stesso respiro, del battito del nostro cuore…

In questa pagina un breve excursus sull’opera pozziana, esaminata alla luce del suo rapporto con la natura e in particolare con la montagna.

Qui la possibilità di scaricare gratuitamente la raccolta poetica di Antonia Pozzi (curata da Alessandra Cenni e Onorina Dino), grazie alle iniziative promosse dall’associazione culturale Liber Liber.

 

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19 pensieri su “Lago in calma

  1. Cara Alessandra, respiro profumi noti.
    Nota: Tutte le volte che entro qui non posso fare a meno di soffermarmi sulla copertina laterale, eh sì, SIGH!, il vecchio Ernest… in questi tre puntini so benissimo che immagini quello che non ho scritto, ma che scriverei… 🙂

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      1. Ahaha, lo sapevo che mi avresti risposto così! Lo so, lo so che sei un galantuomo, al massimo mi faresti un po’ di solletico, ma purtroppo sono sensibile anche a quello, quindi è meglio di no. 😉 (Ehi, ma tu conosci la Val di Ledro? Hai messo piede anche in questi posti? O con “profumi noti” ti riferisci ai luoghi cantati dalla Pozzi?)

        Piace a 1 persona

  2. “e l’onda, percuotendolo da prora,
    darà al legno un alterno dondolio
    che fingerà l’andare.”
    Bellissimi questi versi che, pur di fronte alla pace “reale” del lago, immaginano che si scampi all’oppressione del “vuoto enorme” soltanto attraverso una finzione – un tessere con parole qualcosa che non esiste.
    Mi chiedo come si sarebbe sviluppata la poesia di Pozzi (soprattutto linguisticamente) se non avesse scelto di interrompere così presto.
    (Piccola curiosità: qui vicino – primo Appennino emiliano – c’è una piccola località che si chiama Selvapiana, famosa perché Petrarca vi trascorse l’estate del 1341 e vi trovò la tranquillità per riprendere a scrivere l’Africa. Ma la selva, ahimè, non c’è più. Da molto tempo non c’è un albero neanche a pagarlo, sigh!

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    1. È vero, la quiete infusa dalla natura a volte non basta, bisogna alleggerire anche la mente, svincolarsi dai pensieri più cupi… immaginando qualcosa che contenga gli argini del proprio disagio, che allevi il peso che opprime l’animo. Finzione o no, questo è un esercizio che si rivela confortante non solo per i poeti ma anche per i comuni mortali, anche se non sempre centra il bersaglio.
      (…sì, carissima amica, condivido il tuo dolore per gli alberi; quando un giorno li avremo abbattuti tutti, saremo anche a due passi dal baratro, sempre che nel frattempo non ci sia venuta la voglia di estinguerci a vicenda con le nostre stupide, inutili e ripetute guerre)

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  3. Che bella questa poesia, mi ricordo quando avevi parlato di Antonia tempo fa, mi aveva colpito molto. Un bel modo per salutare l’ultimo giorno di luglio e accogliere agosto con la sua promessa di montagne (almeno per me!). Un abbraccio Alessandra, è sempre una cara sorpresa leggerti.

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  4. La vicenda umana e artistica di questa poetessa sublime, che ho scoperto davvero solo qui sul tuo blog, cosa per cui ti ringrazio, mi ha richiamato alla mente un’alta poetessa e scrittrice da me molto amata, Cristina Campo, intransigente “trappista della perfezione” che certo non a caso, ho scoperto, annovera i versi di Antonia Pozzi tra le sue poche, selezionatissime letture.
    Volevo scrivere a lungo delle affinità elettive tra le due autrici, ma (per fortuna) c’è chi mi ha preceduto; segnalo dunque questa tesi di dottorato a firma di Nicola Di Nino, che affronta in maniera esaustiva l’argomento estendendo tra l’altro il parallelo anche a Margherita Guidacci (pure a me sì cara ):
    http://www.cristinacampo.it/public/nicola%20di%20nino%20%20voci%20spirituali%20antonia%20pozzi%20cristina%20campo%20e%20margherita%20guidacci%20universit%C3%A0%20della%20columbia%202013.pdf

    Spero di leggere presto altre tue pagine dedicate ad Antonia Pozzi. Un abbraccio

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    1. Carissima Valeria, grazie per il file condiviso, leggerò ogni riga con vivo interesse! Cristina Campo è un’autrice che da tempo mi chiama, non perderò l’occasione di esplorarla. E per quanto riguarda le affinità elettive…. rimango in attesa di leggere anche le tue opinioni in proposito, non importa se l’elaborato sarà lungo o breve, sono certa che non passerà inosservato :-).

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  5. Tanti anni fa, mi ero scritta la poesia che riporto sotto, all’inizio di un taccuino che poi è andato riempiendosi dei miei umori di studentessa a volte un po’ triste. Ero all’università, lontana da casa e in un momento un po’ particolare… vabbè, veniamo al punto. Il taccuino, in un momento di rabbia, l’avevo poi buttato ma la pagina con la poesia l’avevo conservata e ho continuato a conservarla. Per me è molto evocativa… eccola:

    Ricordo che, quand’ero nella casa
    della mia mamma, in mezzo alla pianura,
    avevo una finestra che guardava
    sui prati; in fondo, l’argine boscoso
    nascondeva il Ticino e, ancor più in fondo,
    c’era una striscia scura di colline.
    Io allora non avevo visto il mare
    che una sola volta, ma ne conservavo
    un’aspra nostalgia da innamorata.
    Verso sera fissavo l’orizzonte;
    socchiudevo un po’ gli occhi; accarezzavo
    i contorni e i colori tra le ciglia:
    e la striscia dei colli si spianava,
    tremula, azzurra: a me pareva il mare
    e mi piaceva più del mare vero.

    Ciao Ale!

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    1. E pensa che questa poesia – grazie per averla condivisa! – l’aveva scritta nell’aprile del 1929, quando era una studentessa di appena diciassette anni. Fa parte delle prime composizioni, che già trasudano una tensione evocativa che non è da poco e una capacità metrica lodevole, anche se a tratti ancora acerba. Tra le tante, a me piace molto quella intitolata “Presentimenti di azzurro” (scritta sempre nello stesso periodo), dove il contatto salvifico con la natura si proietta, questa volta, nel cielo:

      Stamattina
      sono rimasta tanto alla finestra
      a riguardare il cielo:
      non c’era nessun velo
      di nebbia, ma una decisa tela grigiolina.
      Le nuvole parevan ritagliate
      ed ingommate
      l’une sull’altre, strette;
      carnose, a sfumature nette.
      E mi sembrava
      che a saettar là dentro a capofitto
      con un bel volo dritto
      non mi sarei dovuta sperdere
      per strade sinuose
      in nebulosità fumose,
      ma che sarei dovuta riuscire
      dall’altra parte, immediatamente,
      in un azzurro fresco, veemente.
      E poi me ne sarei tornata
      con calma strascicata
      palpeggiandomi guardinga e gelosa
      l’anima rugiadosa.

      Mancano, in queste prime liriche, i temi dell’amore sofferto e della maternità negata, della solitudine e del desiderio di morte, che si faranno via via più evidenti nel decennio successivo. Ma di questo ne parleremo in seguito ;-).

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