Cortázar #3 – Materiale plastico

Ultimo brano di Cortázar che propongo. Poi vado a rituffarmi nelle pagine dove sguazzavo fino a poco tempo prima, che di romanzi iniziati, a metà o quasi conclusi, ne ho parecchi in ballo. Alcuni già digeriti ed elaborati, a dire il vero, ma se voglio recensirli devo per forza ricaricare le batterie. Fino a qualche giorno fa, con il caldo che faceva, erano completamente a terra, adesso che l’aria è lievemente rinfrescata sembrano ridare segnali d’attività… Mah! Speriamo.
Tornando allo scrittore argentino, che mi piace identificare nella figura per eccellenza del cronopio (vi ricordate? quello che sovverte le regole, che scarabocchia fuori dai margini), guardate un po’ cos’ha tirato fuori, stavolta, dal suo cilindro magico senza fondo… Un testo di straordinaria bellezza, che vi consiglierei di leggere subito, ancor prima della mia introduzione (saltate qualche riga e andate giù, giù, ancora più sotto, poi tornate qui che vi aspetto 🙂 ).

In questo caso si tratta, più che mai, di capovolgere le prospettive usuali per osservare il mondo in una veste completamente nuova, diversa. Si tratta di rinunciare al modo abituale con cui si guarda alle cose. Tutto questo a che pro? Per difendersi, in gran parte, da una realtà ordinaria che è diventata pesante, soffocante, come può essere in effetti quella di un lavoro svolto all’interno di un ufficio… Ecco allora che la capacità d’astrazione offre una via di fuga, o meglio la possibilità di un sollievo temporaneo, perché permette di giocare con la realtà circostante, di filtrarla attraverso i canali della fantasia, di alterarla e modellarla a piacere, così da godere delle bellezze della vita in ogni contesto, anche quello più noioso e opprimente…

Notate poi, ad un certo punto del racconto, come il protagonista visualizza la silhouette di una donna, non dalle sue forme più apparenti, quelle che sono già sotto gli occhi di tutti, ma da alcuni dettagli – visibili e non visibili – su cui decide di fissare l’attenzione, estraniandoli da tutto il resto. La fila di bottoni rossi del vestito, i dischi fluttuanti della colonna vertebrale… Anche questo è un modo di giocare con la realtà per contrastare la monotonia di una quotidianità sempre uguale. Eppure noi, mentre leggiamo l’incredibile descrizione, riusciamo a percepire la sensualità di quella donna, avvertiamo il movimento dolce dei suoi fianchi al di là e al di qua della fila verticale di bottoni, e immaginiamo che qualcosa di realmente piacevole corrisponda alla visione astratta del suo corpo. La vediamo, quella donna, anche se in realtà Cortázar non ce la fa proprio vedere, non nel senso tradizionale del termine, e arriviamo perfino ad intuirne la discreta bellezza, come accade al protagonista. Fondamentale in questo caso la scelta degli aggettivi, come appunto “delicata” e “pudichi”, che rafforzano l’idea di un passo sì sinuoso, ma anche riservato ed elegante, lontano da qualsiasi ostentazione.
Meno interessante, questo bisogna ammetterlo, l’immagine di centinaia di sacche intestinali fluttuanti nella sala mensa, oltretutto in piena attività digestiva… Ma, in ogni caso, tanto di cappello all’inventiva cortazariana, che riesce a sorprenderci con delle rappresentazioni che vanno oltre ogni possibile immaginazione.
Il rovescio della medaglia in questa storia, che purtroppo non manca mai, o quasi mai (ma che rispecchia fedelmente la condizione umana), è che l’eccesso di un estraniamento può anche portare a conseguenze poco piacevoli, dal lato pratico; ma tutte le nostre esuberanze, in qualsiasi contesto si esplichino, ci presentano prima o poi un conto da pagare, se cediamo troppo al loro richiamo…

Il racconto è stato scritto nel 1962, e, come si può osservare, o come avrete già notato, conserva a tutt’oggi la sua carica simbolica. Personalmente lo intendo anche come omaggio dell’autore al potere dell’immaginazione, della fantasia creativa, elemento imprescindibile di qualsiasi viaggio letterario che sia interessato a battere strade ancora poco conosciute e ad osservare la realtà da angolazioni diverse.
Non aggiungo altro, in realtà ho detto fin troppo, lascio a voi lo spazio per ulteriori ed eventuali riflessioni. Ma prima fate un bel respiro e lasciatevi andare, che per leggere (e godere appieno) un racconto di Cortázar non bisogna opporre alcuna resistenza…


Virtù dell’astrazione

Lavoro da anni all’Unesco e presso altri organismi internazionali, nonostante ciò ho saputo conservare un certo senso dell’umorismo e specialmente una notevole capacità d’astrazione, voglio dire che se un tizio non mi piace lo cancello immediatamente, e mentre lui parla e parla io passo a Melville, e intanto quel disgraziato crede che lo stia ascoltando. Così, se mi piace una donna posso astrarle i vestiti non appena entra nel mio campo visivo, e mentre lei mi dice che oggi c’è un tempo infame, io trascorro lunghi minuti ad ammirarle l’ombelico. Qualche volta è quasi malsana questa mia dote.
Lunedì scorso furono le orecchie. All’ora d’entrata era straordinario il numero di orecchie che transitavano nella galleria dell’ingresso. Nel mio ufficio trovai sei orecchie; al buffet, a mezzogiorno, ce ne erano più di cinquecento, simmetricamente poste in duplice fila. Era divertente vedere ogni tanto due orecchie emergere, uscire dai ranghi e allontanarsi. Parevano ali.
Martedì scelsi qualcosa che credevo meno frequente: gli orologi da polso. Mi ingannai, perché all’ora di pranzo ne vidi circa duecento sorvolare le tavole con un movimento di avanti-indietro che ricordava in modo straordinario l’azione di sezionare una bistecca. Mercoledì preferii (con un certo imbarazzo) qualcosa di più fondamentale, ed elessi i bottoni. Che spettacolo. L’aria della galleria invasa da un banco di pesci dagli occhi opachi che si spostava orizzontalmente mentre ai lati di ciascun piccolo battaglione orizzontale dondolavano pendolarmente due, tre o quattro bottoni. Nell’ascensore la saturazione era indescrivibile: centinaia di bottoni immobili, o che si muovevano appena, in uno stupendo cubo cristallografico. Ricordo in modo particolare una finestra (era pomeriggio) contro il cielo azzurro. Otto bottoni rossi disegnavano una delicata verticale, e di qua e di là si muovevano dolcemente piccoli dischi madreperlacei e pudichi. Quella donna doveva essere bellissima.
Mercoledì era quello delle Ceneri, giorno in cui i processi gastrici mi parvero adeguato corollario alla circostanza, così alle nove e mezzo fui avvilito spettatore dell’arrivo di centinaia di sacche piene di una pappetta grigia, risultato di un miscuglio fatto di cornflakes, caffelatte, e croissants. Al buffet, vidi in che modo un’arancia si suddivideva in minuti spicchi, che a un certo momento perdevano la propria forma e scendevano uno dietro l’altro andando a formare a un determinato livello un deposito bianchiccio. In questo stato l’arancia percorse il corridoio, scese quattro piani, e dopo essere entrata in un ufficio andò ad immobilizzarsi in un punto posto fra le due braccia di una poltrona. Un po’ più in là si vedeva in analogo riposo un quarto di litro di tè carico. Quale curiosa parentesi (ho l’abitudine di esercitare la mia facoltà di astrazione arbitrariamente) potevo vedere anche una boccata di fumo intubarsi verticalmente, dividersi in due traslucide vesciche, uscire di nuovo tramite un tubo e dopo una graziosa voluta disperdersi in barocchi risultati. Più tardi (io stavo in un altro ufficio) trovai un pretesto per tornare a far visita all’arancia, al tè e al fumo. Ma il fumo era sparito, e invece dell’arancia e del tè c’erano due sgradevoli tubi ricurvi. Persino l’astrazione ha i suoi aspetti penosi; salutai i tubi e tornai nel mio ufficio. La mia segretaria piangeva leggendo la comunicazione del mio licenziamento. Per consolarmi decisi di astrarre le sue lacrime, e per un certo tempo mi deliziai con quelle minuscole fonti cristalline che nascevano nell’aria e si riversavano allagando estratti, carta assorbente e bollettini ufficiali. La vita è piena di bellezze come questa.


Storie di cronopios e di famas (Historias de cronopios y de famas), Julio Cortázar, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Einaudi, 2006; pp.60-62

9 pensieri su “Cortázar #3 – Materiale plastico

  1. Ho messo un “Mi piace” tutto e dedicato ad Alessandra, la cui prosa è molto spesso migliore dell’Autore che presenta. La donna descritta da Alessandra, protesa a sottolineare la capacità di Cortazar, è molto più prendente dell’originale (cioè, la donna descritta da Cortazar).
    Stand ovation (per Alessandra):-)

    Piace a 2 people

  2. Sono (parzialmente) d’accordo con Guido: empatico e riuscitissimo il tuo commento, ma stavolta mi sono piaciuti anche gli “otto bottoni rossi” che ” disegnavano una delicata verticale”, mentre “di qua e di là si muovevano dolcemente piccoli dischi madreperlacei e pudichi”. E’ il punto più convincente del brano – forse perché l’astrazione conserva ancora qualcosa della cosa, voglio dire della donna!
    Trovo Cortàzar un pelo cervellotico, però è vero che ciò che consideriamo rilevante è in fondo un fatto di abitudine, e ci si può immaginare molto bene un mondo in cui caratteristica essenziale e dirimente siano le orecchie, o i bottoni. 🙂

    Piace a 2 people

  3. Geniale l’idea di astrarre, relativizzare in un certo senso. Non so perché, ma questo potere, inserito in un contesto più prosaico e quotidiano, ce l’ha anche Belluca, il protagonista de Il treno ha fischiato di Pirandello. Gli basta immaginare qualcos’altro per sfuggire alla pesantezza del presente. Buona domenica

    Piace a 3 people

    1. Bellissima osservazione, Silvia. Anche in quel caso si tratta di un’evasione mentale, messa in moto da un contesto lavorativo (ma anche familiare) divenuto non solo soffocante ma perfino insostenibile. Povero il nostro Belluca, ragioniere mansueto e ligio al dovere ma sull’orlo della pazzia… senza il fischio di quel treno, che gli permetteva di ritagliarsi uno spazio di evasione e di viaggiare con il pensiero verso altri mondi, non ce l’avrebbe mai fatta a tirare avanti. Buona giornata anche a te 🙂

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...