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L’uomo del silenzio, Antonio Di Benedetto, BUR, 2006

Il rumore è un tam-tam.
Batte per convocare altro rumore e mettere in fuga chi non può fare a meno del non-rumore.

Difficile immaginare un romanzo tutto impostato sulla lotta al rumore. Eppure l’argentino Antonio Di Benedetto, vissuto nel secolo scorso quasi sempre ai margini in patria, rivalutato a distanza di anni dalla morte e ultimamente riscoperto anche nel nostro paese, l’ha proprio scritto e gli è venuto anche bene.

Ambientata negli anni ’50 in una città non ben definita dell’America Latina, questa strana vicenda vede al centro un personaggio senza nome per il quale è davvero impossibile sopportare il benché minimo rumore, dal momento che anche l’altoparlante dei rivenditori ambulanti nei giorni di mercato, o l’ingranaggio del luna park messo in funzione a breve distanza dall’abitato, rischiano di mandarlo in fibrillazione… Ed è stupefacente come l’autore sia riuscito a rendere così bene questa ossessione senza scadere mai nel noioso, nel patetico o nel ridicolo, ma anzi tenendo sempre alto l’interesse di chi sta leggendo, grazie anche al fatto che, come aveva evidenziato il conterraneo Julio Cortázar, “Di Benedetto non racconta una storia, ma è dentro quella storia. Fa in modo che il lettore ne penetri, in profondità, l’ordinaria follia”.

Non scenderò troppo nei vari dettagli, sarebbe un peccato. Questa è una storia che merita di essere scoperta pagina dopo pagina, fino alla sua impensabile conclusione. Mi limito a dire che l’abitudine al rumore di solito sopisce i sensi, se lo stesso non è troppo invadente e assordante, ma non è appunto il caso del nostro protagonista che lo vive come un’intrusione imposta, come un vero e proprio supplizio, al di là del fatto che sia davvero così insopportabile. Se all’inizio sono in particolare i rumori forti a tormentarlo, come ad esempio quello di un autobus lasciato in sosta per ore con il motore acceso, ben presto qualsiasi crepitio, ronzio o scalpiccio gli accende un dolore alla tempia facendola pulsare, con il risultato di abbassare ancora di più la soglia di sopportazione…
È un rumore-mondo che pare non offrire tregua né soluzione né via d’uscita, percepito come un nemico da combattere o da cui difendersi. Un rumore che risiede soprattutto nella sua testa e che rischia, a momenti, di compromettergli l’equilibrio mentale. Ecco ad esempio cosa pensa nel momento in cui, seduto sul letto, avverte un nuovo rumore che proviene dall’officina meccanica sotto casa, che gli ha già provocato fastidiose invasioni acustiche:

Per captarlo tutt’intero bisogna seguirlo. Non è detonante, non è brusco, non è acuto. Ricorda molto un laborioso insetto. Solo che s’interrompe e, nell’interrompersi, vibra. E ricomincia.  [….…]
Probabilmente, stando come sto, un po’ debole, non riesco a capire quest’altro rumore che è arrivato.
Non so se mi faccia male, ma so che mi ossessiona, senza ferirmi, che mi lega e mi rallenta, come se sul mio corpo si fosse riversata una crema di torrone spessa e appiccicosa.
Non so cosa lo produca né perché, nell’interrompersi ritmicamente, menta e ripeta la menzogna che non riprenderà. Riprende sempre.
Non so cosa sia, ma è così perseverante che immagino provenga da una macchina a cui un uomo si trova incatenato.

L’uomo del silenzio metterà i tappi di cera nelle orecchie, cambierà più volte casa, ricorrerà addirittura alle autorità giudiziarie per far cessare i rumori, ma tutto sarà vano e al limite del kafkiano. Perché i rumori sono ormai annidati all’interno del suo essere, nidificati nelle cellule neurali, pronti a rimanifestarsi in forme sempre nuove e diverse, visto che svanito o diminuito uno ne spunta subito un altro, ancora più martellante del precedente…. Insomma, il rumore lo insegue sempre e dappertutto, e tutta quest’ansia di sfuggirgli è in fondo un tentativo di fuggire da se stessi, e quindi anche dalla vita, da quella vita che è appunto rumore, energia fragorosa, destinata a dissolversi solo nel silenzio totale e assoluto della morte.

Tutta questa ricerca spasmodica di silenzio sembra quindi celare un desiderio inespresso di annientamento, di annullamento di sé. Il silenzio totale richiama infatti l’idea di un’assenza corporea altrettanto totale, visto che basta anche solo avvertire la cadenza del respiro o il battito del cuore per ricordarsi che si è vivi, che c’è vita. Perché ogni rumore, nel limite dell’accettabile, è segnale di vita, mentre un silenzio assoluto è sinonimo di morte, o comunque rievoca alla mente l’idea della stessa.
Nelle varie riflessioni sparse nel romanzo il protagonista la pensa proprio questa cosa, ossia pensa alla vita ultraterrena e la immagina permeata da un silenzio assoluto, inalterabile e quindi per certi aspetti rappacificante:

“Stare nel rumore”. È la parola d’ordine. Hanno scelto, e non per capriccio il rumore è eletto a segno o simbolo di ciò che è attuale, nuovo, di ciò che pesa e dà prestigio, della rottura.
“Il mondo sarà del rumore o non sarà”. “Il silenzio è dei morti.” Sì…
[….…]
Penso all’Aldilà e immagino un silenzio incorruttibile.
Chi potrebbe portare rumori, di là?… a far rumore sono quelli di qua.
Anime che trascinano, non i gemiti della loro pena, come i fantasmi delle fiabe, ma viti e bulloni.

Rubando una mezza frase a Saramago, si potrebbe dire che la vita è come un’orchestra che suona sempre, intonata o stonata non importa perché in ogni caso suona, mentre la morte, per chi non crede alla sopravvivenza dell’anima, è quel passaggio che decreta la fine del tutto, è annullamento dei sensi, della coscienza, dell’individuo nella sua totalità. È il silenzio del nulla, tanto desiderato da chi rifugge la vita e tanto paventato da chi invece la ama.

L’ipersensibilità al rumore condanna il protagonista anche all’incomprensione degli altri, alla sconfitta individuale e sociale, nonché sentimentale, perché nessuno è in grado di capire il motivo di fondo di questa sua fissazione, a parte forse l’amico strambo e concettualmente criptico Besarión, che tenta di inquadrarla in un’ottica metafisica. Secondo lui ciò che lacera il protagonista è qualcosa di profondo che va ben oltre l’entità o la natura stessa del rumore, qualcosa di congenito che incrina alla base il concetto stesso di “essere”, di esistere, e che perciò impedisce di sentirsi connessi con se stessi e il resto del mondo. Pur riflettendo sulle parole dell’amico, El silenciero continua ad imputare al rumore la causa della sua insoddisfazione, convinto che sia questo (e non altro) a non permettergli di esistere ma solo di vivere, o meglio di sopravvivere, mentre sembra non voler capire che in realtà la fobia funge da continua giustificazione per non lasciarsi andare, per non aprirsi empaticamente agli altri, per evitare impegni che implichino la necessità di accettare le esigenze altrui, per scansare coinvolgimenti affettivi che richiedano un minimo di passione e interesse autentico.

Antonio Di Benedetto

Fonte immagine: The New York Review of Books

Con la stessa apatica indolenza svolge un lavoro che non gli procura soddisfazione e coltiva l’idea di scrivere un libro senza concludere mai nulla sul piano pratico, ma anzi indugiando in riflessioni sconclusionate. Un libro che, guarda caso, vorrebbe intitolare El techo (Il tetto), quasi nella speranza di trovare riparo nella metafora stessa della parola, un’ennesima protezione dal rumore-mondo. Un titolo che oltretutto pare anticipare di una decina d’anni la futura sofferenza di Antonio Di Benedetto (El silenciero fu dato alle stampe nel 1964), dovuta allo sradicamento dalla propria casa, dalla propria terra. Nella primavera del 1976, subito dopo il golpe del generale J.R.Videla, lo scrittore fu infatti arrestato, torturato e messo in isolamento per più di un anno, oltretutto senza un processo, senza un’accusa precisa. Così come accadeva a tutte le persone sospettate di remare contro il regime fascista, moltissime delle quali sparivano letteralmente nel nulla (il tristemente noto fenomeno dei desaparecidos). Rilasciato nel settembre del 1977, fu poi in esilio per molti anni in Spagna, e quando riuscì dopo la caduta dei militari a rientrare finalmente in patria, la sua fiducia nel “rumore-mondo” era ormai ridotta ai minimi termini. Da lì a poco, a soli 64 anni, si spense a Buenos Aires, in una quasi totale dimenticanza da parte degli ambienti culturali e letterari.

È inoltre interessante scoprire, leggendo l’introduzione di Laura Pariani, che il romanzo nasce da una personale ipersensibilità dell’autore all’inquinamento acustico. Egli stesso aveva infatti spiegato in una vecchia intervista di percepire i rumori come un’aggressione personale del mondo nei suoi confronti, e da ciò la necessità di riversare questa insofferenza sulla carta nel tentativo di esorcizzarla, di superarla. Pertanto, nel seguire il travaglio di questo improbabile personaggio si tocca con mano anche la sensibilità esasperata del suo creatore, “capace di captare o vedere le cose in altro modo, di scoprire quello che agli occhi degli altri passa inavvertito”.
Vale la pena di riportare, in proposito, la riflessione del protagonista – alter ego dello scrittore – in merito alla “musica imposta”, che sono certa verrà apprezzata e condivisa da molti:

Non sempre è musica del tipo che sceglierei. Suona nei momenti in cui desidererei ascoltare musica, ma anche quando non vorrei ascoltarne.
Quindi, è musica, ma musica imposta.
Di conseguenza, la musica, che è suono, quando è musica imposta si trasforma in rumore.
Allo stesso modo le parole, della radio o della televisione, per me non sono altro che rumore se, come di solito succede, non hanno senso, o ne hanno poco, o quand’anche ne avessero non mi raggiunge quando ascolto contro la mia volontà.
Senza la mia adesione o accettazione, la TV per me si trasforma in rumore con figure.
Se il signore col quale condivido il sedile dell’autobus legge un giornale che io non desidero leggere, finché non lo legge ad alta voce, non mi tocca.
Se invece di un giornale ha fra le mani una radio a transistor e capta un programma verbale che non voglio sentire, per il solo fatto di diffonderlo mi invade, e me lo impone.
Penso a case il cui rumore non trapeli all’esterno. E nemmeno la loro musica, affinché non debba essere, per nessuno, musica imposta.

In conclusione, bisogna anche dire che c’è molto di kafkiano in questa vicenda. Gli appelli alle autorità che rimangono inascoltati, i continui traslochi nella speranza di trovare una casa silenziosa (speranza ogni volta disattesa), il senso di isolamento e continua sconfitta ricordano qualcosa dell’autore praghese. Come anche i sogni che costellano le notti del protagonista, che se all’inizio sembrano offrire sollievo, proponendosi come momentanee tregue da una realtà opprimente e logorante, ben presto si trasformano in una serie di incubi che minacciano ancora di più l’equilibrio psicofisico. C’è un sogno allucinante, ad esempio, in cui L’uomo del silenzio arriva al punto di spararsi nelle orecchie e di perdere l’udito, pur di far cessare il tormento.
Indagando nella biografia dell’autore ho scoperto che amava Kafka, di cui aveva letto l’intera opera. Come spiega Pariani nell’introduzione, il fatto che la cultura sudamericana fosse negli anni ’60-’70 più marginale rispetto a quella europea, ha fatto sì che gli scrittori argentini entrassero in maggiore sintonia con opere di autori che di marginalità se ne intendevano, come appunto Kafka.

Non so se qualcuno se lo ricordi, ma c’è un racconto dell’autore praghese, intitolato “Strepito”, che è molto indicativo dell’avversione al rumore…. Risale al 1912 e fa parte di quegli scritti che venivano pubblicati singolarmente sulle riviste. Come possiamo leggere nelle note del volume “La metamorfosi e tutti i racconti pubblicati in vita” (edito da Feltrinelli, traduzione di Andreina Lavagetto), è ben nota la straordinaria sensibilità di Kafka ai rumori, il suo infinito bisogno di quiete e di solitudine, la disperazione in cui lo gettava lo spietato muoversi e strepitare del mondo circostante.
Aggiungo qui di seguito il breve (e bellissimo) racconto kafkiano, con la sensazione, anzi con l’assoluta certezza che Antonio Di Benedetto l’abbia letto, a suo tempo, e senza dubbio gradito.

Sono in camera mia nel quartier generale dello strepito di tutta la casa. Sento sbattere tutte le porte, il loro strepito mi risparmia soltanto i passi di chi va dall’una all’altra, riesco ancora a sentire qualcuno che in cucina chiude lo sportello del forno. Mio padre sfonda le porte della mia stanza e passa strascicando la vestaglia sul pavimento, dalla stufa nella stanza accanto viene raschiata via la cenere, Valli chiede, gridando ogni singola parola attraverso l’anticamera, se il cappello di papà sia già stato spolverato, un sibilo che vuol essermi amico non fa che sollevare l’urlo di una voce che risponde. Scatta la maniglia della porta di casa, che strepita come una gola catarrosa, poi si apre con la melodia di una voce di donna e si chiude infine con un colpo sordo, virile, dal suono ancor più irriguardoso. Mio padre è uscito, e comincia ora, introdotto dalle voci dei due canarini, uno strepito più delicato, più distratto, senza speranza. Già prima ci pensavo – i canarini me lo richiamano alla mente – , s’io non debba forse aprire una fessura nella porta, strisciare come una serpe nella stanza accanto e, così sul pavimento, implorare le mie sorelle e la governante di darmi pace.

Arrivata a questo punto mi rendo conto di aver scritto anche troppo, tradendo come al solito le intenzioni iniziali. Ma del resto il romanzo, pur essendo corto, coinvolge davvero tanto e suscita svariate riflessioni, anche a distanza di giorni dal termine della lettura… E poi, lasciatemelo dire con un sorriso, mentre finivo di scrivere questo pezzo avevo nelle orecchie non solo il rumore scrosciante della pioggia, che in genere mi piace e trovo rilassante, ma anche quello di un aspirapolvere che macinava metri al piano di sotto, ostinato nel voler scovare anche la polvere più ribelle, e anche quello di una radio alzata a manetta nell’appartamento accanto al mio, sempre più irritante ogni minuto che passava… A un certo punto avrei voluto uscire sul pianerottolo per mettermi a cantare il Nessun dorma della Turandot, con il proposito di insistere sulla parte finale, quella che cresce in modo tonante…. Così, giusto per contribuire un po’. Mi ha trattenuta non solo il pudore ma anche la consapevolezza di essere stonata, e quindi il buon senso di non mettere a rischio le vetrate del giro scala, che del resto implicherebbero un costo non indifferente.

Vi lascio in compagnia di una musica molto bella, composta da Ludovico Einaudi. Una musica che ci ricorda che anche nei luoghi più isolati del mondo non è possibile trovare un silenzio perfetto: che sia il soffio del vento o lo stridio dei gabbiani o il frastuono del giaccio che si rompe e frantuma, c’è sempre un rumore che richiama alla vita…. La seguente performance, realizzata in pieno Mar Glaciale Artico nei pressi del ghiacciaio Nordenskiöld (Norvegia), organizzata da Greenpeace per sensibilizzare la gente sui danni provocati dalle alterazioni climatiche, vede il noto musicista galleggiare su un iceberg con il suo pianoforte a coda mentre suona un motivo creato apposta per l’occasione… Sullo sfondo lo smottamento del ghiaccio risuona quasi come un urlo, mentre la malinconica dolcezza delle note sembra volerci suggerire che dovrebbe essere il cuore degli uomini a sciogliersi, una volta per tutte, e non quello della natura.


Note e risorse aggiuntive:

  • Gli estratti inseriti nell’articolo corrispondono alle pp. 63, 65, 108, 168, 89-90 del volume pubblicato da BUR Biblioteca Univ. Rizzoli nella collana Scrittori contemporanei, edizione 2006 (prefazione di Laura Pariani, traduzione di Maria Nicola).
  • Una pagina dettagliata che permette di approfondire (o di rispolverare nella memoria) il periodo buio della giunta militare argentina (1976-1983), colpevole di una massiccia violazione dei diritti umani e civili nei confronti della popolazione. Dittatura che ha visto la sparizione di oltre 30mila persone invise al governo.
  • Nel sito delle edizioni SUR, un’interessante intervista fatta ad Antonio Di Benedetto nel corso degli anni ’80 per la rivista Clarín, dove emergono vari dettagli biografici, tra cui l’attività giornalistica e il rapporto con la scrittura, gli scambi con altri letterati dell’epoca (in particolare Luis Borges ed Ernesto Sábato), le difficoltà e le delusioni affrontate, i ricordi avvilenti della prigionia e dell’esilio…. Nello stesso sito ci sono degli articoli dedicati a un’altra sua opera, intitolata Zama e risalente al 1956, quindi antecedente a L’uomo del silenzio, che ha ricevuto vari apprezzamenti.
  • Un bellissimo saggio sul rapporto di Kafka con la musica, dove si parla anche della sua insofferenza ai rumori, visti come causa di continua distrazione dalla musica interiore, e pertanto come intralcio alla scrittura. Come si può leggere a un certo punto dell’articolo, Kafka spiega in una lettera a Felix Weltsch che il rumore ha sì qualcosa di affascinante ma però stordisce, perché ad un rumore superato, in seguito alla densità del mondo, ne subentra sempre uno nuovo da superare, in una sequenza senza fine. E come non riconoscere in queste parole il modo di pensare, se non uguale pressoché simile, dell’Uomo del silenzio?
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