L’arte della combinazione

Da circa un mese sto leggendo, con pigra lentezza e senza l’ansia di finirlo anzitempo, nonostante mi incuriosisca ad ogni giro di pagina, il resoconto autobiografico di Amos Oz, scrittore israeliano già noto da tempo nel nostro paese per i numerosi romanzi tradotti e pubblicati e anche per un bellissimo saggio, intitolato Contro il fanatismo, che vi consiglio caldamente di leggere. Impegnato anche lui da anni nel processo di pace in Medioriente sulla scia dei conterranei, amici e colleghi di penna, Abraham B. Yehoshua e David Grossman.

L’autobiografia in questione, di cui oggi presento un brano tra quelli iniziali, ripercorre la vicenda familiare dello scrittore a partire dalla sua infanzia, trascorsa a Gerusalemme nel periodo del protettorato britannico, fino agli eventi storici e collettivi che hanno visto la nascita dello Stato di Israele, approvato dall’ONU nel 1947 e causa primaria delle tensioni ancora oggi irrisolte fra arabi e israeliani. Le famiglie dei nonni e dei genitori di Amos Oz, pseudonimo di Amos Klausner, erano una delle tante famiglie ebree costrette a lasciare l’Europa centrale negli anni ’30 per sottrarsi alle prime persecuzioni naziste, approdate in Palestina con la speranza di trovarvi la terra promessa. Il romanzo segue poi sul filo della memoria molti altri avvenimenti, slittando spesso avanti e indietro nel tempo e intercalandoli, in modo inaspettato ma sempre piacevole, con digressioni sui libri, sulla lettura, sugli scrittori dell’epoca o su altri interessanti argomenti, dando vita a episodi anche vivaci e spassosi, ma avendo letto fino ad oggi poco più di duecento pagine, su un totale di circa seicento, e sapendo che mi attende anche una parte dolorosa da affrontare, legata al suicido di una persona molto cara allo scrittore, evito di aggiungere altre considerazioni… E mi appresto invece a condividere con voi il brano qui selezionato, che riesce a mettere bene in luce, col pretesto del riordino dei libri, l’importanza di saper cogliere le varie sfaccettature di una data realtà, per poi scegliere, tra le tante opportunità che si presentano, una o più possibili combinazioni, ma senza soffermarsi su quelle che possano apparire più immediate e scontate, magari per una loro presunta (quanto spesso fallace e illusoria) proprietà di grandezza.
Insomma, la biblioteca è come una sorta di metafora della vita e, in un significato ancora più esteso, l’arte della combinazione pare proporsi come un dissuasivo all’intransigenza del pensiero, una salvaguardia da vedute troppo univoche e ristrette e quindi da possibili cadute nel radicalismo. L’elasticità mentale non basta, ovviamente, a scongiurare il pericolo del fanatismo, ma senza dubbio l’educazione alla stessa consente di fare notevoli passi avanti. Come appunto Amos Oz fa intendere in quell’altro suo libro, il bellissimo saggio citato all’inizio del post.

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Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. A dire le cose come stavano, concesse una trentina di centimetri, cioè più o meno un quarto dello scaffale più basso. Io abbracciai tutti i miei tomi, che sino a quel giorno erano rimasti adagiati sullo sgabello accanto al letto, li portai così sino alla libreria di papà, e li disposi in piedi, per benino, il dorso rivolto al mondo esterno e il volto contro il muro.
Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi.
Commisi però un errore imperdonabile. Papà andò al lavoro, e io mi ritrovai libero di fare ciò che meglio credevo, in quel mio territorio sullo scaffale: ma avevo un concetto assolutamente infantile di come procedere in merito. E così avvenne che ordinai i miei libri per altezza, anche se i più alti erano proprio quelli che godevano ormai della mia più bassa considerazione, dal momento che erano semplificati, in rima, con le figure: erano insomma quelli che mi si leggeva quand’ero piccolo. Feci in quel modo perché volevo riempire tutto lo spazio che mi era stato concesso sullo scaffale. Volevo che il mio angolo di libri fosse zeppo e ridondante, che tracimasse, proprio come quelli di papà. Ero ancora all’opera, quando lui tornò dal lavoro, gettò un’occhiata sconvolta al mio scaffale e poi, nel più assoluto silenzio, mi fissò lungamente, con uno sguardo che non dimenticherò mai: uno sguardo di un disprezzo, di una delusione così amari che non c’era verso di esprimerli a parole. Uno sguardo di totale disperazione genetica. Alla fine, sibilò a denti stretti: “Mi vuoi dire, per favore, sei completamente impazzito? Per altezza? I libri sono forse dei soldati? Sono forse una scorta d’onore? La banda dei pompieri?”.
Poi tacque ancora. Fu un silenzio tenace e tremendo, da parte di papà, un silenzio alla Gregor Samsa, come se per lui mi fossi trasformato in uno scarafaggio. Da parte mia, invece, venne un silenzio di colpa, come se fossi davvero sempre stato un meschino insetto la cui vera natura solo ora veniva alla luce, e tutto era perduto per sempre.
In fondo a quel silenzio, mio padre mi rivelò durante i venti minuti che seguirono tutte le faccende della vita. Mi iniziò al sommo segreto nel mondo della biblioteconomia: mi svelò sia la via maestra sia i sentieri nel bosco, i panorami vertiginosi delle variazioni, delle sfumature, delle fantasie, viali isolati, ardite tonalità ma anche eccentrici capricci: i libri li si può ordinare per titolo, in ordine alfabetico per autore, per collana o editore, cronologicamente, per lingua, argomento, genere e contesto, e persino per luogo di edizione. Tutto è possibile.
Così appresi i segreti della sfumatura: la vita è fatta di itinerari diversi. Ogni cosa può accadere così ma anche altrimenti, secondo partiture diverse e logiche parallele. Ogni logica parallela è di per sé coerente e consequenziale, a suo modo conchiusa, indifferente a tutte le altre.
Nei giorni che seguirono dedicai ore e ore di lavoro alla mia piccola biblioteca, venti o trenta libri che sistemavo, aggredivo come fossero stati un mazzo di carte e mescolavo per poi ordinarli di nuovo daccapo, secondo i criteri più diversi.
E fu così che imparai dai libri l’arte della combinazione: non da ciò che avevano scritto dentro, bensì dai libri stessi, cioè dalla loro essenza fisica. I libri, insomma mi fecero conoscere gli spazi sterminati, la zona d’ombra che sta fra il lecito e il proibito, fra la normalità e l’eccezione: questa lezione mi accompagnò per lunghi anni. E ora che arrivai all’amore, non ero più un perfetto principiante: sapevo invece che esistono combinazioni diverse, che c’è l’autostrada ma c’è anche la strada panoramica, ci sono i sentieri sperduti, mai percorsi da nessuno. Che c’è un lecito che è quasi proibito, e un proibito che è quasi lecito. Di tutto e di più.


(Una storia di amore e di tenebra, Amos Oz, I Narratori, Feltrinelli, 2003, pp. 32-34, traduzione di Elena Loewenthal).

22 pensieri su “L’arte della combinazione

    1. Che meraviglia Oz, com’è riuscito a rendere bene lo scavo nella memoria, il recupero del passato! A volte appaiono elenchi di nomi in cui ci si perde un po’, ma per il resto la sua scrittura è estremamente godibile… Capace di far rivivere personaggi improbabili eppure reali, che a volte sono un vero spasso, come ad esempio la nonna paterna ossessionata dai microbi che (a suo dire) infestavano il Levante, e per tale motivo costringeva il povero marito a battere tutte le mattine i materassi e le lenzuola, a spargere il disinfettante in ogni angolo della casa. Morta alla fine per un attacco di cuore, dato di fatto, anche se forse non fu proprio quello ad ucciderla, bensì la stessa frenesia per l’igiene, che la spingeva ogni giorno al rituale di tre bagni bollenti… Ma no, forse neppure quelli furono la causa dell’infarto, ma piuttosto la rabbia verso il suo stesso corpo, i suoi desideri, “e anche un’altra rabbia, più profonda, la rabbia verso la sua stessa astinenza dai desideri, una rabbia torbida, letale, rabbia per quel confino, quell’ergastolo, anni e anni di segreta vedovanza per il tempo che le passava monotono addosso e il corpo raggrinziva e la grazia di quel corpo, quella grazia venne lavata migliaia di volte e insaponata sino allo stremo e disinfettata e strofinata e bollita, la grazia di quel Levante sozzo e sudato e animalesco e inebriante sino a farti perdere i sensi ma tutto-pieno-di-microbi”. E poi che dire del marito dell’invasata, nonno Alexander, un uomo docile che amava le donne ed era amato dalle donne, perché sapeva ascoltarle. Sapeva ascoltarle!! Dote più unica che rara 😉 E una volta rimasto vedovo non si risparmiò nel mettere questa sua preziosa qualità al servizio del gentil sesso… Episodi gustosissimi, da leggere e rileggere fino alla noia, perché in realtà non annoiano mai.

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    1. Grazie per il commento, Guido (un abbraccio :3). Al di là del dramma familiare/collettivo, che non è esente da aspetti dolorosi, ciò che mi incanta della sua scrittura è la levità, l’umorismo, il sentimento e la tenerezza che traspaiono da molte pagine. Oltre la profonda cultura, così evidente che si può quasi palpare.

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      1. Sì, ma l’ho scoperto solo ora. Col titolo di Sognare è vivere, era uscito in Italia l’8 giugno 2017, ovvero lo scorso anno, in un periodo in cui mi ero presa una vacanza. Non l’ho visto, perciò! Dai commenti su altri siti di cinema, non si direbbe che abbia perso un gran film, ma non si può mai dire senza vedere. Quello che ti posso dire, invece, è che è uscito il DVD e che perciò è possibile ricuperarlo. 🙂 Un saluto.

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    1. Più che una vera e propria autobiografia, di cui non sembra possedere i connotati tradizionali, mi verrebbe da definirlo un romanzo-vita, o meglio un ampio e corposo affresco composto da molte scene descrittive, narrative e riflessive che non seguono un rigoroso ordine cronologico e che possono, in gran parte, essere lette e apprezzate anche al di fuori del contesto storico, come appunto il brano presentato nel post. Quanto poi ci sia di realmente vissuto dall’autore e dai suoi famigliari “fino al millimetro” in queste pagine, e in quale proporzione siano invece presenti le parti variopinte o un po’ romanzate, non ci è dato a sapere. In un capitolo del libro lo stesso autore scrive che ogni storia è un’autobiografia, ma nessuna è una confessione. E poi prende in giro, con fare ironico e bonario, tutti quei lettori che vengono presi dalla smania incontenibile di scoprire quanto ci sia di effettivamente reale, di effettivamente vissuto, nei romanzi di uno scrittore… Credo che presto pubblicherò un estratto, al riguardo, perché davvero merita! 🙂

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  1. Grazie Alessandra, non ho ancora letto il libro e l’estratto che hai pubbllicato mi ha incuriosita per la storia così particolareggiata di un episodio che potrebbe essere insignificante ed invece nasconde un grande insegnamento,Una scrittura scorrevole che invita al proseguo, credo che me lo procurerò. Grazie

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  2. Renza

    E’ vero, Alessandra, ” Una soria d’ amore e di tenebra” appartiene a quella categoria di testi ” corposi” che si leggono lentamente, con l’ illusione di non finirli mai e, quando si arriva alla conclusione , se ne sente subito la mancanza.
    Anch’ io forse lo rileggerò, per ritrovarvi gli stralci di storia; le atmosfere di un mondo, i sentimenti dolorosi, le tappe di vita di quel bambino che giocava da solo; viveva la noia infantile ( quanto necessaria !) e intanto osservava.
    Secondo me, ciò che appare come ” leggerezza” in questo romanzo è una cognizione: del dolore; del passato; delle cose successe. Lo sguardo di chi ha attraversato sofferenze brucianti e le ha sistematizzate, forse accettate. Una sorta di sguardo disincantato, nella costruzione di un passato individuale e collettivo.
    Quanto al film, che ho visto, impensabile che potesse rappresentare un tale romanzo. A me è parso un debole, ma accettabile tentativo di suscitare attenzione per il libro. Un abbraccio.

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    1. Sopperiva alla noia infantile con tanta fantasia e creatività. C’è un brano meraviglioso, senz’altro te lo ricordi, dove racconta che quando giocava in casa era capace di immaginare intere galassie fra le gambe dei mobili e lo spazio sotto il letto. Grazie Renza, guarderò anche il film.

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  3. Cara Alessandra!
    Anch’io sto leggendo questo libro, che si è rivelato una vera scoperta- e una vera sorpresa. Leggero eppure struggente e profondo, come certe pagine della nostra amata Szymborska o degli altrettanto amati (da entrambe, credo) Saba e Caproni.
    Serena disperazione, leggerezza insostenibile : le formule possono essere varie e diverse per esprimere un equilibrio (interiore, ma che nella scrittura si riflette) che ha del miracoloso. Ha ragione la nostra carissima Renza: anche questo libro è una cognizione del dolore che non a caso ruota attorno al rapporto con la madre, anzi con la sua morte – ed è pleonastico citare Proust.
    E proprio come in Proust- e nello stesso Gadda!- non mancano tuttavia, come tu stessa hai notato, le pagine luminose dedicate all’infanzia, tra cui alcune francamente esilaranti: sei già arrivata al punto in cui il bambino modello racconta della “deliziosa” gazzosa offertagli a casa dei vicini come premio per la sua straordinaria educazione e compostezza?….;-D
    Un abbraccio, rileggerti è sempre una gioia

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    1. Fantastico, ma allora siamo già in quattro che lo stiamo leggendo (o rileggendo) nello stesso periodo!! 🙂 Sì, l’episodio della gazzosa è spassoso!, adesso sono al capitolo (42) in cui ricorda che da bambino, per fare colpo su una ragazzina araba, era salito in cima a un albero per mettere in mostra delle prodezze da Tarzan… fino alla disgrazia forse prevista, intuita, ma ormai inevitabile. E la descrive così bene, questa indimenticabile scena, che ti sembra di essere lì a guardarlo… Ma c’è anche molta autoironia nell’esposizione dei fatti, come solo i grandi scrittori sono capaci di fare.
      A parte questo, ciò che mi piace parecchio di Oz è il suo modo di riportare ogni cosa, in particolare i conflitti e dissensi storici tra arabi e israeliani, in modo onesto e misurato, senza fare sconti a nessuno. Ha uno sguardo che cerca costantemente di calarsi nei panni di un popolo e nei panni di un altro, per osservare gli errori e le eccedenze di entrambi. Dopo aver letto il saggio “Contro il fanatismo”, che è il non plus ultra di una visione obiettiva e ponderata, non potevo in effetti aspettarmi altro.

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  4. Un bel modo di intrecciare simboli e realtà della vita, in questo caso certamente ricordo e contesto lo consentono. Guardarsi indietro e riuscire a intravedere in filigrana una traccia è una delle meraviglie che ci offre la nostra storia personale. Ho sempre amato leggere le autobiografie proprio per questo motivo e ora penso proprio che dovrò segnarmi questa.

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    1. Francesca, sarei felicissima se tu lo leggessi, questo meraviglioso libro! E spero anche, un giorno, di poter scoprire le tue impressioni al riguardo… Anche perché il suo contenuto va oltre, molto oltre il semplice resoconto autobiografico, e fa vibrare più volte il cuore, anche quando meno te lo aspetti. Indimenticabile 🙂

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      1. Lo leggerò sicuramente, è stato il classico incontro inaspettato e non posso che cogliere l’occasione. Ti parla direttamente, non so come definire meglio quello che ho sentito leggendo l’estratto. Ti tocca in prima persona perché è veramente diretto, leggermente autoironico, senza tanti virtuosismi. Trovo che abbia qualcosa da scrivere, che sia proprio una necessità, per Amos Oz, comunicare, ed è una cosa che mi ha conquistato. In futuro ti saprò dire senz’altro.

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