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Tel Aviv, Israele. Siamo nella settimana di Hanukkah, la festa delle luci che cade tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, quando ogni sera, nelle case e famiglie ebree, si accendono i lumi di un candelabro a nove bracci per rinnovare la volontà di sopravvivere del popolo ebraico e celebrare il dominio della luce sull’oscurità.
Amotz Yaari, dopo una giornata gravida di impegni lavorativi, si appresta a passare la notte con Nadi e Neta, i piccoli nipoti di due e cinque anni, in modo da concedere alla nuora, la bella e irrequieta Efrat, una serata libera da passare con gli amici. Suo figlio Moran, sposato con Efrat da qualche anno, è partito come riservista nei territori occupati, mentre sua moglie Daniela, più avvezza a fare da baby-sitter ai nipotini, è volata in Africa per alcuni giorni… Quello che nonno Yaari ancora non sospetta è che da lì a poco, appena la bella nuora sarà scomparsa oltre la soglia, risucchiata come una falena nella notte israeliana, lui si troverà costretto ad affrontare una serie di piccole burrasche, con tanto di venti forti e mare mosso…
Non serve aggiungere altro, se non lasciarvi in compagnia di queste deliziose e movimentate pagine, estratte da un capitolo di “Fuoco amico”, nelle quali molti di voi, ne sono certa, avranno la possibilità di riconoscersi almeno in parte, nonni o genitori non fa poi tanta differenza. Chi ha avuto a che fare almeno una volta nella vita con i capricci dei bambini piccoli sa bene di cosa parlo, e probabilmente si troverà a sorridere o a rabbrividire, a seconda dei casi, di fronte all’episodio che fra poco lo travolgerà…

Di Abraham Yehoshua, che assieme ai conterranei Amos Oz e David Grossman si sta battendo da anni per il processo di pace in Medio Oriente, avevo già apprezzato tempo fa i meravigliosi racconti (di cui un giorno riparlerò), e con questo romanzo che abbraccia temi più importanti, non ultimo il problema spinoso e ancora irrisolto del conflitto arabo-israeliano, mi sono innamorata definitivamente della sua scrittura, che appare sempre così chiara, immediata e capace di emozionare, o almeno di far riflettere, anche nei momenti in cui il ritmo diventa più fiacco e meno avvincente. Almeno, su di me ha sortito e continua a sortire tale magico effetto.


Neta e Nadi lo accolgono con affetto. L’assenza del padre fa automaticamente salire le quotazioni del nonno. Lui li abbraccia, li bacia. Poi abbraccia un poco pure Efrat e le sfiora una guancia con le labbra. La prima volta che si era permesso di baciarla era stata solo dopo che Moran aveva annunciato il loro matrimonio e, nel corso degli anni, anche dopo la nascita dei nipotini, non aveva mai osato aumentare l’intensità di quel bacio.
— I dolci sono per dopo cena, — proclama con fermezza educatrice, ma è troppo tardi. Il bambolotto di cioccolato è già stato decapitato e la testa è finita nella bocca di Nadi. — Cannibale che non sei altro, — commenta Yaari baciando con forza il piccolo ma vietandogli di continuare a mangiare il resto del corpo.
La hanukkah è pronta, con lo shamash al centro. Yaari gira la scatola delle candele per leggere le benedizioni stampate sul retro. Si vergognerebbe a sbagliare il testo davanti ai bambini. Ma all’improvviso Neta insiste che il nonno reciti le benedizioni con in testa una kippah, come il marito della sua maestra d’asilo.
Efrat gira per casa con aria stanca. È spenta e pallida in volto, ha i capelli scarmigliati e indossa una vestaglia alquanto trasandata. Moran ha chiamato quella mattina e le ha chiesto di andare a trovarlo l’indomani con i bambini, durante le ore di visita dei genitori delle reclute. Nel frattempo cercano una kippah. Non è facile trovarla. Non ce n’è nemmeno una di carta, di quelle che si mettono in testa ai funerali. Ma Neta, volenterosa e con grande presenza di spirito, ritaglia una specie di kippah da un cartoncino rosso e ne graffetta i bordi. Yaari se la mette in testa con un sorriso da clown e sta per accendere lo shamash quando Nadi si ricorda che anche lui è un maschio, non una femmina, e quindi deve avere una kippah, ed è necessario aspettare che gli si porti una specie di berretto che quasi gli copre gli occhi.
Ora è tutto pronto per accendere le candele. I bambini, eccitati, pretendono che si spenga la luce per «scacciare le tenebre», come recita il canto. Seduta sul divano, al buio, Efrat sembra triste, immersa in pensieri lontani. Magari è di nuovo incinta, pensa Yaari emozionato. Sfila lo shamash, lo accende e si sforza di leggere alla luce della sua fiammella le due benedizioni. E dopo aver intonato con voce monotona il tradizionale canto Ma’oz Tzur Yeshuatì, passa lo shamash a Neta che accende la prima e la seconda candela, poi lo consegna esitante a Nadi, già in piedi su una sediolina, pronto ad accendere la terza e la quarta candela. Quando rimane solo la quinta Yaari riprende lo shamash e si rivolge a Efrat: — Vieni, Efrat, accendi anche tu una candela — . Ma lei lo fissa con sguardo assente, e non si muove. — Ho già acceso abbastanza candele in questi giorni: dallo a Neta — . Yaari consegna lo shamash alla nipotina e la piccola accende la quinta candela. Ma a quel punto suo fratello esplode in una rabbia incontrollata. Dapprincipio tenta di rovesciare la hanukkiah accesa, e quando il nonno glielo impedisce cade in ginocchio a mo’ di un musulmano in preghiera e picchia la testa contro il pavimento. Strilla infuriato: perché è stata sua sorella ad accendere la quinta candela e non lui? L’unico modo di placare la sua invidia è spegnere la quinta candela e mettergli in mano lo shamash. Ma ancora non è contento. Perché non hanno fatto accendere a lui la quinta candela per primo?
[……]
Nadi crolla addormentato sul divano. Yaari aiuta la nipotina a indossare il pigiama, le rimbocca le coperte e le legge una storia di una famiglia alla quale non importa che un topolino giri libero per casa. I piatti sono impilati nell’acquaio, il tavolo è in disordine e le candele di Hanukkah si spengono lentamente. Efrat è irrequieta, vaga per le stanze, telefona in continuazione nel tentativo di trovare una baby-sitter ma a quanto pare il venerdì sera, al culmine della festività, nessuna ragazza è disposta a rinunciare a divertirsi con gli amici. — Senti, Efrat, — dice Yaari impietosito dalla disperazione della nuora, — rimango qui io questa sera con i bambini, anche tu ti meriti qualche distrazione — . Lei alza gli occhi sbalordita: non è sicura se lui parli sul serio o la stia prendendo in giro. — Ma potrei far tardi, — lo avverte. — Non importa, — la rassicura lui generosamente, — oggi pomeriggio ho fatto un sonnellino e non avrò problemi a stare sveglio. — Perché dovresti rimanere sveglio? — gli domanda lei. — Stenderò un lenzuolo e una coperta sul divano, ti darò una maglietta e i pantaloni puliti di una tuta di Moran e potrai dormire tranquillamente fino al mattino — . Yaari ha un moto di disapprovazione. — Non capisco: intendi tornare solo domani mattina? — Non si può mai sapere, — risponde lei con un sorrisetto misterioso. — Dipende da come andranno le cose — . Di che parla?, si domanda Yaari in cuor suo. Forse farebbe meglio a stabilire un orario limite e a pretendere dalla madre dei suoi nipoti che rientri prima di mezzanotte. Ma ormai è tardi. La giovane donna si risveglia alla vita e in un battibaleno, da casalinga sciatta e abbacchiata, si trasforma in una donna felice, splendida, che ticchetta orgogliosa su scarpe coi tacchi alti. Il suo abito leggero rivela tutto ciò che il corpo femminile può e deve rivelare secondo i dettami della moda, tranne ovviamente i capezzoli, che ancora appartengono al marito, mentre sulla sua pelle nuda e candida sono cosparsi dei brillantini: polvere di stelle che dovrebbe guidare quella bella donna al convivio degli dèi.
A giudicare dagli sguardi che lancia al suocero è evidente che si aspetta di ricevere dei complimenti per il suo aspetto, ma Yaari preferisce tacere. Daniela l’ha messo in guardia dal farle complimenti galanti. «Non guardare tua nuora come la guarderebbe un uomo. Anche ciò che è permesso a suo padre, a te è vietato». E come sempre Daniela ha ragione. Perché quando lei si china su Nadi addormentato e steso su un fianco sul divano, per controllare se sia il caso di trasferirlo nel lettino, i suoi seni profumati che quasi sfiorano il viso del bimbo, ma soprattutto il minuscolo tatuaggio su uno di essi, risvegliano in Yaari una strana eccitazione che per un istante gli toglie quasi il respiro.
— Non spostarlo nel lettino. Lascialo qui. Anche se dovesse svegliarsi mi arrangio poi io con lui.
— L’importante è non mostrare segni di debolezza, o paura, — lo sbalordisce Efrat, — perché allora dà ancora più in escandescenze.
— Dà in escandescenze? Non stai esagerando?
Per maggior sicurezza, e per ogni evenienza, Efrat infila la cassetta di Baby Mozart nel videoregistratore. Yaari ricorda con piacere, ancora dai tempi in cui Neta era piccolissima, i minuscoli vagoni che trasportano simpatici animali danzanti; un vagone che scompare, ricompare, si ricongiunge al treno e scompare nuovamente; le foche che scivolano, si arrampicano, scivolano e tornano ad arrampicarsi. E tutto questo sulle note della musica geniale di Mozart che, in base a una serie di studi, rilassa i piccoli e ne amplia e affina la mente. «Se fosse esistita una videocassetta come questa ai miei tempi, — era solito lamentarsi Yaari, — oggi non sarei un semplice ingegnere ma un vero scienziato».
Nonostante le rassicurazioni del suocero, l’elegantissima madre insiste a recarsi ticchettando nella camera di Neta, che già dorme, per calmare una possibile ansia di abbandono e ricordarle la presenza del nonno, forte e vigile, che la proteggerà da presenze estranee o da brutti sogni. La bambina piagnucola nel sonno, protesta. — Ma che bisogno c’è di dirle che esci? A che serve poi? — si lamenta Yaari. Però la bellezza di Efrat probabilmente le impone di rendere conto di ogni suo movimento perché il marito non si torturi immaginando chissà che. Poi la giovane donna si avvolge in un leggero scialle blu, in tinta con i suoi occhi.
— Non avrai freddo?
— Non ti preoccupare: mi vengono a prendere sulla porta di casa e mi depositano davanti a quella di un’altra.
Prima di congedarsi, raggiante di gioia e di gratitudine, vorrebbe baciare e abbracciare forte il vecchio baby-sitter resosi disponibile all’ultimo momento, ma lui si ritrae, e le sfiora i capelli, attento che lei non gli si avvicini troppo.
— Vai… vai… è un peccato perdere tempo.

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Ma non appena la porta si chiude prorompe un grido disperato: Mamma, mammina, dove sei? Yaari si precipita nella camera dei bambini, accende la luce e trova Neta, dolce copia della madre appena allontanatasi, in piedi sul letto che ripete un lamento ostinato: Mamma, mammina, dove sei? Perché sei andata via?
La bimba, considerata obbediente e giudiziosa se paragonata al suo scatenato fratello, è definita spesso un angelo caduto dal cielo e perciò Yaari è sicuro di poterne facilmente calmare il pianto che la scuote e la sconvolge. Ma quando cerca di stringerla a sé, la bimba si mette a strillare ancora più forte, sostenendosi la testa con la piccola mano, come se potesse caderle.
Lui allora chiude la porta della camera perché le sue urla non sveglino il fratello, ma è troppo tardi. Nadi bussa alla porta chiusa col pugnetto e quando entra — scalzo, scarmigliato e con gli occhi rossi — si arrampica sul suo lettino e si siede in una posa strana, con le gambe incrociate, esamina con freddezza la sorella singhiozzante e dondola una gambina a mo’ di pendolo.
— Ma ci sono qua io a prendermi cura di te, — dice Yaari, tentando di fugare l’ansia di abbandono della bambina. Però lei va avanti a piangere per inerzia, e niente può fermarla. Continua a sostenersi la testa con la mano, sembra sul punto di avere un collasso, e ripete invariabilmente il lamento, che di tanto in tanto è soffocato da un singhiozzo profondo e sommesso: Mamma, mamma, mammina, dove sei? Perché sei andata via?
Yaari è disperato. Si aspettava di lottare con Nadi, non con Neta, che di solito è accomodante. Dopo inutili e vani tentativi di calmarla con delle promesse, decide di cambiare tattica.
— Ma come mai ti comporti così, Neta, amore mio, una bambina grande come te. Guarda com’è bravo il tuo fratellino.
Già però si pente delle sue parole, perché ora al pianto si aggiunge un acuto strillo di offesa.
Rimangono seduti così, tutti e tre, prigionieri di quel lamento ciclico: un gemito monotono che ha già perso il suo motivo d’essere ma prosegue come reminiscenza di una perdita antica, preistorica. Nadi è ancora seduto sul letto, e dondola la gamba. Ha solo due anni e pochi mesi ma dal viso ampio e forte si può indovinare che tipo d’uomo potrebbe diventare un giorno: aggressivo, se non addirittura violento. A chi somiglia? Chi gli ricorda? si domanda Yaari tornando su un interrogativo che si è già posto un’infinità di volte. Sorride leggermente al nipote e gli chiede consiglio: — Allora, Nadi, come si fa a calmare tua sorella?
E il piccolo riassume la situazione per il nonno: — Nana vuole la sua mamma.
A poco a poco il pianto per la madre traditrice si spegne, i singhiozzi si indeboliscono, gli intervalli fra di essi si fanno più lunghi e la rabbia e l’angoscia perdono vigore, per quanto, al fine di mantenere la loro dignità, non terminino di colpo ma scemino lentamente. Neta non ha più la forza di rimanere in piedi, né di sostenersi la testa con la mano, e si lascia cadere piano piano sul letto. Sulle prime si limita a sedersi, infine ripiega il corpo sottile in una primordiale posizione fetale. Il nonno non si intromette nel processo: rimane seduto paziente, senza muoversi e senza dire una parola. Di tanto in tanto chiude gli occhi per incoraggiare il sonno della piccola. Nadi lo osserva con aria severa e all’improvviso scende dal letto ed esce dalla camera. Yaari gli fa segno di fare piano con il dito, perché non disturbi la sorella. Aspetta ancora un po’ che il sonno avvolga completamente la nipotina e poi spegne la luce e le stende sopra una coperta.
In soggiorno le candele sono spente da tempo. L’unica luce proviene dalla cucina. Yaari cerca il bambino, ma non lo trova. La porta di casa è chiusa a chiave. E anche quella che dà sul terrazzo. Controlla in bagno, tuttavia il piccolo non c’è. Lo chiama, Nadi, Nadi, ma lui non risponde. Per un attimo è preso dal panico, però siccome la casa non è grande effettua un rapido controllo negli armadi e dietro la lavatrice, finché non si rammenta del nascondiglio preferito del bimbo, sotto il letto dei genitori. E infatti è lì che lo trova, disteso come un sacco grigio. Accende la luce ma il piccolo strilla: — Spegni, spegni, Nadi non è qui — . Allora Yaari cerca di scherzare al buio, finge di non riuscire a trovarlo, ma Nadi si rifiuta di collaborare a quel gioco familiare, e si mette a strillare forte. Yaari cerca di arrivare a lui strisciando ma il bambino lo respinge, gli graffia la mano, esce velocemente carponi, si precipita verso la porta di casa sbarrata e la prende a calci con il piedino scalzo.
Non cerca sua madre, e nemmeno suo padre. La sua furia ancora una volta esplode per la quinta candela che la sorella ha acceso prima di lui. Yaari cerca di calmare la sua offesa grattando via dalla hanukkiah i resti della cera e accendendo nuovamente tutte e cinque le candele. Sulle prime Nadi non crede che il nonno sia pronto a risarcirlo fino a quel punto, ma quando lo vede accendere la luce nella stanza, rinfilarsi la kippah, rileggere le benedizioni e mettergli nella manina lo shamash perché lui accenda tutte le candele, la sua rabbia sbollisce e un debole sorriso spunta sul suo volto tormentato.
Ma a quanto pare la calma è momentanea. Il piccolo dall’animo perspicace e complesso probabilmente intuisce che una seconda accensione delle candele nella stessa sera non è che un palliativo, una finzione del nonno per placare la sua invidia nei confronti della sorella, e quando le candele colorate sono già state accese nella hanukkiah, Nadi le osserva con ostilità per uno o due minuti e poi vi soffia sopra come se fossero le candeline di una torta di compleanno. Ma non si accontenta di averle spente. Fa cadere a terra la hanukkiah fumante, poi caccia un urlo e corre alla porta d’ingresso e la scalcia con furia, chiamando il padre.
Ora Yaari capisce che l’avvertimento di Efrat non era esagerato. Moran, probabilmente per l’imbarazzo, di solito riferisce ai genitori solo i problemi di salute del figlioletto. Yaari afferra il piccolo con forza, lo solleva fra le braccia e lo trascina via dalla porta. Il bambino lotta selvaggiamente, vuole liberarsi, avvicina i denti alla mano del nonno e tenta di morderla. Però Yaari, pur sorpreso dalla sua forza, non molla la presa.
La lotta del piccolo si indebolisce ma quando Yaari lo mette sul divano e spegne la luce lui schizza di nuovo verso la porta, si mette a scalciarla, e il dolore al piede non fa che aumentare le sue urla di disperazione. Ancora una volta Yaari è costretto a prenderlo in braccio, e per distrarlo fa partire la videocassetta di Baby Mozart che Nadi conosce fin da quando era in fasce ma davanti alla quale rimane ancora incantato.
Con il bambino stretto fra le braccia, al buio, cominciano a muoversi sullo schermo treni e scale, fontane, altalene e benevoli pupazzi di stoffa, mentre la musica del compositore morto giovane riconcilia nonno e nipote.
Il bambino guarda le immagini e ascolta le note familiari ma è impossibile capire se stia ancora lottando per liberarsi dalla stretta del nonno, o gli si aggrappi con forza. Yaari è in piedi, e quando cerca di sedersi sul divano il bimbo esplode in grida di protesta. E così, una dopo l’altra, si susseguono le scene ideate da pedagoghi di buona volontà nella tranquilla California, e dopo che l’ultima nota svanisce e lo schermo si rabbuia, il bambino mormora stremato: — Ancora, nonno…
E a Yaari non rimane altro che far ripartire la cassetta dall’inizio.


Abraham B. Yehoshua, Fuoco amico, Einaudi, 2008, traduzione di Alessandra Shomroni, pp. 220-234

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