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Con lieve ritardo, dedico anch’io un post alla Giornata della Memoria. A dire il vero è da una settimana che leggo, medito e svolgo delle ricerche, ma per questioni di tempo mi è stato impossibile concludere prima. Non importa, se ne può sempre parlare in un secondo momento. Anzi, stavo pensando che sarebbe utile pubblicare degli scritti sul tema della Shoah anche nel corso dell’anno, in modo da mantenere sempre “viva” la riflessione. Più se ne discute, anche all’interno dei nostri piccoli spazi virtuali, meglio è. Ogni tanto mi tornano in mente le parole di Primo Levi, così come appaiono nell’appendice del libro Se questo è un uomo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Ecco, nei prossimi mesi, sperando in una migliore gestione del tempo, non mi dispiacerebbe analizzare altri aspetti di questo capitolo terribile della storia umana (con nuovi studi, letture), anche se comprenderlo no, comprenderlo non mi è (e non mi sarà mai) possibile. Tanta crudeltà esula dalla mia capacità di comprensione.

Nel ricordare dunque i più giovani (bambini e adolescenti), si calcola che tra ebrei, slavi, zingari e disabili ne furono sterminati almeno un milione e mezzo. Una cifra da capogiro, che non solo sgomenta ma fa provare una profonda rabbia, soprattutto se si pensa che ancora oggi ad un numero incalcolabile di minori viene negato il diritto all’infanzia in diverse zone del mondo, perché seviziati e/o massacrati nelle varie guerre etniche, se non drogati, armati, usati come kamikaze per combattere in nome di ideali farneticanti. Bambini costretti a convivere fin dalla nascita con brutture di ogni tipo, che se pure si salvano restano comunque traumatizzati a vita, mutilati nello spirito se non anche nel corpo. Torturare e massacrare un altro essere umano è già in sé un’azione orrenda, inconcepibile per chi abbia un minimo di compassione, ma farlo a un bambino lo è ancora di più. È un atto infame, esecrabile, che non può avere assoluzione. Imperdonabile in ogni caso, al di là dei motivi scatenanti, del contesto, dell’epoca…

Nei giorni scorsi, riflettendo su tutto questo, mi sono tornati in mente i bambini del ghetto di Terezín (in tedesco Theresienstadt), di cui avevo già letto qualcosa tempo fa. Da qui la necessità di indagare, di approfondire.
L’ex-fortezza di Terezín, non lontana da Praga, fu adibita dai tedeschi come zona di smistamento fin dal 1941. Qui gli ebrei venivano confinati per periodi più o meno lunghi nell’attesa di essere trasferiti nei campi di sterminio. Ma già nel ghetto le condizioni di vita erano disumane, tra fame, sporcizia e malattie, anche se la propaganda nazista cercava di spacciarlo come città modello per non destare sospetti nell’opinione pubblica internazionale. Si trattava, in pratica, di far credere al mondo che il Terzo Reich avesse del riguardo per gli ebrei, e in questa montatura pare già di scorgere i prodromi di quel negazionismo che poi tenterà di affermarsi, con graduale insistenza, nei decenni del dopoguerra.
In realtà la messinscena del ghetto serviva anche ad aumentare l’antisemitismo nelle famiglie tedesche, che patendo i disagi della guerra non potevano sopportare l’idea che ci fossero degli ebrei che stavano meglio di loro. A tale scopo venne perfino realizzato un film-documentario dal tono idilliaco, che camuffava ogni genere di bruttura, e provate poi a immaginare che fine hanno fatto il regista e il resto della troupe (su YouTube si trovano alcuni spezzoni di questo film, che era stato intitolato Der Führer Schenkt den Juden eine Stadt – Il Führer dona una città agli ebrei). Anche in occasione della visita dei delegati della Croce Rossa Internazionale, nel giugno del ‘44, il campo fu di nuovo abbellito con l’allestimento di negozi, bar-caffè e perfino un parco giochi per bambini. E per non dare l’impressione delle sevizie e del maltrattamento, tutti gli ebrei giudicati impresentabili (ben settemila) furono anzitempo deportati ad Auschwitz, mentre agli altri venne imposto di recitare il copione. Quindi, oltre al danno anche la beffa.
Terezín serviva insomma ai tedeschi per nascondere l’atroce realtà di Auschwitz, Birkenau, Treblinka e altri campi di sterminio. Del resto in questo amabile luogo veniva recluso il fior fiore della cultura ebraica, ossia intellettuali, artisti, cantanti e attori di fama internazionale, la cui sparizione improvvisa avrebbe potuto destare non pochi sospetti. Eppure, nonostante le varie difficoltà, le persone internate nel ghetto si prodigarono con tutte le loro forze per tutelare l’equilibrio psicofisico dei bambini, riuscendo a creare per essi, nei limiti del possibile, una sorta di mondo separato, con piccoli spazi per studiare, cantare, recitare, disegnare… Dovendo la cittadella rappresentare una mistificazione agli occhi del mondo, alcune cose venivano pure concesse dai nazisti, così molti bambini riuscirono a ricevere un’istruzione di prima qualità, visto che tra i loro insegnanti spiccavano, per l’appunto, le migliori personalità della cultura ebraica dell’epoca.

Non vorrei dilungarmi troppo, ma vale la pena di vedere alcuni dei disegni realizzati da questi bambini, che erano seguiti da Friedl Dicker-Brandeis, un’artista viennese deportata con il marito a Terezín nel dicembre 1942. Una donna straordinaria, che si era prefissata lo scopo di far crescere i piccoli come individui sicuri di sé, favorendone le attitudini artistiche e sociali. Faceva di tutto per procurarsi carta, colori e materiali da disegno, rastrellando anche i vecchi moduli militari lasciati nella fortezza dalle truppe cecoslovacche prima della guerra. I bambini, oltre a disegnare, scrivevano con la guida degli adulti delle poesie, dando così sfogo a desideri ed emozioni… Oggi i sogni di questi bambini, riversati in circa quattromila disegni e sessantasei poesie, fanno parte del patrimonio del Museo Ebraico di Praga.

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È commovente notare come questi disegni riproducano un desiderio di “vita normale”. Molti raffigurano case, farfalle e fiori, emblematici della nostalgia che questi piccoli avevano per la vita che conducevano prima di essere internati, alla quale “speravano” di tornare. Le farfalle in particolare, spesso ritratte in volo, sono un’inequivocabile espressione di agognata libertà.

Di seguito riporto alcune poesie, scritte in prevalenza da bambini di dodici-tredici anni, che esprimono una maturità al di sopra della norma, una presa di consapevolezza che lascia a bocca aperta e che proprio per questo fa ancora più male… Non vi nascondo di aver sentito un groppo in gola, mentre le leggevo. Impossibile non avvertirlo.

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Avete letto quest’ultima breve poesia che manifesta fermezza, orgoglio per le proprie origini, scritta da un bambino di cui forse non si conosce neppure la data di nascita ma che risulta molto significativa, oltre che toccante? (***)

L’operato di Friedl Dicker-Brandeis, che appare a tutti gli effetti come una forma di arte terapia, si interruppe bruscamente nell’ottobre del 1944, quando l’insegnante “fu selezionata per una delle spedizioni di “liquidazione” verso Auschwitz. Partì da sola, senza il marito, che poco prima era stato portato via da Terezín verso l’est. Il viaggio significò la morte per lei, così come per la maggior parte dei bambini trasportati in quel periodo. Da quando il suo convoglio lasciò il ghetto, si disegnò pochissimo a Terezín. Dietro di sé lasciò soltanto due valigie piene di più di quattromila disegni eseguiti dai bambini: li aveva nascosti in una delle aule dei bambini, e non appena la guerra terminò, nel maggio del 1945, questi disegni furono portati al museo ebraico di Praga”.
Com’era prevedibile, anche i bambini fecero da lì a poco la stessa tragica fine. Sempre nell’autunno del 1944, “un gran numero di convogli partirono da Terezín diretti al campo di sterminio di Auschwitz II-Birkenau, e su questi convogli vi era un numero di bambini mai visto prima. Per la stragrande maggioranza quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio, alla fine del quale si trovavano pronti in attesa le camere a gas e i crematori. Degli oltre 15.000 bambini che vi avevano fatto ingresso, fin dal 1941, ne sopravvissero a guerra finita poco più di 1.000. Tutti gli altri finirono nei crematoi dei campi di sterminio”.

Ci sono molte storie, purtroppo, che parlano di infanzia negata, brutalmente calpestata e annientata dal nazismo, da quelle più terribili, dove i piccoli venivano usati come cavie umane per dolorosissimi (e ogni volta fatali) esperimenti medici, a quelle meno devastanti (si fa per dire), dove qualcuno è riuscito perfino a salvarsi dal campo di sterminio. Ma sono casi molto rari, come ad esempio quello di Thomas Geve, che aveva tredici anni quando nel giugno del 1943 fu spedito con la madre ad Auschwitz. Poiché appariva robusto e sembrava più grande della sua età, Thomas fu considerato abile al lavoro e quindi lasciato in vita. Una fortuna, se di fortuna si può parlare in casi simili, visto che in base alle norme vigenti nel lager tutti i bambini al di sotto dei quattordici anni dovevano essere subito gassati.
Dopo la liberazione del campo da parte degli alleati (l’11 aprile 1945), Thomas trascorse un breve periodo a Buchenwald, dove iniziò a buttare giù in fretta, sul retro dei moduli e dei formulari delle SS, un’ottantina circa di disegni, con dettagli che documentano con esattezza la struttura e l’organizzazione interna di Auschwitz (i tipi di lavoro che i reclusi dovevano svolgere nel campo, i regolamenti disciplinari, i problemi igienici e alimentari, le punizioni, ecc.). Come dire che anche l’arte può, in certe circostanze, non solo costituire una valvola di sfogo per le emozioni, ma diventare anche perenne testimonianza di spaventose tragedie e monito affinché le stesse non si ripetano più.

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Il lavoro da schiavi. So arbeiteten wir. È così che abbiamo lavorato.

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I pericoli nel lager: il crematorio, le epidemie, le bastonature, il bunker.

Sarebbe frivolo – scriveva anni fa Cesare Segre in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera – affrontare questi disegni come opere d’arte. Ben più importante notarvi i segni di una dura esperienza, l’attenzione alle misure, agli spazi, alle prospettive di un mondo artificiale e perverso che il ragazzo viene a conoscere e cerca di memorizzare. Le baracche realizzano e contengono i mezzi per una tortura implacabile; il filo spinato è reclusione e insieme assassinio; le fognature propongono sogni di evasione; gli orari sono un cilicio per il tempo, e le annotazioni non attenuano nulla: «Nel reparto di chirurgia i detenuti venivano semplicemente legati e poi operati senza anestesia. Da quel luogo uscivano grida barbare». C’è persino lo schema delle camere a gas.
Ma Thomas ha un orizzonte morale maturo: sente pietà per i deportati zingari, capisce la vergogna delle prostitute al servizio del comando militare, non certo dei detenuti, fa amicizia con qualche altro ragazzo, ma spesso li vede morire; le canzoni dei deportati lo commuovono sempre più intensamente. Date le misure ristrette delle illustrazioni, i personaggi di Thomas sono tutti omini, ma non sfuggono all’occhio attento né i lavori inutili, né la caccia ai pidocchi, né gli espedienti per trovare un tozzo di pane in più, né le bastonature o le impiccagioni. Sullo sfondo i canti dei deportati, e le marce militari degli aguzzini. Gli omini di Geve ricordano a volte, certo per caso, Klee. E alla fine le sorprendenti qualità artistiche di Thomas non possono più essere taciute. Se ossessionano le file di vagoni e di baracche che Thomas rappresenta, altre volte sintetizza in pochi riquadri minacciosi i temi di questa sopravvivenza disperata, oppure costruisce figure a schema circolare che rispecchiano la coerenza criminale del disegno realizzato con il Lager. Memoria e giudizio vengono a coincidere.


Sì, pochi giorni fa abbiamo commemorato le vittime di questa immane tragedia, come accade ogni anno il 27 gennaio, giorno della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz, ma non dimentichiamo i milioni di bambini morti di fame, malattie e stenti nei gulag staliniani, perché figli di persone considerate “nemici del popolo”. Anche loro venivano classificati come socialmente indesiderati e per di più pericolosi, naturalmente non per le loro azioni ma per quello che avrebbero potuto fare, o solo pensare, una volta divenuti adulti… Esiste al riguardo un saggio che mi interesserebbe leggere (purtroppo non tradotto in italiano) intitolato “Children of the Gulag” (2010), scritto da una studiosa americana (Cathy A. Frierson) e da un sopravvissuto (Semyon S. Vilensky), che parla di questo fatto altrettanto mostruoso di cui, ai tempi nostri, pochi sembrano esserne a conoscenza o ricordarsene, visto che l’attenzione dell’opinione pubblica viene sempre dirottata sulle atrocità hitleriane e poco, o raramente, su quelle staliniane. L’atrocità nazista ha certamente battuto ogni record per intenzioni e operato, del resto si era prefissata di cancellare un’intera razza (anzi di più) dalla faccia del pianeta, ma è anche giusto non minimizzare o sorvolare sui misfatti di altri sistemi totalitari, alcuni dei quali ancora attivi e presenti.

Auschwitz (Canzone del bambino nel vento), scritta da Francesco Guccini

Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…


Note aggiuntive e link:

(***) Ho scoperto proprio ora, nel momento in cui pubblico il post, l’identità del bambino dell’ultima poesia. Si chiamava František (Franta) Bass (1930 –1944), cecoslovacco di origine ebraica, giovane collaboratore del settimanale Vedem nel Campo di concentramento di Theresienstadt, prima di essere trasferito ad Auschwitz e soppresso. Si distinse, insieme ad altri due bambini, per la particolare vena poetica (informazioni da wikipedia).

Le parti scritte “in corsivo” (che riguardano il ghetto e il numero delle vittime) sono state prese da un documento reperibile nell’archivio del Museo Ebraico di Bologna (link).

I disegni e le poesie dei bambini di Terezín provengono da questa pagina (non più aggiornata, mi pare, ma contiene del materiale interessante).

Il sito del Museo Ebraico di Praga (The Jewish Museum in Prague), dove è possibile trovare altri disegni, testi, documenti relativi al ghetto di Terezín.

Il sito di Thomas Geve, sopravvissuto ad Auschwitz, che contiene una piccola parte dei 79 disegni. Il libro che raccoglie la sua esperienza si intitola “Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz”, pubblicato in Italia da Einaudi.

Del ghetto di Terezín se n’era parlato nei giorni scorsi anche in questo post, insieme ad altri episodi che hanno visto al centro dei minori come vittime del nazismo.

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