Ricordando i più giovani

Con lieve ritardo, dedico anch’io un post alla Giornata della Memoria. A dire il vero è da una settimana che leggo, medito e svolgo delle ricerche, ma per questioni di tempo mi è stato impossibile concludere prima. Non importa, se ne può sempre parlare in un secondo momento. Anzi, stavo pensando che sarebbe utile pubblicare degli scritti sul tema della Shoah anche nel corso dell’anno, in modo da mantenere sempre “viva” la riflessione. Più se ne discute, anche all’interno dei nostri piccoli spazi virtuali, meglio è. Ogni tanto mi tornano in mente le parole di Primo Levi, così come appaiono nell’appendice del libro Se questo è un uomo: “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Ecco, nei prossimi mesi, sperando in una migliore gestione del tempo, non mi dispiacerebbe analizzare altri aspetti di questo capitolo terribile della storia umana (con nuovi studi, letture), anche se comprenderlo no, comprenderlo non mi è (e non mi sarà mai) possibile. Tanta crudeltà esula dalla mia capacità di comprensione.

Nel ricordare dunque i più giovani (bambini e adolescenti), si calcola che tra ebrei, slavi, zingari e disabili ne furono sterminati almeno un milione e mezzo. Una cifra da capogiro, che non solo sgomenta ma fa provare una profonda rabbia, soprattutto se si pensa che ancora oggi ad un numero incalcolabile di minori viene negato il diritto all’infanzia in diverse zone del mondo, perché seviziati e/o massacrati nelle varie guerre etniche, se non drogati, armati, usati come kamikaze per combattere in nome di ideali farneticanti. Bambini costretti a convivere fin dalla nascita con brutture di ogni tipo, che se pure si salvano restano comunque traumatizzati a vita, mutilati nello spirito se non anche nel corpo. Torturare e massacrare un altro essere umano è già in sé un’azione orrenda, inconcepibile per chi abbia un minimo di compassione, ma farlo a un bambino lo è ancora di più. È un atto infame, esecrabile, che non può avere assoluzione. Imperdonabile in ogni caso, al di là dei motivi scatenanti, del contesto, dell’epoca…

Nei giorni scorsi, riflettendo su tutto questo, mi sono tornati in mente i bambini del ghetto di Terezín (in tedesco Theresienstadt), di cui avevo già letto qualcosa tempo fa. Da qui la necessità di indagare, di approfondire.
L’ex-fortezza di Terezín, non lontana da Praga, fu adibita dai tedeschi come zona di smistamento fin dal 1941. Qui gli ebrei venivano confinati per periodi più o meno lunghi nell’attesa di essere trasferiti nei campi di sterminio. Ma già nel ghetto le condizioni di vita erano disumane, tra fame, sporcizia e malattie, anche se la propaganda nazista cercava di spacciarlo come città modello per non destare sospetti nell’opinione pubblica internazionale. Si trattava, in pratica, di far credere al mondo che il Terzo Reich avesse del riguardo per gli ebrei, e in questa montatura pare già di scorgere i prodromi di quel negazionismo che poi tenterà di affermarsi, con graduale insistenza, nei decenni del dopoguerra.
In realtà la messinscena del ghetto serviva anche ad aumentare l’antisemitismo nelle famiglie tedesche, che patendo i disagi della guerra non potevano sopportare l’idea che ci fossero degli ebrei che stavano meglio di loro. A tale scopo venne perfino realizzato un film-documentario dal tono idilliaco, che camuffava ogni genere di bruttura, e provate poi a immaginare che fine hanno fatto il regista e il resto della troupe (su YouTube si trovano alcuni spezzoni di questo film, che era stato intitolato Der Führer Schenkt den Juden eine Stadt – Il Führer dona una città agli ebrei). Anche in occasione della visita dei delegati della Croce Rossa Internazionale, nel giugno del ‘44, il campo fu di nuovo abbellito con l’allestimento di negozi, bar-caffè e perfino un parco giochi per bambini. E per non dare l’impressione delle sevizie e del maltrattamento, tutti gli ebrei giudicati impresentabili (ben settemila) furono anzitempo deportati ad Auschwitz, mentre agli altri venne imposto di recitare il copione. Quindi, oltre al danno anche la beffa.
Terezín serviva insomma ai tedeschi per nascondere l’atroce realtà di Auschwitz, Birkenau, Treblinka e altri campi di sterminio. Del resto in questo amabile luogo veniva recluso il fior fiore della cultura ebraica, ossia intellettuali, artisti, cantanti e attori di fama internazionale, la cui sparizione improvvisa avrebbe potuto destare non pochi sospetti. Eppure, nonostante le varie difficoltà, le persone internate nel ghetto si prodigarono con tutte le loro forze per tutelare l’equilibrio psicofisico dei bambini, riuscendo a creare per essi, nei limiti del possibile, una sorta di mondo separato, con piccoli spazi per studiare, cantare, recitare, disegnare… Dovendo la cittadella rappresentare una mistificazione agli occhi del mondo, alcune cose venivano pure concesse dai nazisti, così molti bambini riuscirono a ricevere un’istruzione di prima qualità, visto che tra i loro insegnanti spiccavano, per l’appunto, le migliori personalità della cultura ebraica dell’epoca.

Non vorrei dilungarmi troppo, ma vale la pena di vedere alcuni dei disegni realizzati da questi bambini, che erano seguiti da Friedl Dicker-Brandeis, un’artista viennese deportata con il marito a Terezín nel dicembre 1942. Una donna straordinaria, che si era prefissata lo scopo di far crescere i piccoli come individui sicuri di sé, favorendone le attitudini artistiche e sociali. Faceva di tutto per procurarsi carta, colori e materiali da disegno, rastrellando anche i vecchi moduli militari lasciati nella fortezza dalle truppe cecoslovacche prima della guerra. I bambini, oltre a disegnare, scrivevano con la guida degli adulti delle poesie, dando così sfogo a desideri ed emozioni… Oggi i sogni di questi bambini, riversati in circa quattromila disegni e sessantasei poesie, fanno parte del patrimonio del Museo Ebraico di Praga.

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È commovente notare come questi disegni riproducano un desiderio di “vita normale”. Molti raffigurano case, farfalle e fiori, emblematici della nostalgia che questi piccoli avevano per la vita che conducevano prima di essere internati, alla quale “speravano” di tornare. Le farfalle in particolare, spesso ritratte in volo, sono un’inequivocabile espressione di agognata libertà.

Di seguito riporto alcune poesie, scritte in prevalenza da bambini di dodici-tredici anni, che esprimono una maturità al di sopra della norma, una presa di consapevolezza che lascia a bocca aperta e che proprio per questo fa ancora più male… Non vi nascondo di aver sentito un groppo in gola, mentre le leggevo. Impossibile non avvertirlo.

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Avete letto quest’ultima breve poesia che manifesta fermezza, orgoglio per le proprie origini, scritta da un bambino di cui forse non si conosce neppure la data di nascita ma che risulta molto significativa, oltre che toccante? (***)

L’operato di Friedl Dicker-Brandeis, che appare a tutti gli effetti come una forma di arte terapia, si interruppe bruscamente nell’ottobre del 1944, quando l’insegnante “fu selezionata per una delle spedizioni di “liquidazione” verso Auschwitz. Partì da sola, senza il marito, che poco prima era stato portato via da Terezín verso l’est. Il viaggio significò la morte per lei, così come per la maggior parte dei bambini trasportati in quel periodo. Da quando il suo convoglio lasciò il ghetto, si disegnò pochissimo a Terezín. Dietro di sé lasciò soltanto due valigie piene di più di quattromila disegni eseguiti dai bambini: li aveva nascosti in una delle aule dei bambini, e non appena la guerra terminò, nel maggio del 1945, questi disegni furono portati al museo ebraico di Praga”.
Com’era prevedibile, anche i bambini fecero da lì a poco la stessa tragica fine. Sempre nell’autunno del 1944, “un gran numero di convogli partirono da Terezín diretti al campo di sterminio di Auschwitz II-Birkenau, e su questi convogli vi era un numero di bambini mai visto prima. Per la stragrande maggioranza quello sarebbe stato il loro ultimo viaggio, alla fine del quale si trovavano pronti in attesa le camere a gas e i crematori. Degli oltre 15.000 bambini che vi avevano fatto ingresso, fin dal 1941, ne sopravvissero a guerra finita poco più di 1.000. Tutti gli altri finirono nei crematoi dei campi di sterminio”.

Ci sono molte storie, purtroppo, che parlano di infanzia negata, brutalmente calpestata e annientata dal nazismo, da quelle più terribili, dove i piccoli venivano usati come cavie umane per dolorosissimi (e ogni volta fatali) esperimenti medici, a quelle meno devastanti (si fa per dire), dove qualcuno è riuscito perfino a salvarsi dal campo di sterminio. Ma sono casi molto rari, come ad esempio quello di Thomas Geve, che aveva tredici anni quando nel giugno del 1943 fu spedito con la madre ad Auschwitz. Poiché appariva robusto e sembrava più grande della sua età, Thomas fu considerato abile al lavoro e quindi lasciato in vita. Una fortuna, se di fortuna si può parlare in casi simili, visto che in base alle norme vigenti nel lager tutti i bambini al di sotto dei quattordici anni dovevano essere subito gassati.
Dopo la liberazione del campo da parte degli alleati (l’11 aprile 1945), Thomas trascorse un breve periodo a Buchenwald, dove iniziò a buttare giù in fretta, sul retro dei moduli e dei formulari delle SS, un’ottantina circa di disegni, con dettagli che documentano con esattezza la struttura e l’organizzazione interna di Auschwitz (i tipi di lavoro che i reclusi dovevano svolgere nel campo, i regolamenti disciplinari, i problemi igienici e alimentari, le punizioni, ecc.). Come dire che anche l’arte può, in certe circostanze, non solo costituire una valvola di sfogo per le emozioni, ma diventare anche perenne testimonianza di spaventose tragedie e monito affinché le stesse non si ripetano più.

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Il lavoro da schiavi. So arbeiteten wir. È così che abbiamo lavorato.

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I pericoli nel lager: il crematorio, le epidemie, le bastonature, il bunker.

Sarebbe frivolo – scriveva anni fa Cesare Segre in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera – affrontare questi disegni come opere d’arte. Ben più importante notarvi i segni di una dura esperienza, l’attenzione alle misure, agli spazi, alle prospettive di un mondo artificiale e perverso che il ragazzo viene a conoscere e cerca di memorizzare. Le baracche realizzano e contengono i mezzi per una tortura implacabile; il filo spinato è reclusione e insieme assassinio; le fognature propongono sogni di evasione; gli orari sono un cilicio per il tempo, e le annotazioni non attenuano nulla: «Nel reparto di chirurgia i detenuti venivano semplicemente legati e poi operati senza anestesia. Da quel luogo uscivano grida barbare». C’è persino lo schema delle camere a gas.
Ma Thomas ha un orizzonte morale maturo: sente pietà per i deportati zingari, capisce la vergogna delle prostitute al servizio del comando militare, non certo dei detenuti, fa amicizia con qualche altro ragazzo, ma spesso li vede morire; le canzoni dei deportati lo commuovono sempre più intensamente. Date le misure ristrette delle illustrazioni, i personaggi di Thomas sono tutti omini, ma non sfuggono all’occhio attento né i lavori inutili, né la caccia ai pidocchi, né gli espedienti per trovare un tozzo di pane in più, né le bastonature o le impiccagioni. Sullo sfondo i canti dei deportati, e le marce militari degli aguzzini. Gli omini di Geve ricordano a volte, certo per caso, Klee. E alla fine le sorprendenti qualità artistiche di Thomas non possono più essere taciute. Se ossessionano le file di vagoni e di baracche che Thomas rappresenta, altre volte sintetizza in pochi riquadri minacciosi i temi di questa sopravvivenza disperata, oppure costruisce figure a schema circolare che rispecchiano la coerenza criminale del disegno realizzato con il Lager. Memoria e giudizio vengono a coincidere.


Sì, pochi giorni fa abbiamo commemorato le vittime di questa immane tragedia, come accade ogni anno il 27 gennaio, giorno della liberazione del Campo di concentramento di Auschwitz, ma non dimentichiamo i milioni di bambini morti di fame, malattie e stenti nei gulag staliniani, perché figli di persone considerate “nemici del popolo”. Anche loro venivano classificati come socialmente indesiderati e per di più pericolosi, naturalmente non per le loro azioni ma per quello che avrebbero potuto fare, o solo pensare, una volta divenuti adulti… Esiste al riguardo un saggio che mi interesserebbe leggere (purtroppo non tradotto in italiano) intitolato “Children of the Gulag” (2010), scritto da una studiosa americana (Cathy A. Frierson) e da un sopravvissuto (Semyon S. Vilensky), che parla di questo fatto altrettanto mostruoso di cui, ai tempi nostri, pochi sembrano esserne a conoscenza o ricordarsene, visto che l’attenzione dell’opinione pubblica viene sempre dirottata sulle atrocità hitleriane e poco, o raramente, su quelle staliniane. L’atrocità nazista ha certamente battuto ogni record per intenzioni e operato, del resto si era prefissata di cancellare un’intera razza (anzi di più) dalla faccia del pianeta, ma è anche giusto non minimizzare o sorvolare sui misfatti di altri sistemi totalitari, alcuni dei quali ancora attivi e presenti.

Auschwitz (Canzone del bambino nel vento), scritta da Francesco Guccini

Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…


Note aggiuntive e link:

(***) Ho scoperto proprio ora, nel momento in cui pubblico il post, l’identità del bambino dell’ultima poesia. Si chiamava František (Franta) Bass (1930 –1944), cecoslovacco di origine ebraica, giovane collaboratore del settimanale Vedem nel Campo di concentramento di Theresienstadt, prima di essere trasferito ad Auschwitz e soppresso. Si distinse, insieme ad altri due bambini, per la particolare vena poetica (informazioni da wikipedia).

Le parti scritte “in corsivo” (che riguardano il ghetto e il numero delle vittime) sono state prese da un documento reperibile nell’archivio del Museo Ebraico di Bologna (link).

I disegni e le poesie dei bambini di Terezín provengono da questa pagina (non più aggiornata, mi pare, ma contiene del materiale interessante).

Il sito del Museo Ebraico di Praga (The Jewish Museum in Prague), dove è possibile trovare altri disegni, testi, documenti relativi al ghetto di Terezín.

Il sito di Thomas Geve, sopravvissuto ad Auschwitz, che contiene una piccola parte dei 79 disegni. Il libro che raccoglie la sua esperienza si intitola “Qui non ci sono bambini. Un’infanzia ad Auschwitz”, pubblicato in Italia da Einaudi.

Del ghetto di Terezín se n’era parlato nei giorni scorsi anche in questo post, insieme ad altri episodi che hanno visto al centro dei minori come vittime del nazismo.

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22 pensieri su “Ricordando i più giovani

    1. Se ci si guarda intorno, se si ascoltano le notizie di tutti i giorni, si rischia di perdere ogni speranza nel genere umano. Ma io credo comunque che la Storia insegni sempre qualcosa e che anche l’educazione dei nostri figli, delle nuove generazioni, possa fare tanto.

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    2. x il mestiered leggereblog.
      Sono d’accordo, parola per parola.
      C’è il rischio infatti di cristallizzarsi su un dato crimine e non saper riconoscere lo stesso genere di efferatezza che pure magari si sta compiendo in questo esatto momento. Proprio perchè il male non si presenta sempre uguale ma cambia di forma e di etichetta, e di protagonisti, ma non la sostanza.

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      1. Hai ragione: anche oggi nel mondo vengobo commesse atrocità d’ogni sorta,. La prima cosa che dovremmo imparare è che, se non c’è dietro il disegno folle di un Hitler o di uno Stalin, queste cose si fanno sempre per soldi; poi bisognerebbe agire di conseguenza: chi vuole la pace può solo sperare che si riduca il più possibile il peso degli interessi economici in tutto il mondo.

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      2. Concordo, è quasi sempre il dio denaro che comanda e tira le fila dietro le quinte. Vi riporto le parole di uno scrittore che amo profondamente (tratte dalla prefazione di uno dei suoi libri più famosi), che fu prima sul fronte italiano come volontario della croce rossa, durante la prima guerra mondiale, e poi al seguito di altri eventi bellici come reporter: “Il titolo di questo libro è Addio alle armi e, fatta eccezione per tre anni, da quando è stato scritto c’è stata quasi sempre una guerra di qualche tipo. Qualcuno si chiedeva perché questo tizio fosse così preoccupato e ossessionato dalla guerra, e forse ora, a partire dal 1933, è chiaro perché uno scrittore dovrebbe interessarsi al continuo, prepotente, mortifero e sciatto crimine della guerra. Avendo io stesso partecipato a troppe guerre nutro sicuramente dei pregiudizi, e spero anzi di averne molti. Ma è la ponderata opinione dell’autore di questo libro che a combattere le guerre siano le persone migliori, o diciamo pure semplicemente le persone, anche se più ci si avvicina alle zone di combattimento e più si incontrano persone migliori; ma a provocare, iniziare e far scoppiare le guerre sono le solite rivalità economiche e i porci che ne traggono profitto. Ritengo che tutti quelli che hanno da guadagnare da una guerra e che contribuiscono a causarla andrebbero fucilati il giorno che inizia, da rappresentanti accreditati dei leali cittadini di quei paesi che si accingono a combatterla (….)”. (Ernest Hemingway, Finca Vigía, La Habana, Cuba, 30 giugno 1948)

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  1. Ho apprezzato molto il ricordo dei bimbi vittime dei gulag staliniani. Mi permetto di ricordare i bambini armeni. Il genocidio degli Armeni apre tristemente il XX secolo. Anni fa in una biblioteca avevo cominciato a leggere una sorta di diario di una ragazzina bosniaca deportata in un lager di Milosevic: una sorta di Anna Frank degli anni ’90. Non sono più riuscita a trovare quel libro né ricordo il titolo. Tu lo conosci?

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  2. Athenae Noctua

    Un ricordo commovente, che fa luce su una parte del dramma che sovrasta tutte le altre: non conoscevo questi documenti, ma credo che nei prossimi anni potrei usarli per parlare di Shoah a scuola, con ragazzi coetanei di quelli che scrivevano e disegnavano questi documenti.

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    1. E’ di fondamentale importanza coinvolgere i giovani nelle scuole con riflessioni su questa tematica, naturalmente in modo adeguato per ogni età. Sono certa che lo farai con la giusta sensibilità e competenza.

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  3. A Praga sono andata a vederlo, il Museo Ebraico (come anche le Sinagoghe e il cimitero) ed ho visto moltissimi di questi disegni dei bambini, come anche molti loro oggetti che sono stati recuperati e conservati, altrettanto impressionanti e commoventi: scarpette, piccole valige, cappottini…
    Ai bambini di Theresienstadt (che Sebald non a caso scelse come luogo di morte per la madre del bambino Austerlitz, il protagonista del suo libro forse più bello) avevo dedicato un post parecchi anni fa, anche io per il Giorno della Memoria.
    Tu aggiungi le poesie, che io non conoscevo e che sono bellissime.

    Spero possa interessarti questo video su YouTube, che raccoglie molti disegni di Helga Weissova, la bambina di Theresienstadt alla quale avevo dedicato quel post

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    1. Non conoscevo quel tuo articolo, sono andata a cercarlo (risale al 2009). Hai fatto benissimo a citarlo, anche perché contiene una riflessione di Tzvetan Todorov sugli “usi della memoria” che è davvero pregevole, che merita di essere condivisa, quindi se permetti inserisco qui il link: https://nonsoloproust.wordpress.com/2009/01/26/gli-usi-della-memoria/
      Vedi, anche tu hai sentito un nodo alla gola di fronte ai disegni di questi bambini, che per di più hai visto da vicino. Sono cose che non possono non toccare nel profondo, e allo stesso modo è importante continuare a indignarsi di fronte a ogni genere di massacro, senza fare differenze di sorta.
      Grazie per il contributo del video, davvero apprezzato. Sebald da tempo mi chiama e desidero leggerlo, quindi inizierò proprio con Austerlitz.

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  4. Sono stata a Terezin diversi anni fa. Più che un campo è una vera e propria cittadina; lì vivevano gli ebrei. Uno degli edifici è sede del museo e il ricordo più nitido è naturalmente quello della sala tappezzata dai disegni dei bambini. Le condizioni in cui versavano gli ebrei miglioravano solo in occasione di possibili visite della Croce rossa. Penso alla frustrazione di chi era costretto a sorridere a favore dell telecamere: i filmati girati lì rappresentano gli ebrei impegnati in giochi di squadra o in attività ludiche…C’è poi a poche centinaia di metri da Terezin una sorta di cittadella fortificata che funse da prigionea partire dalla fine del Settecento; vi fu recluso anche Gavrilo Princip.

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  5. Al museo ebraico di Praga sono stata e ho visto i disegni, i temi, le lettere e poesie dei bambini che citi nel tuo post. Dire commovente è dire poco. Ma si prova anche la sorpresa di trovare che, in quei luoghi di schiavitù e terrore, ci sia stata la posibilità per quei bambini di conservare una parvenza di vita normale e di fare cultura. Lo hai spiegato bene nel tuo scritto cos’era il campo di Terezìn e come questo sia stato possibile.
    Sono d’accordo con te nel ritenere che il giorno della memoria è importante ma altrettanto importante non relegare a questo unico momento dell’anno il ricordo e la riflessione su quanto è successo. Ritengo che questo sia da tenere presente soprattutto per le generazioni più giovani perchè più si allunga il tempo dalla barbarie nazista più si tende a dimenticare o a minimizzare.
    E su questo vorrei aggiungere una nota discordante – non volermene – all’ultima parte che hai scritto e cioè non penso sia un bene mettere tutto assieme, unire tutte le atrocità. Senza nulla togliere alla violenza che il regime sovietico dopo Stalin ha usato contro i dissidenti non lo metterei nello stesso piano dei programmi nazisti. Mi rendo conto che questo è un argomento complesso e aprirebbe un capitolo a parte. Mi fermo quindi e ti saluto calorosamente 🤗

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    1. Non si tratta di mettere i due dittatori sullo stesso piano ma di dire che è giusto “rendere memoria” alle vittime dell’uno e dell’altro, che è giusto conoscere a fondo (e ricordare nel tempo) i soprusi e le barbarie perpetrati da entrambi. Se hai letto bene la mia ultima frase, avrai capito che considero anch’io l’operato nazista come uno dei più perversi dell’ultimo secolo, ma non per questo intendo concedere sconti agli altri. Dal punto di vista “etico” sono entrambi condannabili, al di là dei pretesti politici e del numero dei morti (che poi sappiamo bene che la dittatura staliniana, essendo durata per quasi trent’anni, ha fatto in realtà milioni e milioni di vittime in più), così come sono “moralmente” condannabili i responsabili di tutte le stragi o massacri che insanguinano oggi il pianeta, al di là della bandiera religiosa o di partito che impugnano. Questo non significa mettere tutti sullo stesso piano, ma significa “condannare la violenza in sé,” e soprattutto rifiutare l’idea che qualcuno possa da un giorno all’altro salire al potere, togliere ogni libertà e decidere per la vita e la morte delle persone.

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  6. Molto bello, commosso e commovente, questo tuo post.
    I disegni sono bellissimi e strazianti (per ciò che raccontano e per la fine dei loro piccoli autori). Che inganno crudele……
    Emozioni- ovvie- a parte, anch’io insisto e caldeggio più che posso la lettura di Austerlitz , di cui spero- sono già avanti, vedi- che vorrai scrivere nelle tue pagine.
    In merito, infine, alla discussione della specificità dell’Olocausto nazista rispetto a tutte le altre forme di atrocità degli altri regimi – non meno atroci, ma, appunto, diverse – mi permetto di citare qui le parole di Tzvetan Todorov, le sole, per me, illuminanti, nella loro terribile chiarezza:
    La sacralizzazione di un avvenimento passato non si confonde con l’affermazione della sua singolarità. Ritorniamo all’esempio dello sterminio degli ebrei d’Europa da parte dei nazisti. Descriverlo come un avvenimento singolare e specifico è legittimo, per poco che si precisi il livello a cui ci si situa. Non sul piano dei valori: tutti gli esseri umani sono preziosi gli uni come gli altri, e quando le vittime di un regime si contano a milioni, è vano, per non dire di più, volere stabilire gerarchie nel martirio.[…]E’ solo nei campi di sterminio nazisti che la condanna a morte diventa uno scopo in sé.[…] Le grosse masse di vittime, in URSS, sono generate da un’altra logica: qui la privazione della vita non è uno scopo; è o una punizione e un mezzo di terrore, o una perdita e un incidente insignificanti. Gli abitanti del gulag si spengono dopo tre mesi di sfinimento, di freddo o di malattia; non ce ne si preoccupa, perché sono una quantità trascurabile e verranno sostituiti da altri.[…]I nazisti praticano lo stesso disprezzo per la vita nei campi di concentramento o sfruttando il lavoro forzato; ma nei campi di sterminio la morte diventa uno scopo in sé.
    Se il discorso non ci portasse troppo lontano, ad un livello di astrazione indecente rispetto alla concretezza disperata della sofferenza delle vittime, si potrebbe affermare che il lager è la perfetta, grottesca incarnazione del principio heideggeriano dell’essere-per-lamorte; ma davvero, suona come una commistione troppo crudele, e forse inopportuna; e qui dunque mi fermo.
    Un abbraccio- e scusa la prolissità

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    1. Infatti, la messa a morte sistematica come obiettivo assunto è ciò che di perverso si intravede nel nazismo e che fa in parte la differenza. Su questo non possono esserci dubbi, visto che c’era una volontà ben precisa (e programmata) di eliminare delle specifiche etnie. Sul piano dei valori, invece, come spiega anche Todorov, tutti gli esseri umani sono preziosi e quindi diventa inutile voler stabilire gerarchie del martirio. Grazie per aver aggiunto un’altra parte della sua riflessione, che completa ancora meglio il senso del discorso.

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    1. Grazie Mauro, non me la ricordavo. I suoi testi sono sempre un po’ criptici, ma trovo significativa questa strofa: There’s pain in remembrance, but we must learn not to forget. Vedo che Hammill propende per l’ipotesi del suicidio nel caso di Levi, anche se esistono elementi che farebbero pensare a una caduta accidentale dalle scale. Ma ci vorrebbe un articolo a parte solo per tentare di riflettere sull’enigma, pur con la consapevolezza che forse è impossibile fare chiarezza.

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      1. Diciamo che Hammill si porta dietro anche lo strascico psicologico del suicidio di suo fratello negli anni ’70, episodio di cui non ama parlare…forse la consapevolezza dell’aver toccato con mano, dolorosamente, la possibilità reale di questa opzione come scelta consapevole, l’ha spinto verso questa interpretazione.

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  7. Renza

    Per affondare ancora di più il bisturi in questa ferita inguaribile, aggiungo anche la musica. ” Brundibar” opera per bambini del compositore ceco ebreo Hans Krása su libretto di Adolf Hoffmeister fu Ideata nel 1938 per un concorso. Le vicende successive e la reclusione di Krasa a Theresienstadt ne fecero prima un’ occasione clandestina sia di esercizio musicale sia di respiro umano anche per i giovani e poi opportunità, sfuttata dai nazisti, di esibizione per la Croce rossa ( cieca, sorda e muta). L’ opera venne via via rappresentata, con un numero sempre minore di strumenti e di voci , a causa delle morti che si susseguivano. Anche Krasa morirà ad Auschwitz https://it.wikipedia.org/wiki/Brundibar.
    L’ opera viene spesso rappresentata per ricordare l’ orrore. L’ anno scorso io l’ ho vista a Trieste https://amfortas.wordpress.com/2017/05/19/brundibar-di-hans-krasa-al-teatro-verdi-di-trieste-un-sorriso-per-stemperare-una-tragedia/.
    Su You tube esistono varie versioni e vale la pena ascoltarla perchè è bella e per risentire, strazio su strazio, quei bambini che canta(va)no inneggiando al sole che illumina ogni cosa e alla gioiosa certezza che il dittatore sarebbe stato sconfitto. Ciao, Alessandra.

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