Heinrich Böll – Presso il ponte

Oggi vi propongo una Kurzgeschichte (racconto breve) che mi ha letteralmente incantata: non ho parole per descriverne la delicata bellezza, per elogiarne la forza espressiva. Scritta da Heinrich Böll nell’immediato dopoguerra, fa parte della raccolta “Viandante, se giungi a Spa…”, rappresentativa della cosiddetta Trümmerliteratur (letteratura delle macerie, 1945-50), di cui sono stati esponenti altri scrittori dell’epoca, quali ad esempio Borchert e Schnurre. Lo scopo era quello di presentare temi e problemi della Germania postbellica attraverso dei testi concisi e realistici (sullo stile delle short-story americane), in modo da mantenere vivo il ricordo della guerra e delle sue devastanti conseguenze. Si tratta quindi di frammenti di vita dal finale spesso aperto, di istantanee che ritraggono le esperienze dei sopravvissuti, della gente senza più casa e dei reduci mutilati, e di tutti coloro che dovevano fare i conti con la realtà delle città distrutte e con la prospettiva di una faticosa ripresa. In altre parole, è la rappresentazione “della guerra vissuta come trauma” attraverso delle vicende individuali che si muovono su uno sfondo segnato da case diroccate, da periferie ingombre di rottami e sporcizia, da ponti e ferrovie in condizioni precarie. Desolazione, fame e povertà sono gli elementi che predominano su tutto, tradotti in parole così come apparivano in quei tragici anni allo sguardo umano.

La storia che sto per farvi leggere è tra le meno tristi della raccolta, forse perché permeata da un delicato sentimento di fondo: quello del protagonista per la donna ammirata e desiderata, che lo spingerà ad aggirare le imposizioni numeriche di un sistema assurdo e castrante… Ci sono poi altri racconti che mi hanno colpita, alcuni tremendi e altri meno, come ad esempio Il messaggio, La mia faccia triste, Una gamba costosa, Il camerata coi capelli lunghi, L’uomo dei coltelli e, non ultimo, quello che dà titolo alla silloge (Viandante, se giungi a Spa…), che vede un giovane soldato ricoverato in un vecchio liceo, dove tra momenti di lancinante dolore, vuoti di memoria e altalenanti dubbi riconosce un po’ alla volta, nelle pareti e negli oggetti che lo circondano, l’aula della “sua” scuola, quella che frequentava fino a pochi mesi prima… Un racconto stilisticamente perfetto, capace di inglobare l’attenzione dalla prima all’ultima riga, capace addirittura di trasmetterti le stesse sensazioni provate dal protagonista. Prendete del tempo per leggerlo, appena ne avete l’occasione.

Non voglio però adesso dilungarmi oltre, anche perché prevedo di riprendere presto il discorso in mano (dopo aver apprezzato “Opinioni di un clown”, mi sto dedicando all’opera omnia dello scrittore), per cui vi lascio in compagnia del brano selezionato, mentre io torno a raggomitolarmi nell’angolo del divano con il peso di duemila e passa pagine sulle gambe, certa di scovarvi dentro altre piccole perle. Buona lettura e buona domenica a tutti.

Quelli là mi hanno rappezzato alla meglio le gambe e mi hanno dato un lavoro in cui posso restar seduto: conto le persone che attraversano il ponte nuovo. Gli fa piacere, a quelli, dimostrare a se stessi, con tanto di cifre, quanto sono in gamba, si inebriano di quest’assurdo nulla fatto di qualche numero, e tutto il giorno, tutto il santo giorno la mia bocca muta cammina come un meccanismo d’orologeria, accumulando cifra su cifra, per regalar loro, la sera, il trionfo di una bella somma. Le loro facce sono raggianti quando comunico loro il risultato del mio turno di lavoro: quanto più alto è il numero, tanto più sono raggianti, e hanno ben motivo di andare a letto soddisfatti, perché molte migliaia di persone attraversano ogni giorno il loro nuovo ponte…
Ma la loro statistica è fasulla. Mi dispiace, ma è fasulla. Sono un uomo di cui non ci si può fidare, anche se faccio l’impressione di un galantuomo.
Mi piace, sotto sotto, sopprimere ogni tanto un’unità e poi, magari, quando sento compassione di loro, regalargliene un paio. La loro fortuna è in mano mia. Quando sono arrabbiato, quando non ho niente da fumare, segnalo soltanto la media, talvolta anche meno della media, e quando invece il cuore mi batte di gioia, quando sono allegro, lascio traboccare la mia generosità in un numero a cinque cifre. Li faccio talmente felici! Ogni volta mi strappano letteralmente di mano il risultato, e i loro occhi brillano, e mi battono sulla spalla. Non sospettano di niente. E poi cominciano a moltiplicare, a dividere, a percentualizzare un sacco di cose. Calcolano quanta gente è passata sul ponte, oggi, al minuto, e quanta ne sarà passata fra dieci anni. Amano il futuro anteriore, il futuro anteriore è la loro specialità. Eppure mi dispiace che tutto ciò sia fasullo…
Quando la mia piccola innamorata attraversa il ponte (e lo attraversa due volte al giorno), il mio cuore cessa di battere. Il ticchettio instancabile del mio cuore si arresta, fin quando lei non ha svoltato nel viale ed è scomparsa ai miei occhi. Ora, tutti quelli che passano in quel frattempo, io non li conto. Quei due minuti appartengono a me, a me solo, e io non me li lascio togliere. E anche la sera, quando lei torna dalla sua gelateria, quando, sul marciapiede opposto, passa davanti alla mia bocca muta, che dovrebbe contare, solo contare, il mio cuore si ferma un’altra volta, e io non ricomincio a contare che quando non è più visibile. E tutti coloro che hanno la fortuna di sfilare in quei minuti dinanzi ai miei occhi ciechi non entrano nell’eternità della statistica: uomini-ombra e donne-ombra, esseri inesistenti, che non marceranno con gli altri nel futuro anteriore della statistica.
È chiaro che io l’amo. Ma lei non ne sa niente, né io vorrei che venisse a saperlo. Non deve nemmeno immaginare in che modo formidabile butta all’aria un’infinità di calcoli e di previsioni, e, ignara e innocente, deve continuare a recarsi alla gelateria coi suoi lunghi capelli castani e i suoi piedini delicati, e percepire forti mance. Io l’amo. È chiarissimo che l’amo.
Ultimamente mi hanno controllato. Il mio collega, che siede sul lato opposto e conta le automobili, mi ha avvertito in tempo, sicché sono stato attentissimo. Ho contato come un matto, un contachilometri non potrebbe contar meglio. Il capo dell’ufficio statistico in persona si è appostato dall’altra parte e più tardi ha confrontato il suo risultato di un’ora di conteggi con il mio. Io avevo solo un’unità meno di lui. Era passata la mia piccola innamorata, e mai e poi mai acconsentirò a far trasportare questa bella bambina nel futuro anteriore, non voglio ch’essa venga moltiplicata e divisa e trasformata in un nulla percentuale. Mi sanguinava il cuore a dover contar la gente senza poterle guardare appresso, e ho provato molta gratitudine per quel mio collega là di fronte, che bada a contar le macchine. Ne andava né più né meno che della mia esistenza.
Il capo dell’ufficio statistico mi ha battuto sulla spalla e mi ha detto che sono un buon elemento, fedele e provato. «Una svista all’ora» mi ha detto, «non è molto. Tanto noi si calcola sempre una certa percentuale di oscillazione. Proporrò che vi adibiscano ai carri a cavalli.»
I carri a cavalli, naturalmente, sono una cuccagna. Sono quanto di meglio si possa desiderare. Di carri a cavalli ne passeranno al massimo venticinque al giorno, e far scattare un numero, nel proprio cervello, ogni mezz’ora è addirittura il paradiso terrestre!
I carri a cavallo sarebbero un sogno. Tra le quattro e le otto non possono nemmeno passare sul ponte, e io potrei andarmene a spasso o alla gelateria, e guardarmela a lungo, o addirittura accompagnarla per un tratto a casa, la mia piccola innamorata senza numero…


Heinrich Boll, Opere scelte, I Meridiani, Volume primo, Mondadori, 1999 (Presso il ponte, pp.199-201)

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31 pensieri su “Heinrich Böll – Presso il ponte

  1. Ciao, Alessandra.
    Come sempre, hai scritto un pezzo da encomio. Sono stufo di farti i complimenti e non mi si dica che sono un adulatore.
    Hai messo insieme lunghezza giusta per un post in cui non morire annegati, e nel contempo sei stata intensa. Risultato: combine ideale.
    Heinrich Boll: altro tuo merito averlo ripescato, avevo letto anni fa Opinioni di un clown e Il treno era in orario e mi erano molto piaciuti. Ora, sulla tua scia, ho scoperto che è stato un grande cultore di racconti, ho scoperto che ha scritto “un racconto dove spiega perchè è scrittore di racconti” 🙂
    Ora scoperta per scoperta, ho visto anche che non ha scritto solamente di cose amare e tristi (macerie di una devastante guerra) ma anche racconti satirici e umoristici!!!!
    Il pezzo che hai riportato è di un’ironia e nel contempo dolcezza notevoli. Bel pezzo, l’ho gustato quanto un buon bicchiere, che è il massimo nella mia scala di valori.
    Ciao, valorosa amanuense 🙂

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    1. Nei prossimi giorni mi aspettano proprio i Racconti umoristici e satirici, pregusto già il piacere. Dimmi la verità Guido, tu vai in solluchero quando risulto sintetica e ti manca invece il respiro, anzi ti viene proprio l’affanno, quando mi dilungo troppo 😉 PS – grazie, naturalmente, per le belle parole! 🙂

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      1. Mi chiedi di dire la verità a proposito di: “quando risulto sintetica e ti manca invece il respiro, anzi ti viene proprio l’affanno, quando mi dilungo troppo”.
        La verità è: ebbene sì! 🙂
        A tuo onore, che quando rubi la marmellata sei cosciente almeno dell’esistenza di un settimo comandamento (Settimo: Non rubare) 🙂

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      2. Ma no, guarda non era riferito a te. Forse ti capiterà sì nell’entusiasmo ma io in realtà avevo in mente altri exploit. Perchè un conto è approfittare di un blog per sfogarsi, come si va dallo psico e un conto avere l’obiettivo (questo sì sano) di comunicare.
        Ripeto, cara Alessandra, e sottolineo: niente di personale!!!!!

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  2. Da Foto di gruppo con signora a E non disse nemmeno una parola passando per Opinioni di un clown (È la splendida scena dell’uomo che si ferisce tagliando il pane) credevo di aver esaurito le cose fondamentali di questo autore. Sbagliavo- ci sono i racconti. È quello che hai proposto è molto bello.

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    1. Credo che di Hans Schnier parlerò presto (ma non era stata Maria a ferirsi al braccio? forse ricordo male). Foto di gruppo con signora dev’essere un gran bel romanzo, ne ho sentito tessere più volte le lodi. Mi prenderò il tempo necessario per leggerlo con calma. Questi racconti delle macerie te li consiglio veramente, lasciano il segno… e probabilmente forniscono un’idea del Böll “prima maniera”, come anche il romanzo breve Il treno era in orario (che però devo ancora leggere).

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  3. […]Si vede un ponte sull’acqua e gente sul ponte.
    La gente affretta visibilmente il passo
    perché da una nuvola scura la pioggia
    ha appena cominciato a scrosciare.

    Il fatto è che poi non accade nulla.
    La nuvola non muta colore né forma.
    La pioggia né aumenta né smette.
    La barchetta naviga immobile.
    La gente sul ponte corre proprio
    là dov’era un attimo prima.

    È difficile esimersi qui da un commento.
    Il quadretto non è affatto innocente.
    Qui il tempo è stato fermato.
    Non si è più tenuto conto delle sue leggi.
    Lo si è privato dell’influsso sul corso degli eventi.
    […]

    W. Szymborska, Gente sul ponte

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    1. Ecco, su quel ponte il tempo si è proprio fermato. O forse no, forse lui troverà finalmente il coraggio di rivolgerle la parola, di spezzare la ripetitività della scena… Il finale, come sempre, rimane aperto 😉 Grazie per l’aggiunta szymborskiana, davvero apprezzata!

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  4. Quest’impiegato che fa i conti per una statistica suscita una gran tenerezza. Un po’ mi ricorda, sul piano lavorativo ma anche un po’ su quello sentimentale, il giovanotto protagonista del film “Il posto” di Ermanno Olmi, girato all’inizio degli anni Sessanta, quando il lavoro c’era, per intenderci, e se non c’era l’inventavano. Erano gli anni del boom, era arrivato a Milano dalla provincia, aveva passato un concorso all’acqua di rose e, in attesa che si liberasse il posto in ufficio, era stato provvisoriamente piazzato a fare l’assistente del portiere di corridoio del quarto piano (cito testualmente).

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    1. Sai che non lo conoscevo? Sono andata a cercare la recensione del film, se capiterà l’occasione lo guarderò volentieri. Di Olmi ho già apprezzato La leggenda del santo bevitore e Il segreto del bosco vecchio, tratti dai romanzi di Joseph Roth e Dino Buzzati.

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      1. A me era piaciuto, sia per il taglio velatamente ironico sotto l’apparenza della descrizione asettica, sia perché è un domcumento d’epoca: per un momento, si vede Piazza S. Babila, a Milano, sventrata dagli scavi della prima metropolitana.

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  5. Uno dei tanti Nobel di cui non ho mai letto niente. Che bel modo di scoprirne lo stile! Una specie di piccola ribellione, quella di non assegnare un numero alla sua “innamorata”. 🙂
    Complimenti per la scelta!
    Dovrei leggerne di più, di racconti brevi…

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    1. I racconti brevi, se scritti bene, sono come le noccioline: uno tira l’altro. Ma Heinrich Böll se la cavava egregiamente anche con i racconti lunghi e i romanzi. Mi trovo ormai calata in un’altra dimensione, totalmente assorbita da questo grande scrittore.

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    1. Scopro adesso che è un film di guerra tratto da un racconto russo, girato negli anni ‘60 dal regista Andrej Tarkovskij. Suggestivo il fotogramma segnalato, proprio per il fatto che richiama l’idea del “ponte”! Senza dubbio un’immagine simile si infiltrava spesso nei pensieri del nostro timido protagonista bölliano 😉

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  6. Pingback: Il treno era in orario | LIBRI NELLA MENTE

  7. Pingback: “Autunno tedesco”, Stig Dagerman – Giovanni Pistolato

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