Prima gli idioti

Prima gli idioti, Bernard Malamud, EPUB, Minimum Fax, 243 p.

Nato a New York nel 1914, figlio di immigrati ebrei di origine russa, Bernard Malamud viene abitualmente accostato ad altri due grandi esponenti della letteratura ebraico-americana del secondo Novecento, quali Saul Bellow e Philip Roth, anche se in realtà avrebbe poco da spartire con gli illustri colleghi in fatto di stile e contenuti. Dei tre è infatti l’autore che ha ripreso in misura maggiore la tradizione del racconto centroeuropeo, subendo anche l’influsso del mito e del tono magico che caratterizza i racconti popolari. Come ha scritto Alessandro Piperno, in un articolo che ho trovato interessante, sono in particolare Babel, Kafka, Schultz, Singer e, per alcuni aspetti, il nostro Svevo i suoi cugini più prossimi. Mentre Bellow appare appunto più distante, considerando anche il fatto che per i suoi personaggi «l’America è un’opportunità straordinaria, la patria da conquistare con spavalderia, mentre per Malamud (e per i suoi personaggi) l’America è un problema, l’ennesimo luogo sulla terra ostile agli ebrei e alle brave persone».

Le storie di Malamud, che abbiano o meno degli ebrei come protagonisti, vogliono infatti rappresentare la sofferenza di ogni essere umano al di là dell’origine, della razza d’appartenenza, assumendo in tal senso un valore universale. Come dire che il travaglio esistenziale dei personaggi, la loro ricerca di senso e direzione, la loro ansia di soddisfare piccoli e grandi bisogni mai del tutto soddisfatti, sono esperienze che bene o male riguardano tutti, che ci toccano da vicino. Oltretutto presentate con un realismo che oscilla tra l’ironico e l’amaro e che ogni tanto si concede, come accennato all’inizio, qualche fuga nel surreale.

Come scrive di nuovo Piperno, «L’inconfondibile tono Malamud è un impasto calibrato di ironia e pietà. Il suo scabro naturalismo è riscattato dall’ironia, e la miserabile mediocrità dei personaggi è trasfigurata dalla pietà con cui li guarda. È come se la circospezione di Malamud, la paura che lo affligge, coinvolgesse anche lo stile. Malamud è il contrario di un esibizionista. Non concepisce la scrittura come performance. Malamud usa parole semplici, ma mai dozzinali; non ricorre a giri di frasi particolarmente elaborati e complessi. Per lui la sintassi è uno strumento, non certo un fine. Predilige gli spazi angusti, i sentimenti indefiniti.
Poi c’è sempre qualcosa di improbabile. Una nota d’irrealtà che rende l’amalgama ancor più gustosa. Ma persino questa deriva magica viene trattata con garbo. Non scantona mai nel demonismo di Singer, tanto meno nel gotico o nel sovrannaturale. Malamud resta con i piedi per terra. Tanto che il lettore è autorizzato a interpretare il magico in Malamud come la tipica fuga dalla realtà dell’alienato, il delirio di colui che soffre di un serio disagio psichico.
E, infine, c’è il sesso. Niente di esplicito. Niente di spericolato. Niente di funambolico. Al punto tale che forse il termine «sesso» non rende bene l’idea. È più cauto parlare di desiderio. Desiderio allo stato puro. Desiderio umiliato».

Ecco, si tratta proprio di desiderio umiliato. Di desiderio calpestato, mortificato. Mi viene subito in mente il racconto Natura morta, che vede come protagonista un ex-studente di Belle Arti, tale Arthur Fidelman, che perde la testa per una stralunata pittrice, la quale in cambio lo sfrutta e maltratta a più riprese senza mai concedersi… fino a un finale che lascia di stucco per la condizione grottesca in cui si svolge [Fidelman è il tipico antieroe di molte storie malamudiane, l’incarnazione dell’artista fallito alle prese con ripetuti blocchi creativi e continue difficoltà sentimentali: un personaggio credibile e improbabile allo stesso tempo, quasi fantozziano per le sfighe che lo colpiscono].
Oppure si tratta di desiderio soffocato, ingabbiato, trattenuto da timori spesso eccessivi. Come nel racconto La scelta di una professione, dove un professore universitario si infatua di una studentessa matura tra mille scrupoli ed esitazioni, ma quando lei gli confessa un passato non proprio regolare lui cade in crisi, combattuto tra un desiderio continuo e la rinuncia dello stesso.
Ma non è solo l’impulso erotico/sentimentale che viene frustrato, che finisce in un nulla di fatto. Lo sono anche le aspirazioni creative, le ambizioni personali o più semplicemente la necessità di salvaguardare l’attività lavorativa, fonte di sostentamento e sopravvivenza. Come succede nel racconto Il costo della vita, che vede un piccolo bottegaio cadere nell’ansia più assoluta alla notizia che accanto al suo negozio sta per essere aperto un grande emporio… E il modo in cui Malamud ci rende partecipi del suo stato d’animo, quando osserva con preoccupazione le mastodontiche vetrine della concorrenza che vengono riempite in poche ore di luci, colori e merci sfavillanti, non può fare a meno di commuovere:

Per tutto il giorno a Sam batté così forte il cuore che ogni tanto se lo carezzava con una mano, come se cercasse di calmare un uccello selvatico che voleva volar via.

Inevitabile da quel momento, come un anatema caduto dal cielo, il graduale fallimento della piccola bottega, che il droghiere cerca di mantenere disperatamente in vita con l’aiuto della moglie, escogitando abbellimenti di ogni sorta e sussultando per ogni ticchettio di passi che proviene dall’esterno… Perché la speranza, come da sempre si dice, è l’ultima a morire.

Il negozio era così silenzioso che divenne un piacere straziante vedere qualcuno aprire la porta. Restavano seduti per ore, sotto la lampadina nuda del retro, a leggere e rileggere il giornale, alzando gli occhi speranzosi se passava qualcuno per strada, anche se poi cercavano di non guardare quando entrava nell’emporio accanto.

Altrettanto toccante la novella che dà titolo alla raccolta (Prima gli idioti), dove un padre malatissimo, a cui resta poco da vivere, si fa in quattro per affidare il figlio ritardato alle cure di un lontano parente. Il problema più grosso è quello di racimolare in fretta la somma per pagargli il viaggio in treno, e questo lo costringe ad affrontare una difficoltà dietro l’altra. La sua è una lotta contro il tempo e contro la morte, la quale assume addirittura delle sembianze kafkiane nella storia… Qui, come nel racconto L’uccello ebreo (un altro piccolo capolavoro, che meriterebbe un articolo a parte), la trama si tinge di elementi fantastici, che probabilmente si ispirano alla tradizione favolistica della cultura ebraica, che è poi quella dell’autore.
Comunque, sia il piccolo bottegaio che questo padre amorevole non si possono considerare diversamente se non come due umili eroi, visto che entrambi stringono i denti e cercano di resistere o lottare fino all’ultimo istante, a dispetto di circostanze sempre più avverse. Qualcuno ce la fa e qualcun altro no, ma sono e restano dei degnissimi seppure modesti e misconosciuti eroi. Impossibile non amarli, non sentirsi dalla loro parte. Impossibile non trepidare per loro nel momento in cui si ritrovano con tutto il peso del mondo sulle spalle.

In ogni caso, che tentino o meno di resistere, gli eroi o anti-eroi malamudiani sono sempre condannati a qualche forma di perdita, di fallimento. La loro è una lotta morale che deve fare i conti con una realtà troppo dura (quella del mondo), al punto che vivere equivale a soffrire, e soffrire equivale a resistere per poi di nuovo soffrire.
Approfittando ancora una volta di Piperno, ecco cosa scrive a proposito di Malamud nella prefazione a L’uomo di Kiev (che sarà tra le mie prossime letture): «Forse perché figlio di due emigrati russi, ancora non abbastanza americanizzati, forse perché nato in una Brooklyn iper-ebraica, forse per ragioni di temperamento, fatto sta che nei romanzi di Malamud l’America non appare mai un’opportunità di riscatto. Uno dei suoi temi più frequenti è la marginalità. Gli eroi di Malamud sono l’incarnazione stessa del “loser”. Nessuna fitzgeraldiana corsa all’oro. Solo grandi cadute nel fango».
E tra i racconti che mettono in risalto il problema della marginalità, da intendere come difficoltà d’integrazione in una cultura completamente diversa dalla propria, credo di non essere l’unica a ritenere Il profugo tedesco uno dei più belli – seppure dolentissimi – di questa raccolta. Ecco come inizia:

Oskar Gassner, in canottiera di rete e accappatoio estivo, è seduto alla finestra della sua camera d’albergo, buia, calda e senz’aria, nella Decima Strada Ovest, mentre io busso, con cautela. Fuori, all’altro capo del cielo, un crepuscolo verde di tardo giugno si stempera nell’oscurità. Il profugo cerca a tastoni l’interruttore della luce e mi guarda, nascondendo la disperazione ma non il dolore.
In quei giorni ero uno studente povero e tentavo sfacciatamente d’insegnare tutto a tutti, per un dollaro all’ora, anche se poi, col tempo, ho diminuito le pretese. Perlopiù, davo lezioni d’inglese ai profughi arrivati da poco. Mi mandava l’università, e mi ero fatto una certa pratica. Alcuni miei studenti mettevano già alla prova il loro inglese smozzicato, loro e mio, sul mercato americano. Io, allora, avevo compiuto da poco i vent’anni e mi avviavo all’ultimo anno di college: un ragazzo magro magro, dall’aria affamata di vita, che si rodeva aspettando la prossima guerra mondiale. Ero un bell’impostore. Eccomi là, palpitante dalla voglia di partire, e intanto oltreoceano Adolf Hitler, in stivali neri e baffi squadrati, strappava tutti i fiori e li sputava via. Dimenticherò mai quel che accadde a Danzica, quell’estate?
I tempi erano ancora difficili, in seguito alla Grande Depressione, ma io mi guadagnavo discretamente da vivere coi poveri profughi. Nel 1939 stavano tutti nel tratto periferico settentrionale di Broadway. Avevo quattro allievi: Karl Otto Alp, l’ex divo dello schermo, Wolfgang Novak, un tempo brillante economista, Friedrich Wilhelm Wolff, che aveva insegnato storia medievale a Heidelberg e, dopo la sera del nostro incontro, Oskar Gassner, il critico e giornalista berlinese che aveva lavorato all’Acht Uhr Abendblatt. Erano uomini di cultura e io avevo una bella faccia tosta a farmela con loro, ma è questo il lato buono di una crisi mondiale: ti dà un’istruzione.
Oskar era sulla cinquantina; i capelli, folti, gli stavano diventando grigi. Aveva il viso grosso e le mani pesanti. Le spalle gli s’incurvavano. Anche gli occhi erano pesanti, d’un azzurro annebbiato, e mentre mi studiava, dopo aver sentito chi ero, il dubbio vi dilagò come una corrente sotterranea. Pareva che, vedendomi, avesse subìto una nuova sconfitta. Dovetti aspettare finché non si riscosse. Rimasi sulla porta, senza aprir bocca. In quei casi avrei preferito trovarmi da tutt’altra parte, ma dovevo guadagnarmi da vivere. Finalmente, lui aprì e io entrai. O meglio, lui lasciò andare il battente e io mi trovai dentro. «Bitte». Mi offrì una poltrona e non seppe più dove sedersi. Tentava di dire una cosa, poi si fermava, come se non fosse possibile dire niente. La camera era stipata d’indumenti, di casse di libri ch’era riuscito a portar fuori dalla Germania; c’erano anche dei quadri. Oskar si sedette su una cassa e cercò di farsi vento con la mano paffuta. «Quezto calto», borbottò, impegnando tutta la mente nell’impresa. «Impozzipile. Un zimile calto mai conosciuto». Per me era insopportabile, ma per lui era tremendo. Aveva difficoltà a respirare. Cercava di parlare, alzava una mano, poi la lasciava ricadere come un’anatra morta. Ansimava come se stesse combattendo una battaglia, e forse la vinse, perché dopo dieci minuti cominciammo, adagio, a conversare. (pp. 158-159)

Il dialogo prosegue con grossi sforzi da parte del profugo, che non a caso ha richiesto l’aiuto dello studente per allenarsi a sostenere una serie di incontri col pubblico. Oskar si trova in sostanza a subire una grossa perdita, che non è solo quella del paese d’origine (la Germania del ‘39, dove Hitler all’apice del successo si apprestava a siglare il patto di non-aggressione con Stalin) ma anche della lingua, perché con una conoscenza approssimata dell’inglese, aggravata da un accento tedesco che riaffiora ogni volta con tutta la sua pesantezza, gli è impossibile esprimere con chiarezza ciò che gli passa per la mente: “Hai un pensiero raffinato e ti viene fuori che sembra un coccio di bottiglia”. E questo, per un intellettuale immigrato che sta tentando di riciclarsi come conferenziere per sopravvivere, è davvero un grosso limite. Senza trascurare il fatto che è sempre difficile modellare in una nuova cultura i dati di quella precedente, qualunque siano i tempi e i contesti che si stanno vivendo.
Nel racconto traspare anche un’amarezza di fondo (quella dell’autore, in cui altri si saranno facilmente riconosciuti) per le difficoltà subite dal popolo ebreo, per lo smarrimento esistenziale di chi ha dovuto scappare dalla Germania nazista per mettersi in salvo, per non farsi annientare. Dovendo poi ricominciare tutto da capo in un paese sconosciuto (gli Stati Uniti, in questo caso), “senza amici né una lingua da poter parlare”. Alcuni ce l’hanno fatta, modificandosi e riadattandosi, altri si sono lasciati immobilizzare dalla paura, slittando sempre più nella depressione.

«Ho perso la fede. Io non pozziedo più mia fecchia fiducia di me stezzo. Nella mia fita c’è stata throppa illusione».
Cercai di credere a quel che diceva. «Abbia fiducia. Quest’impressione passerà».
«Fiducia non ho. Di quezta e di qualunque altra coza che ho perduto, ringrazio i nazisti».

Se poi Oskar riuscirà, tra momenti di recuperata autostima e altri di profondo sconforto, a smettere di autodefinirsi un caso “zenza zpehranza”, di certo non intendo spiattellarlo in questa sede, invitandovi piuttosto a leggere di persona il racconto, che merita per la sensibilità con cui l’autore ha saputo gestire l’argomento, malgrado susciti una tremenda tristezza.


No need to run and hide
It’s a wonderful, wonderful life
No need to laugh or cry
It’s a wonderful, wonderful life

22 pensieri su “Prima gli idioti

  1. Ce l’ho, da qualche parte, lo recupero e lo leggo.
    Sto inoltrandomi dentro la montagna di racconti di Cechov, splendido, accosto ora questi di Malamud.
    È un periodo che amo i racconti.
    Tu sempre brava, da meritare un… inutile stare a dirtelo ogni volta.
    Un saluto! (ti arriverà fuligginoso di smog… )

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    1. Tanto per farti schiattare d’invidia, ti annuncio che qui da me il cielo è così terso che non solo vedo le punte degli alberi sulle montagne, ma conto anche gli scoiattoli che ci salgono sopra 😉 Grazie Guido, riesci sempre a strapparmi un sorriso! (Cechov conto di rileggerlo anch’io, spero presto!)

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      1. Non schiatto d’invidia, qui immerso nel catrame ci sono nato e cresciuto e anzi… che non mi si apra il tombino sulla fogna, gli abbagli di sole mi fanno male a psiche e salute.
        Leggi, leggi Cechov… cambiano i vestiti soltanto, ma ci ritrovi i tuoi vicini di casa, vizi e virtù ecc. sempre quelli, un universo di sentimenti dalla fine ironia alla commozione…

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  2. Sto stilando una lista di racconti da leggere e questo lo metto subito dentro. Da come ne parli (e, lo sai, mi fido molto del tuo giudizio) rientra nei miei territori di gradimento; un giro di parole per dire che mi piace. Apprezzo lo stile di questo autore, per come te e Piperno ne dite, e il tema del trovarsi spaesati in una realtà ostile mi incuriosisce. Una bella segnalazione per una raccolta da non perdere. Ciao, Pina

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  3. Bernard Malamud quindi! La tua recensione mi ha conquistato e convinto alla lettura di questo scrittore che non conoscevo. Un aspetto in particolare mi attrae e cioè il fatto che, pur essendo americano di nascita e di ambiente, Malamud è più vicino agli scrittori del centro Europa. Io faccio un po’ fatica ad accostarmi agli americani (ad alcuni, non a tutti) ma gli anti eroi di Malamud mi piacerebbe conoscerli. Ciao Alessandra

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    1. Considera che i racconti sono dodici in questo volume, per non dilungarmi troppo ho evitato di citarli tutti. Caratterizzati da una tensione crescente sono anche “Le scarpe della domestica” e “Sarà la mia morte” (non ti stacchi dalla pagina finché non li hai terminati), mentre l’anti-eroe per eccellenza, ossia Arthur Fidelman, è di nuovo alle prese con guai di ogni genere nella storia “Nudo svestito”. Dove un po’ si ride e un po’ ci si innervosisce, nel segurine le assurde e patetiche peripezie 😉

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  4. Dev’essere una lettura di quelle che avvincono, un ciclo dei vinti come quello che Verga non finì mai di scrivere, solo tarato sulla misura più piccola del racconto, insidiosa per gli spazi angusti in cui costringe l’autore. Direi di segnarmelo nella lista dei libri da leggere appena possibile.

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  5. Ciao Alessandra. Bel commento e bella scelta di lettura. Anch’io ho avuto modo di leggere i racconti di Malamud, se pure in un’altra raccolta, e li ho trovati davvero belli. In particolare, come giustamente hai evidenziato, uno dei più belli è proprio “Il profugo tedesco”.
    Forse è per quell’essere rimasto “europeo” che lo apprezzo, essendo effettivamente assai più vicino a scrittori come Kafka, Schulz e Singer.
    Ho, in libreria, “La Venere di Urbino”, L’uomo di Kiev” e “Il commesso” che so essere, soprattutto questi ultimi due, molto belli, spero, prima o poi, di riuscire a leggerli.
    Un caro saluto e buona lettura de “L’uomo di Kiev” quando la farai.
    Ciao
    Raffaele

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  6. Athenae Noctua

    Da quando ho letto Il commesso, il proposito di tornare a Malamud è costante. Devo solo decidere con quale testo tener fede a questa intenzione, ma, nonostante la mia esperienza limitata con questo autore, mi ritrovo nelle tue osservazioni iniziali, che spiegano anche perché quell’unico romanzo sia stato uno dei libri più belli del mio 2016.

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    1. Ricordo che ne avevi parlato bene di quel libro, forse anche questa raccolta potrebbe coinvolgerti altrettanto. L’impressione è che Malamud sia uno di quegli scrittori (a mio parere rari) che rendono bene sia nella forma del romanzo che in quella del racconto. Mi riservo di leggere L’uomo di Kiev per averne la certezza.

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  7. Renza

    Effettivamente, il tuo bel post fa apre uno scorcio urgente. Leggere subito e di corsa Malamud, soprattutto questi racconti così efficacemente descritti. Per quei casi strani della vita, Malamud era stato richiamato, pochi giorni fa, durante una conversazione sui libri. Grazie, Alessandra, per questa suggestione.

    A latere, quanto a smog e alla tua” fortuna”, capisco molto l’ osservazione di Guido Sperandio “gli abbagli di sole mi fanno male a psiche e salute”….

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  8. Grazie per il consiglio di lettura Alessandra. I suo romanzi sono capolavori ma nei racconti penso che lo scrittore si superi ancora di più. C’è humor, bizzaria, irrealtà…Nei romanzi diventa pragmatico. Ti consiglio “Il Cappello di Rembrandt”, anche questo una raccolta.

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  9. Aggiornamento: Malamud – il titolo da te presentato – lo sto leggendo e mi piace moltissimo. Molto di più degli altri due, Saul Bellow e Philip Roth.
    Ha una scrittura creativa, non conta solo il “what” ma come – il come – lo espone. Leggerlo, anche la singola frase, ne esce un godimento.
    PS: Ti lascio alle poesie… D’altronde, si sa, è noto: nessuno è perfetto. (Sogghigno)

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    1. Guido, non immagini il piacere che provo nel pensarti immerso in questi racconti. Malamud ha una prosa che definirei perfetta nella sua semplicità, capace di comunicare “tanto” senza bisogno di eccessi. PS: non leggo solo poesia, mio caro sogghignatore… ho divorato anche un bel po’ di narrativa negli ultimi mesi. Mi sono fatta un viaggio con Rumiz sulle tracce di Annibale. Ho ascoltato gli sfoghi del clown Hans contro l’ipocrisia della società tedesca del secondo dopoguerra. Mi sono rituffata in un grande classico sulla mafia firmato da un autore altrettanto grande della nostra letteratura, qual è stato Sciascia. E adesso mi sto alternando tra Malaparte e Céline (che non sono affatto una passeggiata), di cui un giorno scriverò qualcosa se prima non impazzisco. Sì (anticipo la risposta alla domanda che immagino vorresti fare), ho terminato da poco anche la bellissima storia della caccia al marlin, attendo solo l’ispirazione per restituirla in modo degno su queste pagine.

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      1. Su Malamud siamo in perfetta sintonia, lo dici mirabilmente: “prosa… perfetta nella sua semplicità, capace di comunicare “tanto” senza bisogno di eccessi.”
        Hai detto meglio di me quello che volevo comunicare.
        Per il resto, sei ammirevole: di fronte a una simile imponenza di letture mi schiero sull’attenti.
        Mi congedo con un: abbi cura di te.
        (L’ho imparato al cinema, da piccolo, ed è allora che aspetto solo di poterlo spendere. Questo, il tuo, mi sembra il caso)

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