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Chi mi conosce sa già che in questo blog non parlo solo di libri, a dispetto del nome che gli ho dato, ma svincolo ogni tanto nel campo della musica, delle canzoni. Non perché me ne intenda, tutt’altro, ma per il semplice piacere di condividere qualcosa di bello che ho scoperto di recente o recuperato dal passato. Sono post un po’ così, scritti sull’onda emotiva del momento e che non hanno la pretesa di risultare impeccabili.
Da qualche giorno, ad esempio, sto ascoltando Fabrizio Moro, un cantautore che sembra distinguersi per la qualità dei testi e per la voce un po’ graffiante. Come al solito, vivendo in un mondo a parte, arrivo sempre tardi a questo genere di scoperte, deliziandomi per cose che magari (anzi sicuramente) sono già note ai più. Diversi anni fa, a dire il vero, avevo sentito una sua canzone che parlava di mafia (“Pensa”, del 2007, dedicata alla figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ma poi l’avevo archiviata lì, in un angolo della mente, senza procedere oltre con le indagini. Negli ultimi giorni l’ho invece ripescata dal web, andando poi alla ricerca di altri testi di questo artista, che via via apparivano sempre più interessanti. Beh, rispetto alle tante canzonette che vanno per la maggiore, di cui non cito titoli né autori perché manco le ascolto e quando capita che le ascolto me le dimentico anche in fretta, questi brani mi sembrano di un certo spessore per i temi trattati, e forse per questo risultano meno popolari rispetto a quelli di chi, giocando con frasi più scontate e banali, pensate per accontentare i gusti di tutti, si ritrova quasi sempre sulla cresta dell’onda.

Cercherò di fare una breve carrellata delle canzoni che mi hanno colpita di più, anche se la scelta è difficilissima, essendo quasi tutte intense e significative. Tra quelle legate ai fatti di cronaca, forse qualcuno di voi ricorderà “Fermi con le mani”, pubblicata nell’album Atlantico Live del 2011 e dedicata a Stefano Cucchi, morto nel carcere di Regina Coeli nel 2009 in seguito a un pestaggio violento da parte di alcuni agenti della polizia penitenziaria, anche se poi questi sono stati, processo dopo processo, vergognosamente assolti. [Nel luglio di quest’anno il gup del Tribunale di Roma ha disposto il rinvio a giudizio dei carabinieri imputati, speriamo venga fatta giustizia].


Per quanto riguarda la critica al sistema, credo sia già noto il pezzo dedicato ad Andreotti, intitolato “Io so tutto” e incluso nell’album L’inizio (2013), che ben fotografa, pur nella sintesi necessaria a una canzone, il panorama politico italiano dai giorni di Moro al botto di Ustica, e che penso non necessiti di ulteriori commenti… (considerando il vizio mai risolto, da parte di chi sta al potere, di insabbiare ogni tipo di verità scomoda):

(……)
Io so tutto perché sono vecchio
da quando ho compiuto vent’anni
e ho visto scivolarmi addosso
processi, inquisizioni e malanni.
Ho le risposte li sopra ai ripiani
sui più grandi stragisti italiani
su ogni pallottola e su ogni bomba
me le porterò con me nella tomba!
(……)

Altri brani interessanti, sempre a sfondo sociale o di critica politica, si possono trovare nell’album Ancora Barabba, del 2010, tra i quali segnalo “Un pezzettino”, “Non gradisco”, “Solo una canzone”, “Sangue nelle vene” e “Quel fischio sopra la pianura”, tutti a loro modo significativi. L’ultimo in particolare, interpretato in modo così intenso da far venire i brividi (scritto stavolta da Roberto Roversi, non da Moro), è dedicato agli operai dell’’età moderna, alla loro voglia di sentirsi rivalutati; ma in fondo è un invito per tutti a non lasciarsi affossare dal sistema. Lo propongo qui di seguito, suggerendovi di ascoltarlo ad occhi chiusi e con il volume al massimo livello:


Per chi, al pari della sottoscritta, fino ad oggi non lo conosceva, aggiungo che Fabrizio Moro è nato a Roma nel 1975 e che già da ragazzo scriveva testi sulla base di melodie pop rock, cantautorali e indie folk. Nel 2005 è riuscito a farsi notare con l’album Ognuno ha quel che si merita, in particolare con il singolo “Ci vuole un business”, utilizzato dalla Croce Rossa Italiana per le proprie campagne sociali. Poi, tra un’esperienza e l’altra, è approdato anche a Sanremo con il brano già citato all’inizio del post, scritto in ricordo delle vittime della mafia (Pensa, 2007), conquistando il primo posto nella sezioni Giovani e il Premio Della Critica. Da quel momento ha prodotto un album dietro l’altro, sempre affrontando temi sociopolitici o spaziando con le riflessioni su problemi esistenziali di vario genere.
Tra i tanti ricordo Domani (2008; che include anche i brani “Svegliati”, “Libero” e “Devi salvarti”, che sono una bomba!), Barabba (2009) e Ancora Barabba (2010), L’inizio (2013; per la canzone che dà nome all’album rimando a fine post), Via delle Girandole 10 (2015; tra i bellissimi “Il vecchio”, “Tu”, “Da una sola parte”, “Acqua”, impossibile citarli tutti) e Pace (2017), uscito proprio quest’anno e più intimistico rispetto ai precedenti lavori, dove l’autore parla a fondo delle personali paure, delle lotte e delle aspirazioni, che possono essere le sue come le nostre, visto che poi è facile identificarsi.

Nell’album Pace è stato inserito anche il singolo “Sono anni che ti aspetto”, uscito nel 2016, che parla di attesa, incertezza e ricerca di conferme, bellissimo non solo per le parole ma anche per il filmato che lo accompagna:

Le mie paure
sono carezze mancate
incertezze che tornano a un passo da me
evitando i rumori
sono mio padre e i suoi errori
un bersaglio sfiorato
le paure che sento
come distanze da un centro

sono l’amore che ho dentro
e che non so controllare
il primo giorno di scuola di un piccolo uomo
che ha vergogna a parlare
le riflessioni sospese
un mattino alle sette
le paure che sento qui dentro di me
sono parole mai dette
(……)

Un altro splendido brano, sempre incluso nello stesso album, è “Portami via”, scritto e pensato per la figlia di tre anni, che ha concorso anche al Festival di Sanremo di quest’anno (che personalmente non ho visto), senza però piazzarsi in finale. E questo la dice lunga sui gusti della massa, che evidentemente è attratta da temi più futili e orecchiabili, a discapito di quelli più poetici e profondi. Probabilmente già la conoscete, ma vale la pena ascoltarla:


Concludo con un videoclip del 2013 che mi ha colpita ed emozionata, anche se “L’inizio” (titolo della canzone) non è da circoscrivere solo alla nascita di un bambino, al germogliare della vita umana, come potrebbero far supporre le immagini che scorrono nel video, ma si può e si deve intendere in altri modi… [La voce tenorile che si sente a tre quarti della canzone è quella di Stefano Priori, mi sembra giusto evidenziarlo]:


I più romantici si staranno forse chiedendo se Fabrizio Moro abbia scritto anche delle canzoni d’amore. Sì, ce ne sono tre in particolare che a mio parere sono bellissime e che vi consiglio di andare a cercare: Eppure mi hai cambiato la vita (2008), Il senso di ogni cosa (2010), L’eternità (2013). Canzoni nient’affatto banali, da ascoltare come fossero poesia. Perché sono poesia.

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