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Antonia Pozzi non fu solo poetessa, ma anche alpinista. La montagna era per lei un’ascesa tanto reale quanto metaforica, come testimoniano le intense e vibranti liriche – a tratti quasi mistiche, senza avere l’intenzione di esserlo – dedicate alla Valsassina e alle alpi lecchesi, in particolare alla zona di Pasturo, che considerava luogo d’elezione per l’anima. Del resto in questi posti ci aveva trascorso fin dall’infanzia i periodi estivi con la famiglia, abbandonandosi a corse nei prati e perlustrazioni di sentieri che, tra boschi di aceri e abeti, la conducevano fino alle pendici della Grigna, dove si inerpicava alla scoperta di anfratti e rocce, alla ricerca di piante e fiori, di profumi e rumori (il vento, il tonfo dei sassi nei ruscelli, i versi degli animali), fino a provare uno stordimento che sfociava in puro pensiero, in libera fantasia, e che più avanti nel tempo sarebbe diventato parola interiorizzata e meditata, verso poetico.

Già a diciassette anni Antonia aveva dedicato alle vette una splendida poesia (qui la pagina dove poterla leggere), dopo una scalata sulle Dolomiti di Brenta con Oliviero Gaspari, nota guida alpina dell’epoca (si parla dell’agosto 1929). Ecco come descrive in una lettera, all’amatissima nonna “Nena” (Maria Gramignola, nipote dello scrittore Tommaso Grossi), questa sua esaltante esperienza, che verrà poi traslata nella poesia sopra linkata:

«[…] ho fatto la mia prima ascensione di roccia […] E, credi, la montagna è una palestra insuperabile per l’anima e per il corpo. Nel salire non si è che carne pieghevole e istinto felino aggrappati alla rupe pungente: a palmo a palmo, con l’arcuata tensione delle dita, con la piatta aderenza delle membra, si guadagna la roccia. E poi, in vetta, quando ti vedi intorno un anfiteatro di guglie e di ghiaccio, o, da una cengia esilissima, guardi, sotto lo strapiombo, affogata nella fluidità vertiginosa, la falda verde da cui balza il getto estatico di massi che hai conquistato, allora un’ebbrezza folle t’invade e l’adorazione selvaggia della tua fragilezza ardente che vince la materia. Eppure, là in alto, anche la materia, la colossale materia che ci attornia, non sembra inerte ed ostile, ma viva ed amica: e le guglie pallide non sembrano monti, ma anime di monti, irrigidite in volontà d’ascesa» (dal libro Ti scrivo dal mio vecchio tavolo, Lettere 1919-1938, edizioni Ancora, 2014).

In sostanza si tratta di vivere la montagna come un’avventura dello spirito, come un’elevazione di coscienza e non solo in termini di pura fisicità. Sulla scia di quell’impulso che da sempre sospinge l’uomo alle soglie di un Mistero che in realtà non può comprendere, ma che nello stesso tempo non può fare a meno di desiderare, come evidenziato nei versi finali della poesia “Prati”, risalente al dicembre 1931, in cui tutti possiamo più o meno riconoscerci:

[…]
Ma noi siamo come l’erba dei prati
che sente sopra sé passare il vento
e tutta canta nel vento
e sempre vive nel vento,
eppure non sa così crescere
da fermare quel volo supremo
né balzare su dalla terra
per annegarsi in lui.

Un approccio, quello con la natura, che trovava diverse affinità con il pensiero di Guido Rey, lo scrittore-alpinista cantore del Cervino che lei stessa aveva avuto modo di leggere più volte e di incontrare di persona nell’estate del 1934, quando ormai era vecchio ma con due occhi color pervinca ancora vividi e accesi, che «si rimane incantati a guardarli, come si guarderebbe il cielo sopra una montagna, risuscitato dopo anni di tempesta» (così lo descrive in una lettera alla madre). Guido Rey, ricordato tutt’oggi come “il poeta” dell’alpinismo italiano, aveva scritto pagine importanti dedicate al Cervino, al Monte Bianco e alle Dolomiti, dove l’esperienza della scalata veniva intesa come viaggio alla scoperta della propria interiorità, come occasione di elevazione e commozione estetica, e quindi non solo concepita in termini tecnici, differenziandosi in tal modo dal registro adottato dalla letteratura alpinistica dell’epoca (e forse da buona parte di quello attuale).

Immagine tratta dal film-documentario “Il cielo in me. Vita irrimediabile di una poetessa” (2014) di Sabrina Bonaiti e Marco Ongania. Antonia Pozzi è interpretata dall’attrice Erika Redaelli.

Doveroso aggiungere che Antonia aveva avuto l’occasione di arrampicare non solo con Oliviero Gaspari ma anche con altre famose guide degli anni ‘30, quali Joseph Pellissier ed Emilio Comici. A quest’ultimo, soprannominato L’angelo delle Dolomiti per la leggerezza acrobatica con cui si inerpicava (citato anche da Dino Buzzati nel libro I fuorilegge della montagna. Cime, uomini, imprese), la Pozzi aveva dedicato delle liriche brevi ma molto intense, come ad esempio quella che segue, intitolata “Salita” e datata gennaio 1936:

Questa tua mano sulla roccia
fiorisce:
non abbiamo paura del silenzio.

Immenso grembo
la valle spegne l’ansia
di lontane valanghe,
fumo lieve
sulle pareti nere.

Si accendon le tue dita sulla pietra
alte afferrando
orli di cielo bianco:
non abbiamo paura del deserto.

Andiamo verso il Sorapis:
così soli
verso l’aperto
altare di cristallo.

(Misurina, 11 gennaio 1936)

Ed ecco cosa scrive all’amico-poeta trentino Tullio Gadenz, nell’estate 1938, sempre a proposito di Emilio Comici, dopo aver assistito a una sua scalata su una delle pareti delle Tre Cime di Lavaredo, nella spettacolare zona delle Dolomiti di Sesto:

[…] Comici arrampicava solo su per la Nord della Piccola, un’ascensione estremamente difficile. Noi sotto, sul ghiaione, nell’ombra fredda, a seguire spasmodicamente con gli occhi quel punto minuscolo crocefisso al lastrone nero. Poi, quando lui fu in cima, noi giù a salti per uscire dall’ombra e là, per terra, al sole, a 2500 metri, fino al tramonto. C’era un silenzio infinito e pur denso di suoni. Dalla valle profonda di Sesto, salivano rotti palpiti di campani, giù dalle gole, dai camini, rispondevano rarissime pietruzze rimbalzanti sul ghiaione. E a me, così supina, pareva che l’enorme conca deserta fosse pur piena di un’altra musica, una specie di ronzio gonfio e continuo, che sembrava partire da un gigantesco organo sospeso fra cielo e terra. Ed ecco: guardando in alto, pensai che avverrebbe delle nostre anime se quelle nuvole bianche che passano incessantemente lassù avessero ciascuna un suono, una nota, un canto; più in basso le nuvole lente e scure, chiaro argentino le nuvole candide. Forse in quell’ora era il passo delle nuvole, era la voce delle nuvole che mi sonava dentro come una sinfonia orchestrale. O forse erano le Tre Cime, là erette come una cattedrale gotica, sventrata dal fulmine e spalancata a Dio, che lasciavano prorompere l’urlo delle loro preghiere di pietra. E forse in tutto quel canto la nota più alta era tenuta dall’anima dell’uomo solo lassù, con la sua vittoria e il suo sonno sotto il sole […]. Forse anche erano i morti, di cui sotto le Cime e la Forcella di Lavaredo si trovano le ossa bianche sparse, benedette e purificate dalla neve e dal sole; i morti della nostra guerra, forse, che cantavano nel sole di mezzogiorno, per la mia stanchezza ebbra, per il mio corpo di ragazza sull’erba breve e puntuta, per il mio cuore stretto contro un masso di granito bianco e le mie mani posate amorosamente sull’appiglio […] Se potessi sempre ricordarmi di quell’ora, la vita sarebbe una vittoria continua […] (dall’Archivio Pozzi, vedi link a fondo pagina)

In questi posti ci sono stata più volte da ragazzina, al seguito di genitori appassionati di montagna, e devo ammettere che l’immagine della cattedrale gotica, paragonata a quella delle tre imponenti cime, è più che mai calzante. Impossibile non sostare stupefatti di fronte a uno spettacolo simile (Qui una foto suggestiva del contesto, in omaggio a un’altra splendida lirica), e non poteva la Pozzi trovare parole più adatte per descriverlo: confesso di aver letto e riletto questo resoconto, emozionandomi ogni volta come fosse la prima. Le sue lettere sono pezzi di prosa che si rivelano a loro volta poesia.
Ma tornando indietro di qualche anno e dalle parti di Pasturo, ogni contatto con l’habitat era per Antonia fonte di ispirazione, come si può appurare dalle liriche che seguono, che parlano non solo di montagne (spesso umanizzate, raffigurate come madri protettive) ma anche di fiori, animali, cieli stellati, albe e tramonti. Una natura percepita in modo sacrale, ma nello stesso tempo vivida, corporea, a tratti quasi erotizzante, vissuta anche in termini di evasione necessaria (seppure provvisoria) da una vita cittadina borghese e conformista. Tali immersioni le consentivano infatti di entrare in profonda sintonia con le cose e con se stessa, le davano modo di osservare e ascoltare e meditare nel silenzio, di misurare le proprie resistenze fisiche e le aspettative desideranti. Le offrivano l’occasione di rigenerarsi, di assimilare e smaltire i dispiaceri della vita. Tentativi che purtroppo non sempre andavano a segno.
Di ciò che però l’angustiava dentro, delle esperienze sentimentali sofferte, parlerò in un prossimo articolo; ora voglio dare voce e spazio alla sua vena più calma e limpida, quella che rispecchiava i momenti, seppure sporadici, di serenità. Ho quindi cercato di scegliere, tra le tante poesie pasturesi, quelle che potevano esprimere al meglio un rapporto rinfrancante con la montagna, che fosse libero da emozioni troppo sofferte. Se le prime due appaiono intensamente vissute e ricche di accenti sensoriali, nonché protese a un assorbimento/annullamento nella natura che ha qualcosa di liberatorio (nonostante la violenza di certe immagini), le altre spalancano degli scenari più placidi e di ampio respiro, rivolti a una comunanza con un Tutto che è fonte di piacere estatico, oltre che di profonda (e auspicata) armonia interiore.

Le bellissime foto che ci accompagnano da una poesia all’altra sono di Daniele Del Moro, raffinato e sensibilissimo poeta, scrittore e giornalista, autore del blog Scrittore in viaggio, che ringrazio di cuore per il gentile contributo.

Canto selvaggio

Ho gridato di gioia, nel tramonto.
Cercavo i ciclamini fra i rovai:
ero salita ai piedi di una roccia
gonfia e rugosa, rotta di cespugli.
Sul prato crivellato di macigni,
sul capo biondo delle margherite,
sui miei capelli, sul mio collo nudo,
dal cielo alto si sfaldava il vento.
Ho gridato di gioia, nel discendere.
Ho adorato la forza irta e selvaggia
che fa le mie ginocchia avide al balzo;
la forza ignota e vergine, che tende
me come un arco nella corsa certa.
Tutta la via sapeva di ciclami;
i prati illanguidivano nell’ombra,
frementi ancora di carezze d’oro.
Lontano, in un triangolo di verde,
il sole s’attardava. Avrei voluto
scattare, in uno slancio, a quella luce;
e sdraiarmi nel sole, e denudarmi,
perché il morente dio s’abbeverasse
del mio sangue. Poi restare, a notte,
stesa nel prato, con le vene vuote:
le stelle – a lapidare imbestialite
la mia carne disseccata, morta.

(Pasturo, 17 luglio 1929)

Alpe

Sulla parete strapiombante, ho scorto
una chiazza rossastra ed ho creduto
che fosse sangue: erano licheni
piatti ed innocenti. Ma io ho tremato.
Eppure, folle lampo di tripudio
e saettante verità sarebbero
un volo e un urto ed un vermiglio spruzzo
di vero sangue. Sì, bello morire,
quando la nostra giovinezza arranca
su per la roccia, a conquistare l’alto.
Bello cadere, quando nervi e carne,
pazzi di forza, voglion farsi anima;
quando, dal fondo d’una fenditura,
il cielo terso pare un’imparziale
mano che benedica e i picchi, intorno,
quasi obbedienti a una consegna arcana,
vegliano irrigiditi. Sulle vette,
quando la brezza che ci sfiora è l’alito
di vite arcane riarse di purezza
ed il sole è un amore che consuma
e, a mezza rupe, migrando le nubi
sopra le valli, rivelando a squarci,
con riflessi di sogno, la pensosa
nudità della terra, allora bello
sopra un masso schiantarsi e luminosa,
certa vita la morte, se non mente
chi dice che qui Dio non è lontano.

(Pasturo, 28 agosto 1929)

Attendamento

Stanotte calerà il vento
immenso falco
sulla nostra tenda;
rapirà le nuvole
lacerate.
Sul nostro sonno
le stelle
sciolte dai veli
intrecceranno ghirlande
di fiamma e lentissime danze.
All’alba
sarà tepido il risveglio,
dolce come l’accendersi
di una lampada fioca:
il canto del torrente
sosterrà
fedele
sopra il suo grembo
il silenzio fanciullo.
Per noi, portati
dagli artigli notturni
del vento,
giaceranno i messaggi delle vette
alla soglia:
leggerli sarà lavare
nel puro azzurro
gli occhi le mani
il cuore –

[Pasturo, 21 agosto 1933; scritta alcuni giorni prima, durante l’attendamento del Cai Milano al Breil, sotto il Cervino, perfezionata a Pasturo]

Bontà inesausta

Chi ti dice
bontà
della mia montagna? –
così bianca
sui boschi già biondi
d’autunno –

e qui nebbie leggere alitano
in cui sospesa
è la luce dei ragnateli –
della rugiada
sulle foglie morte –

mentre il terriccio accoglie
petali stanchi di ciclamini
e crochi, velati
di uno stesso pallore
roseo –

tu sana, venata di sole,
porti sul grembo
il cielo tutto azzurro –
chiami voli d’uccelli
alle tue mani
colme di vento –

Bontà
a cui beve il suo canto
il cuore
e di cantare non può più finire –
perché sei la sorgente che rifà
il sorso bevuto
ed il suo fondo
non si tocca mai.

(Pasturo, 1 ottobre 1933)


Le poesie sono tratte dal volume “Parole – Tutte le poesie”, edizioni Ancora, 2005 (a cura di Graziella Bernabò e Onorina Dino).

Qui il sito ufficiale dedicato alla poetessa, curato da Graziella Bernabò (saggista e biografa di Antonia Pozzi) e Onorina Dino (curatrice delle opere e depositaria dell’Archivio Pozzi), dove si possono trovare documenti, articoli e altre poesie.

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