Questi sono i nomi

Questi sono i nomi, Tommy Wieringa, Iperborea, 320 p

Il romanzo si alterna su due piani paralleli che alla fine convergono. Da una parte assistiamo all’odissea di un gruppo di profughi che si trascinano nelle lande desertiche della steppa, vittime di trafficanti che li hanno scaricati da un camion e abbandonati con l’inganno nella desolazione più totale. Il loro obiettivo era quello di oltrepassare la frontiera per dirigersi verso ovest, in modo da lasciarsi alle spalle le brutture di un passato degradante. In realtà si trovano a vagare in un punto non ben definito del territorio asiatico, alle prese con il vento, la sabbia, il freddo, e ben presto con la fame, la sete, la paura. Nessuna città a cui approdare, nessun segno di vita umana oltre la loro. Se di vita si può ancora parlare, in questo caso, dal momento che hanno corpi così smunti che è difficile immaginare che aspetto avrebbero con un po’ di carne intorno alle ossa. Con le scarpe a pezzi e gli abiti laceri, questi uomini-fantasma vanno incontro all’ignoto con uno sguardo già perso nel nulla, un nulla che si riconferma ad ogni passo che fanno.

Non sapevano più esattamente perché ogni mattina ricominciassero a muoversi; seguivano il sole in modo meccanico, come i girasoli. Come respiravano, così camminavano.
Bastava proseguire verso ovest, aveva detto l’uomo.
Ma era stato molto tempo prima.
(……)
I piedi si trascinavano nella sabbia, attraverso uno spazio sconfinato. Il paesaggio davanti a loro era identico a quello che si lasciavano alle spalle, quello di destra non differiva in niente da quello di sinistra. Gli unici punti di riferimento nella steppa erano il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi. Le impronte si cancellavano in fretta. Erano passanti, non lasciavano tracce né ricordi.

Dall’altra seguiamo invece la vicenda del commissario Pontus Beg, che vive e opera in una cittadina di frontiera, ai confini della steppa post sovietica. Un uomo chiuso in se stesso e ormai avanti negli anni, assuefatto dalla corruzione che dilaga ovunque e immerso in abitudini che gli offrono l’illusione di una falsa sicurezza. Intento a mantenere un minimo di ordine nel regime domestico, nel tentativo di arginare il caos che preme dall’esterno. Un po’ di conforto gli giunge dalla lettura delle massime confuciane e dai rapporti sporadici di sesso con una domestica, finché la scoperta delle proprie vere radici e i ripetuti incontri con un rabbino lo indurranno a fare i conti con nuove e impellenti necessità. Anche lui si trova quindi in viaggio come i profughi, sebbene in modalità interiore e non fisica. Alla ricerca di un ideale, di un credo, di un qualcosa che lo aiuti a scrollarsi di dosso la sporcizia accumulata in tanti anni di lavoro. Non a caso, nel corso del romanzo, lo scopriamo più volte a grattare via con l’unghia la sporcizia dal tavolo: un gesto istintivo e fugace, ma anche rivelatorio. Sarà poi la scoperta identitaria che gli darà l’occasione di rimuovere del tutto il sudiciume, non più dal tavolo ma dalla coscienza, fino al punto di fargli recuperare una perduta umanità, fino al punto di liberarlo da quell’eccesso di cinismo che gli precludeva una visione più approfondita delle cose.

Ma è nel momento in cui le due trame si saldano che si rivela il motivo di fondo del romanzo, attraverso altri fatti e particolari che non starò a rivelare. In un certo senso sono entrambi dei percorsi (quello dei profughi e quello di Pontus Beg) che ruotano attorno al bisogno di appartenenza, alla ricerca di un’identità. Il viaggio fa da leitmotiv all’intero romanzo, sia in senso reale che metaforico. Ѐ un moto fisico da un luogo a un altro ma è anche un moto interiore da una consapevolezza all’altra, con tutto il carico di tormento che ogni forte cambiamento reca con sé. Ѐ la fuga dal proprio paese e dalla tragedie personali verso un confine altro, alla ricerca di un luogo più vivibile e accogliente. Ed è anche, nello stesso tempo, la fuga da un modus vivendi che si percepisce spento, inaridito, senza più valori, per approdare a una ricerca spirituale che aiuti a riconnettersi con gli aspetti più nobili del mondo.

Forse potrebbe apparire azzardato, benché suggestivo, il paragone sottointeso tra il peregrinare di questo sparuto gruppo e il famoso esodo biblico, che vide Mosè alla guida del popolo ebraico nella ricerca della terra promessa dopo la liberazione dalla schiavitù egizia. Un’analogia che si coglie da vari riferimenti sparsi qua e là nel romanzo (a partire dal titolo, che è proprio l’incipit del libro dell’Esodo), ma che certamente fa parte di un disegno più ampio voluto dall’autore, destinato poi a confluire nella conversione ebraica di uno dei protagonisti. Quindi è un paragone non privo di una sua logica, ma anzi frutto di un progetto narrativo che ha saputo tessere dei fili più o meno visibili (ma sempre determinanti) tra una vicenda e l’altra.

Nel romanzo si concretizza anche la metafora del capro espiatorio, che rimanda di nuovo agli antichi riti ebraici. Ѐ ben nota, oltre che tremenda, la realtà di come l’uomo in disperate condizioni di sopravvivenza diventi facilmente vittima o carnefice di altri suoi pari, lasciando spazio agli istinti più egoistici e violenti. La steppa arida e sconfinata si rivela una sorta di non luogo, un passaggio immaginario da Est a Ovest senza una meta sicura. Un posto in cui è facile perdere la solidarietà e la dignità umana, infine anche la speranza e la vita. No, in realtà la speranza no, quella è sempre l’ultima a morire anche nella condizioni di vita più estreme. Al punto che i profughi scelgono perfino di venerare un feticcio macabro al posto del dio che li ha abbandonanti, nell’intento di mantenere acceso il pensiero (seppure debole) di una possibile salvezza. Queste sono pagine abbastanza dure da digerire, che vedono da parte del gruppo la necessità di individuare qualcuno (l’anomalo, il diverso, come quasi sempre accade) su cui far ricadere tutte le colpe, nell’insano tentativo di placare la furia degli dei o di un destino avverso. Insomma, è la logica del capro espiatorio per esorcizzare il male e propiziarsi la fortuna, ma anche per soddisfare le frustrazioni e gli istinti più aggressivi del gruppo, che come sempre nelle situazioni al limite lievitano a dismisura.

Non meno importante, ovviamente, la tematica dell’emigrazione, che solleva riflessioni su un problema che è in costante crescita e che vede ormai migliaia di persone affrontare viaggi lunghi e difficilissimi nel tentativo di trovare un posto in cui vivere decentemente. Nel romanzo non viene specificato né il luogo né il tempo degli accadimenti, anche se è probabile che il gruppo provenga da qualche paese dell’ex blocco sovietico. Comunque, proprio per il fatto di non avere un’identità ben definita, i migranti di Wieringa si rivestono di un significato più esteso e simbolico, diventando rappresentativi di un fenomeno che travalica le diverse epoche. Leggendo questa storia non si può evitare di pensare a chi attraversa il mediterraneo a bordo di un barcone, con il pericolo di affondare in un mare che è già diventato da anni una grande fossa comune, o a chi percorre la rotta balcanica ammassato dentro un camion, quasi senza aria né acqua per giorni, con la speranza di trovare nel vecchio continente la panacea di tutti i mali. Quando invece questi disperati finiscono quasi sempre nelle mani dei trafficanti, che oltre a prosciugarli di ogni risparmio li espongono a sofferenze di ogni genere. Mercanti di uomini che ingrassano sulle disgrazie altrui, come è sempre stato nel corso della storia e come sempre sarà, anche se con modi e mezzi diversi a seconda dei tempi. Lo stesso Wieringa sembra aver tratto ispirazione per il suo romanzo dalla lettura di un articolo, dove appunto si parlava delle vicende di un gruppo di rifugiati dell’est Europa ingannati dai faccendieri, così come dichiarato in questa intervista.

Nel complesso è una buona storia, anche se penso che l’avrei apprezzata di più in un altro momento. Sarà che l’ho letta in una settimana bollente di luglio, quando anche alle latitudini nordiche si boccheggiava come pesci fuor d’acqua. Sarà che in quei giorni ero implicata in uno scambio privato altrettanto bollente con una persona dal carattere pessimo, guarda caso la stessa che mi aveva invogliata a leggere il libro. Ecco, che sia stata colpa dell’indolenza inflitta dalla canicola o del nervosismo indotto da mister X o di ambedue le cose messe insieme, devo ammettere che ho fatto fatica a farmi coinvolgere in modo costante dal flusso narrativo. Però il mio consiglio è di non trascurarlo questo romanzo: merita una lettura. Anche per il fatto che è scorrevole e nello stesso tempo incisivo, valorizzato da alcune immagini di forte impatto che fanno riflettere, che si imprimono nella coscienza. Pertanto leggetelo, possibilmente in un periodo in cui non state ansimando per il caldo o discutendo di brutto con qualcuno.

Prima di leggere un altro estratto, vi consiglio di ascoltare questa splendida ballata dei Van Der Graaf Generator (intitolata “Refugees”, tratta dall’album The Least We Can Do is Wave to Each Other), che non a caso parla dell’Ovest come miraggio di una vita migliore (luogo di auspicata libertà, “where the colours turn from grey to gold”), anche se poi la realtà si rivela spesso diversa e rischia di condurre dal nulla al niente, sulla strada di un futuro ancora incerto. La voce è quella di Peter Hammill, che negli anni ’70 fu il leader indiscusso dei VDGG, prima di sfornare una sfilza di album come solista. Ringrazio Mauro de Candia per avermi fatto conoscere questo colto ed eclettico musicista inglese, autore di testi che esplorano gli aspetti più oscuri e fragili della condizione umana.

We’re refugees, walking away from the life
That we’ve known and loved
Nothing to do or say, nowhere to stay
Now we are alone.
We’re refugees, carrying all we own
In brown bags, tied up with string


Il ragazzo sbucò fuori dal telo. Guardò la giornata di bruma e acqua, nient’altro che raffiche di pioggia e cortei di nuvole a perdita d’occhio. I compagni di viaggio erano stesi intorno a lui, cumuli scuri, irriconoscibili nel loro abbigliamento da notte di teli di plastica nera e vecchi cappotti. L’uomo di Asgabat e la donna erano i più lontani. Il ragazzo guardò nella direzione che stavano seguendo, la piatta striscia di terra, il paesaggio monotono, come se ogni mattino ricominciasse lo stesso viaggio, l’eterno ritorno dell’uguale. La steppa era una reiterazione, una melodia che si ripeteva ottusamente: li spossava e li stremava, si prendeva ogni giorno un altro pezzetto di loro, fino a sbriciolarli del tutto. A volte immaginava di continuare per conto suo, di tentare la fortuna senza gli altri: quante probabilità avrebbe avuto di essere l’unico ad arrivare? E quante ne avrebbero avute loro di farcela senza di lui?
Aveva imparato abbastanza da poter scegliere la propria direzione? Era capace di imitare le tecniche del bracconiere? Sapeva dove scavare per trovare tuberi commestibili? Doveva prestare ancora più attenzione, per poter un giorno sopravvivere anche da solo.
All’inizio erano già in piedi prima dell’alba, allora erano dei conquistatori; adesso al mattino non c’era modo di farli mettere in marcia. Lasciavano i sogni bestemmiando. Si grattavano i morsi delle pulci e si strofinavano gli occhi. Mai apparivano più persi di quando si alzavano e la landa desolante si dispiegava davanti a loro.
Arrotolavano l’equipaggiamento per la notte, si caricavano il fagotto sulle spalle e si inoltravano nel nuovo giorno. L’erba bagnata della steppa inzuppava i pantaloni. Nessuno diceva una parola. Il ragazzo imbarcava sabbia dalla scarpa destra sventrata. Sparpagliati procedevano nell’alta erba morta.
Il ragazzo si guardò alle spalle. Mancavano Africa e il lungo. “Ehi!” gridò agli altri, e tornò di corsa all’accampamento. La scarpa si apriva a ogni passo. Gli girava la testa ma continuò a correre.
Un presentimento.
Il nero era inginocchiato accanto al giaciglio del lungo – il telo di plastica tirato indietro. Il lungo aveva la bocca spalancata, come soffocato da una parola che non avrebbe mai pronunciato. Gli occhi giallo birra erano fissi al cielo sopra di lui, gocce di pioggia scivolavano sulla barba grigia.
Il nero biascicava una preghiera a occhi chiusi. Fra le mani teneva la croce che portava appesa al collo con una cordicella. Il ragazzo cominciò a sollevare il telo dal lato dei piedi, con circospezione, pronto a schizzare via. Le gambe dei pantaloni erano un po’ tirate su, vide gli ossuti stinchi bluastri, massacrati dalle pulci. Gli altri stavano per arrivare, doveva fare in fretta. Erano vecchie e luride scarpe da ginnastica e puzzavano da morire, però erano intere. Aveva tolto la sinistra, ma era la destra che gli serviva con urgenza e quella non si sfilava, era allacciata stretta. Non c’era tempo per slacciarla, la tirò forte dal tallone. Il corpo del lungo sussultò per lo strattone.
Almaty, oh Almaty! Così si è ridotto il mondo! Misero me! Misero me!
Quando la scarpa venne via il ragazzo cadde all’indietro. Gli altri erano quasi arrivati, agguantò rapido anche la sinistra e scappò. Non era forte ma correva più veloce di tutti. A distanza di sicurezza si voltò. Erano intorno al cadavere. Il nero li guardava, ancora inginocchiato. Il ragazzo si tolse le scarpe e indossò quelle del lungo; erano decisamente troppo grandi per lui ma stringendo i lacci potevano andare.
Le scarpe erano vitali, se non le avevi eri perduto. Nella loro piccola economia le scarpe rappresentavano un’enorme ricchezza, avevano più valore di un paio di pantaloni o di una giacca. L’acqua veniva al primo posto, poi le scarpe. Era orgoglioso della sua conquista, era stato più furbo degli altri, più veloce. Era soprattutto una vittoria su Vitaly, il più astuto di tutti. Gliel’aveva fatta sotto il naso. (pp. 119-121)


Nota aggiuntiva: l’episodio appena riportato ricorda, per alcuni aspetti, la marcia degli ebrei dopo la liberazione dai lager descritta da Primo Levi ne La tregua, durante la quale qualsiasi cosa, anche e soprattutto un paio di scarpe intatte, diventava di vitale importanza per la sopravvivenza. Waringa stesso ha spiegato in un’intervista di aver tratto ispirazione dal terzo capitolo del libro, dove in effetti Levi si lamenta più volte, con un compagno di viaggio, del suo problema con le scarpe: «Mi spiegò che essere senza scarpe è una colpa molto grave. Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo alla roba da mangiare; e non viceversa, come ritiene il volgo: perché chi ha le scarpe può andare in giro a trovar da mangiare, mentre non vale l’inverso. – Ma la guerra è finita, – obiettai: e la pensavo finita, come molti in quei mesi di tregua, in un senso molto più universale di quanto si osi pensare oggi. – Guerra è sempre, – rispose memorabilmente Mordo Nahum» (p.188-189, Se questo è un uomo/La tregua, Einaudi Tascabili, 1989).

Note biografiche sull’autore (tratte dall’ebook): Tommy Wieringa (1967), scrittore e giornalista, è una delle voci più intense e originali della letteratura olandese contemporanea, tradotto in più di venti lingue. Dopo Le avventure di Joe Speedboat (2009), con il quale ha ottenuto il Premio Bordewijk e si è rivelato al pubblico internazionale, Iperborea ha pubblicato Questi sono i nomi (2014), finalista al Premio Strega Europeo e al Premio Von Rezzori, vincitore del Libris, il più alto riconoscimento letterario olandese.

Pubblicità

16 pensieri su “Questi sono i nomi

  1. Urca! Quanto hai lavorato! Hai fatto non un post, ma una tesina.
    Il risultato c’è in ogni caso, hai rotto il guscio e cadi meravigliosamente in piedi. Mi stavo appunto domandando dov’eri finita.
    Hai spiegato come meglio non si può, con la bravura di riuscirti a farti leggere nonostante la lunghezza, il che mica è poco.

    Piace a 1 persona

  2. Bella recensione, e il tema per certi versi mi affascina (sarà che la storia è un po’ il simbolo di alcune recenti vicende personali). Sempre bello per me vedere citato Hammill in un post, ho qualcosa che lo riguarda che è introvabile in versione digitale (ed esaurito nell’unica stampa di qualche anno fa) e che ti passerò a breve.

    Piace a 1 persona

  3. Tema attuale (che poi, chiamarlo tema è riduttivo visto che è questione di vita e di morte) quello del libro. Il punto di vista di chi rischia un viaggio per la vita. Non conosco l’autore e se trovo lo spirito giusto lo leggerò. Ciao Alessandra, bello rileggerti

    Piace a 2 people

  4. Mi associo, tardiva (ho letto la notifica del tuo articolo solo oggi) ma non meno entusiasta al coro dei “bentornata” 🙂
    E tornata in splendida forma, devo dire, con questo tuo post che illumina un romanzo contemporaneo, attualissimo per i temi affrontati- che sono poi il grande tema dei nostri tempi, con il quale tutti, nel nostro quotidiano, siamo continuamente chiamati a confrontarci. Bellissimi i paralleli con l’ Esodo – che ci sta tutto, visto che il titolo del romanzo ne è appunto una citazione- e con La tregua ; e meravigliosa, sempre,resta la tua scrittura.

    Piace a 1 persona

    1. Grazie Mauro, una segnalazione graditissima. Peter Hammill avrà ormai 70 anni, se non sbaglio, ma la sua voce è sempre molto intensa, espressiva, capace di comunicare delle forti emozioni. Sono andata a leggere la storia di questa coppia di alpinisti, lui russo e lei americana, innamorati non solo della montagna ma anche l’uno dell’altra. Nel ’98 tentarono di salire l’Everest senza ossigeno, ma l’impresa finì in modo tragico… Coronarono sì il sogno di raggiungere la cima, ma poi durante la discesa iniziò il delirio, la confusione mentale. Lui perse di vista la compagna senza accorgersene, poi tornò indietro nel tentativo disperato di ritrovarla, di salvarla… Una fine tremenda. E il brano di Hammill, traendo ispirazione da questa vicenda, pare voler riprodurre quel senso di smarrimento con il quale ognuno di noi è costretto, prima o poi, a fare i conti nella vita. Adesso mi ascolto con calma gli altri brani di quest’ultimo suo lavoro, ma già immagino che ruotino tutti attorno al tema della fragilità, della vulnerabilità dell’esistenza umana…

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...