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cechov copertina

Čechov è un maestro nell’arte del racconto breve, non mi stancherò mai di leggerlo. Ogni tanto apro a caso i volumi della sua raccolta e leggo (o rileggo) una storia trovandoci dentro qualcosa di sempre nuovo, di sempre vivo, che ogni volta mi spinge a riflettere non senza il piacere di avvertire anche un sorriso che sale alle labbra. Non ho ancora letto tutte le sue storie, ma conto sul fatto di vivere abbastanza per farlo. Perciò procedo con calma, prendendomi delle lunghe pause.

Come molti di voi sapranno, lo scrittore russo amava ritrarre difetti e virtù della medio borghesia di fine Ottocento. Acuto osservatore della realtà che aveva attorno, sapeva cogliere quelle sfumature e contraddizioni dell’animo umano che ancora oggi ci riguardano un po’ tutti. Svolgeva la professione medica, e questo gli dava la possibilità di fissare nella mente espressioni, gesti e attitudini della gente che incontrava ogni giorno, che poi rimodellava nei suoi racconti e nei lavori teatrali. I quali sono a volte dei ritratti comici, burleschi, caricaturali, che però non si limitano a un umorismo di tipo esteriore e pittoresco ma mettono anche in risalto (in modo forse più evidente nella produzione matura) un’intimità psicologica sottile, sfumata e per molti versi moderna, nella quale è possibile ancora oggi rispecchiarsi.

Un’altra caratteristica cechoviana è il radicale pessimismo che a volte affiora qua e là tra le pieghe comiche dei racconti, alimentato dalla percezione della limitatezza e della fragilità umana, dalla consapevolezza del malinteso che spesso si crea nei rapporti tra le persone. Lo sguardo di Čechov è però sì tragicomico, sì pessimista, ma nello stesso tempo anche intriso di umana comprensione, di una sensibilità indulgente e bonaria nei confronti dei personaggi. I quali sono spesso alle prese con piccoli drammi di natura intimistica, impalpabile, vissuti in un modo che stenta a venire alla luce e che a volte rimane addirittura inespresso, come ad esempio nel bellissimo racconto Uno scherzetto, che vi avevo proposto qualche mese fa.

Nel racconto che vi presento oggi, scritto nel 1884, si avverte invece ancora forte l’influsso di Gogol’, anche se però si fa già strada quell’arte tipica cechoviana di cogliere le minime incrinature dell’anima, seppure in parte mascherate dalla fantasiosa platealità del quadro comico esposto.
Il protagonista è un vecchio segretario, tale Perekladin, che nello svolgere il suo lavoro ha sempre fatto uso di una punteggiatura limitata alle sole virgole, ai punti o ai due punti, escludendo del tutto il punto esclamativo. Finché un giorno, prendendo coscienza di questo fatto, accade finalmente qualcosa che gli rivoluziona la vita…
Ѐ una novella davvero gustosa, deliziosissima. E anche molto significativa!!!!!! (notate, prego, l’omaggio gioioso ed esaltante al bistrattato segno d’interpunzione!). Insomma, spero vi divertirete… almeno quanto mi sono divertita io a rileggerla, se non di più.


IL PUNTO ESCLAMATIVO
(RACCONTO DI NATALE)

La notte prima di Natale Jefim Fomic Parekladin, segretario di collegio, si coricò impermalito e persino offeso.
– Spicciati demonio! – ruggì con ira contro la moglie allorché questa domandò perché fosse così accigliato.
Il fatto è che egli era appena tornato da una serata dov’erano state dette molte cose sgradevoli ed offensive per lui. Dapprima s’eran messi a parlare dei vantaggi dell’istruzione in genere, poi inavvertitamente eran passati al grado culturale dei signori impiegati, al qual proposito erano state formulate molte lamentele, rimproveri e perfin derisioni circa il suo basso livello. E qui come usa in tutte le brigate russe, dagli argomenti generali eran passati ai casi personali.
– Prendiamo per esempio, non fosse che voi, Jefìm Fomìc’, – si era rivolto a Perekladin un giovinetto.-Voi occupate un posto decoroso,… ma che istruzione avete ricevuto?
– Nessuna. Né da noi si esige istruzione, -aveva risposto con dolcezza Perekladin. – Scrivi correttamente, ed ecco tutto.
– Ma dove mai imparaste a scrivere correttamente?
– Mi ci abituai… In quarant’anni di servizio ci si può far la mano… Certo sul principio era difficile, facevo degli sbagli, ma poi mi abituai… e non c’è male…
– E i segni d’interpunzione?
– Anche per i segni d’interpunzione non c’è male… Li colloco correttemente.
– Uhm… – si confuse il giovinetto. – Ma l’abitudine è tutt’altra cosa dall’istruzione. Non basta che i segni d’interpunzione li poniate correttamente… non basta! Bisogna porli consapevolmente! Voi mettete una virgola e dovete aver coscienza del perché la mettete… sissignore! E questa vostra ortografia incosciente… di carattere riflesso non val nemmeno un centesimo. Ѐ produzione meccanica e nulla più.
Perekladin aveva taciuto e perfin sorriso mansuetamente (il giovinetto era figlio d’un consigliere di Stato e aveva diritto lui stesso al grado della decima classe) (1), ma adesso, coricandosi, egli s’era fatto tutto sdegno e rabbia.
«Ho servito per quarant’anni», pensava, «e nessuno mai mi ha dato dell’imbecille, e lì guarda un po’ che critici si son trovati! Incoscientemente!… In modo riflesso! Produzione meccanica… Ah, che il diavolo ti porti! Ma io forse ci capisco anche più di te, per quanto non sia stato nelle tue università!».
Dopo avere mentalmente riversato sul critico tutte le contumelie a lui note ed essersi scaldato sotto la coperta, Perekladin cominciò a calmarsi.
«Io so… capisco… », pensava, addormentandosi. «Non metterò i due punti là dove ci vuole la virgola, dunque son consapevole, capisco. Sì… Proprio così, giovanotto… Prima bisogna vivere un poco, far servizio un poco, e solo poi giudicare i vecchi… ». Negli occhi chiusi di Perekladin che si stava addormentando, attraverso una massa di scure nuvole sorridenti, passò a volo come una meteora una virgola infocata. Dopo di essa un’altra, una terza, e ben presto tutto lo sfondo buio, illimitato, che si stendeva davanti alla sua immaginazione si coprì di fitte schiere di virgole volanti…
«Prendiamo magari queste virgole… », pensava Perekladin, sentendo le sue membra dolcemente intorpidirsi a causa del sonno sopravveniente. «Io le capisco benissimo… Per ciascuna posso trovare il posto, se vuoi… e… e consapevolmente, e non a casaccio… Esaminami, e vedrai… Le virgole si mettono in vari posti, dove occorre, e anche dove non occorre. Quanto più imbrogliata riesce la carta, tante più virgole ci vogliono. Si mettono davanti a “il quale” e davanti al “che”. Se nella carta si devono enumerare degli impiegati, ciascuno di essi va separato con virgola… Lo so!».
Le virgole dorate presero a girare e fuggirono in disparte. Al posto loro giunsero a volo dei punti infocati…
«E il punto si colloca alla fine della carta… Dove è necessario fare una grande pausa e gettare un’occhiata all’ascoltatore, là pure ci vuole il punto, affinché il segretario, quando leggerà, non resti senza saliva. In nessun altro posto si mette il punto… ».
Tornano a piombar le virgole… Si mescolano coi punti, turbinano, e Perekladin vede tutta una schiera di punti e virgole e di due punti…
«Conosco anche questi… », egli pensa. «Dove la virgola non basta e il punto è troppo, là ci vuole il punto e virgola. Davanti al “ma” e al “conseguentemente” metto sempre il punto e virgola… Ebbene, e i due punti? I due punti si mettono dopo le parole: “abbiamo stabilito”, “abbiamo deciso”… ».
I punti e virgola e i due punti si spensero. Venne la volta dei punti interrogativi. Questi balzarono fuori dalle nuvole e si misero a ballare il cancan…
«Che rarità: il punto interrogativo! Ma fossero anche mille, per tutti troverei il posto. Si collocan sempre quando c’è da fare una richiesta o, poniamo, informarsi di un documento… “Dove è stato riportato il residuo delle somme per il tale anno?”, oppure: “Non riterrebbe possibile la direzione di polizia che la detta Ivànova eccetera?…».
I punti interrogativi presero ad accennare in segno di approvazione coi loro uncini e istantaneamente, come a un comando, si allungarono in punti esclamativi…
«Uhm!… Questo segno d’interpunzione nelle lettere si colloca spesso. “Mio egregio signore!”, oppure: “Eccellenza, padre e benefattore!”… Ma nelle carte, quando?».
I punti interrogativi si allungarono anche più e si fermarono in attesa…
«Nelle carte si mettono, quando… cioè… questo… come sarebbe? Uhm!… In realtà, quando mai si mettono nelle carte? Un momento… Dio, fammi ricordare. Uhm!».
Perekladin aprì gli occhi e si girò sull’altro fianco. Ma non fece in tempo a richiuder gli occhi, che sul fondo scuro comparvero nuovamente i punti esclamativi.
«Il diavolo li porti… Quando mai bisogna metterli?», pensò, cercando di scacciare dalla sua immaginazione i non richiesti ospiti. «Possibile che l’abbia dimenticato? O l’ho dimenticato, oppure… non ne ho mai messi… ».
Perekladin prese a rammentarsi il contenuto di tutte le carte ch’egli aveva scritto durante i quarant’anni del suo servizio; ma per quanto pensasse, per quanto corrugasse la fronte, non trovò nel suo passato nemmeno un punto esclamativo.
«Che disdetta! Ho scritto per quarant’anni e neppure una volta ho collocato un punto esclamativo… Uhm! Ma quando dunque si colloca, quel diavolo lungo? ».
Di dietro la fila degl’infocati punti esclamativi si mostrò il grugno perfidamente ridente del giovane critico. Gli stessi punti sorrisero e si fusero in un solo grande punto esclamativo.
Perekladin scosse il capo e aprì gli occhi.
«Il diavolo sa quel che è… », pensò. «Domani bisogna alzarsi per il mattutino, e a me non esce di capo questa diavoleria… Poh! Ma… quando mai si mette? Eccoti l’abitudine! Ecco come ti sei fatto la mano! In quarant’anni nemmeno un punto esclamativo! Eh?».
Perekladin si fece il segno di croce e chiuse gli occhi ma subito li riaprì; sul fondo scuro stava tuttora il grosso punto esclamativo…
«Poh! A questo modo non ti addormenterai in tutta la notte».- Marfuscia! – si rivolse a sua moglie, che spesso si vantava con lui d’aver terminato i corsi in collegio. – Non sai tu, anima mia, quando si colloca nelle carte il punto esclamativo?
– E come non saperlo! Non per nulla studiai sette anni in collegio. So a memoria tutta la grammatica. Questo segno si colloca nelle apostrofi, nelle esclamazioni e nelle espressioni di entusiasmo, di sdegno, di gioia, di collera e di altri sentimenti…
«Ah, così… », pensò Perekladin. «Entusiasmo, sdegno, gioia, collera e altri sentimenti… », Il segretario di collegio si fece pensoso… Per quarant’anni aveva scritto carte, ne aveva scritto delle migliaia, decine di migliaia, ma non ricordava nemmeno un rigo che esprimesse entusiasmo, sdegno o qualcosa del genere.
«E altri sentimenti… » pensava. «Ma forse che nelle carte son necessari i sentimenti? Può scriverle anche una persona insensibile…».
Il grugno del giovane critico tornò ad affacciarsi di dietro al punto infocato e sorrise perfidamente. Perekladin si sollevò a sedere sul letto. La testa gli doleva, sulla fronte gli era spuntato un sudore freddo… In un canto ardeva tenue, carezzevole, il lumino dell’icona, i mobili avevano un’aria festiva, linda, da ogni cosa addirittura spirava calore e presenza d’una mano femminile, ma il povero impiegatuccio sentiva freddo, sconforto, come se si fosse ammalato di tifo. Il punto esclamativo non si drizzava più nei suoi occhi chiusi, ma davanti a lui, nella camera, presso la specchiera della moglie, e gli ammiccava beffardamente…
– Macchina scrivente! Macchina! – sussurrava il fantasma, soffiando sull’impiegato un freddo secco. – Pezzo di legno insensibile!
L’impiegato si coprì con la coperta, ma anche sotto la coperta vide il fantasma; appoggiò il viso alla spalla della moglie, e anche di dietro quella spalla spuntava la stessa cosa… Tutta la notte si tormentò il povero Perekladin, ma anche di giorno il fantasma non lo lasciò. Egli lo vedeva dappertutto: negli stivali che infilava, nel piattino del tè, nella croce di Stanislao…
«E altri sentimenti… » -, pensava. – «Ѐ vero che non ci fu mai alcun sentimento… Ora andrò dai superiori a metter la firma… forse che ciò si fa con sentimento? Così, a casaccio… Macchina da far gli auguri… ».
Quando Perekladin uscì in strada e chiamò una vettura, gli parve che, in luogo della vettura, gli rotolasse incontro il punto esclamativo.
Giunto nell’anticamera del superiore, invece dello svizzero vide quello stesso segno… E tutto ciò gli parlava di entusiasmo, di sdegno, di collera… Il portapenne col pennino aveva pure l’aspetto d’un punto esclamativo. Perekladin lo prese, intinse il pennino nell’inchiostro e firmò:
«Segretario di collegio Jefim Perekladin!!!».
E collocando questi tre segni, egli provava entusiasmo, indignazione, gioia e ribolliva di collera.
– To’ questo! To’ questo! – mormorava, premendo sul pennino.
Il segno infocato fu pago e scomparve.


Tutti i racconti (vol.2), Anton Pavlovič Čechov, Superbur Classici, 2002, 236 p. Traduzione di Alfredo Polledro.

Nota aggiuntiva:

«Il tipico eroe čechoviano – scrive Nabokov in un saggio che avrei intenzione di leggere – è lo sventurato portatore di una verità umana, vaga ma bella, e che non è in grado né di reggere questo peso né di sbarazzarsene. Ciò che vediamo in tutti i racconti di Čechov è un continuo incespicare, ma è l’incespicare di uno che incespica perché sta guardando le stelle. […] Čechov trae un particolare piacere artistico dal fissare tutte le leggere varianti di questo tipo d’intellettuale russo prebellico e prerivoluzionario. Erano uomini che potevano sognare; non governare. Rovinavano la propria vita e quelle degli altri; erano dissennati, futili, deboli, isterici; ma, suggerisce Čechov, felice il paese che può produrre questo tipo d’uomo. Buttavano via occasioni, evitavano di agire, passavano notti insonni a progettare mondi che non avrebbero mai costruito, ma il semplice fatto che questi uomini, così pieni di fervore, di fuoco d’abnegazione, di purezza di spirito, di nobiltà morale, il semplice fatto che questi uomini siano vissuti e probabilmente continuino in qualche modo a vivere in qualche angolo della sordida e spietata Russia di oggi è una promessa di cose migliori per il futuro del mondo». (Vladimir Nabokov, Lezioni di letteratura russa, Garzanti 1987).

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