Sunset Limited

Sunset Limited, Cormac McCarthy, Einaudi, 2010, 115 p.

BIANCO: Be’, io non l’ho vista.
NERO: Ero lì fermo al binario. Pensavo ai fatti miei. Ed ecco che arrivi tu. A tutta birra.
BIANCO: Mi ero guardato attorno per essere sicuro che non ci fosse nessuno. Soprattutto bambini. E non c’era anima viva in giro.
NERO: No. Soltanto io
BIANCO: Be’, non so davvero dove potesse essere.
NERO: Mm. Ha proprio deciso di darmi il tormento con questa storia, eh, professore? Magari ero dietro un palo o che ne so.
BIANCO: non c’era nessun palo.
NERO: Allora che mi vuoi dire? Pensi che un angelone nero grande e grosso sia stato mandato giù dal cielo per acchiappare il tuo bel culetto bianco all’ultimo secondo e salvarti da una brutta fine?

Il dialogo si svolge nella cucina di una casa popolare, in un quartiere nero di New York. Intorno a un tavolo sul quale è appoggiata una Bibbia stanno seduti due uomini, uno di fronte all’altro. Un bianco di mezza età e un nero corpulento. Fino a qualche ora fa, prima che il nero strappasse il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi, ancora non si conoscevano. Ma quello era solo l’inizio, ora i due devono andare oltre. E così parlano, «da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti».
Questo è quanto più o meno scritto sul retro della copertina, a cui resta ben poco da aggiungere in realtà. Anche perché si tratta di una pièce teatrale che per essere apprezzata al meglio andrebbe letta di persona, dalla prima all’ultima riga. Ma anche se il tentativo di spiegarla mi appare abbastanza riduttivo e passibile di fraintendimenti, proverò comunque a darvene un’idea il più chiara possibile, magari con l’aiuto di qualche estratto.

Iniziamo intanto col dire che quello messo in scena da McCarthy è un dibattito sul senso dell’esistenza che, passando da momenti calmi ad altri più concitati, con intermezzi a volte anche ironici, procede su due linee parallele destinate a non convergere mai.
Da una parte c’è il Bianco, l’aspirante suicida, un uomo ormai disilluso dalla vita e dal mondo, un intellettuale cinico e refrattario a qualsiasi ipotesi consolatoria, mentre dall’altra c’è il Nero, un avanzo di galera illuminato dalla fede e ormai devoto alla Bibbia, che avendo salvato la pelle al primo si sente adesso in dovere di convertirlo, di restituirlo fiducioso alla vita. Il Bianco però è un caso difficile, un osso duro. Vede nel declino del mondo l’evidente sconfitta dei propri ideali. Non crede più in una serie di cose in cui credeva una volta, “cose culturali” (così le chiama, riferendosi a libri, musica, arte) che dovrebbero stare alla base della civiltà e che nella società di oggi, a suo parere, non contano più.

BIANCO: La gente ha smesso di dar loro valore. Io ho smesso di dar loro valore. Entro un certo limite. Non saprei neanche spiegarle bene perché. Quel mondo è in gran parte scomparso. E fra poco lo sarà del tutto.
NERO: Non so se riesco a seguirti, professore.
BIANCO: Non c’è niente da seguire. Va bene così. Le cose che amavo un tempo erano molto fragili. Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che fossero indistruttibili. E mi sbagliavo.
NERO: Ed è questo che ti ha spinto a buttarti giù dal binario. Non una questione personale.
BIANCO: Ma è una questione personale. Ѐ proprio questo l’effetto dell’istruzione. Rende il mondo intero qualcosa di personale.
NERO: Hm.
BIANCO: Cosa, hm?
NERO: Niente, stavo solo pensando che sono parole belle forti. Non mi viene in mente nessuna risposta, e magari la risposta non c’è per niente. Ma comunque devo proprio chiedertelo: a che servono idee del genere se poi non riescono a farti tenere i piedi incollati per terra quando arriva il Sunset Limited a centotrenta all’ora?

Nella visione del Nero, impostata in tutt’altro modo, solo la fede in un’altra vita e nella presenza divina può impedire alla gente di tuffarsi sul binario quando la metropolitana passa a tutta velocità. Per il Bianco, invece, Dio non esiste e tantomeno c’è da confidare nella civiltà umana, dal momento che è andata «definitivamente in fumo nelle ciminiere di Dachau». Per lui il mondo è «un campo di lavori forzati da cui ogni giorno si estraggono a sorte dei detenuti – completamente innocenti – perché vengano giustiziati». Il Bianco si aggrappa all’egemonia dell’intelletto (così la definisce), quindi ai testi studiati, alle centinaia di libri letti, alla storia passata e poco gloriosa di un mondo che sta precipitando sempre di più. Tutte cose che, a suo dire, confermano l’assenza di Dio e la necessità di adottare uno sguardo cinico nei confronti della vita. Il Nero parla invece dal cuore di una semplice e pura ignoranza e anche per esperienza diretta, dal momento che dopo aver toccato il fondo è stato così radicalmente ispirato dalla voce del Signore da diventare a sua volta strumento di salvezza per gli uomini. E per fare questo, per recuperare le anime perse, non solo si appella alla Bibbia, alla voce di Gesù che dice di sentire dentro di sé, ma ricorre anche a metodi un po’ spiccioli e d’effetto…

NERO: Mi sa che tu non vuoi essere felice.
BIANCO: Felice?
NERO: Sì. Felice è una brutta parola?
BIANCO: Dio santo.
NERO: Che c’è? Ho toccato un tasto dolente? Cos’hai contro la felicità?
BIANCO: È contraria alla condizione umana.
NERO: Be’. È contraria alla tua condizione. Su questo devo darti ragione.
BIANCO: La felicità. È ridicolo!
NERO: Cioè, non esiste?
BIANCO: No.
NERO: Per nessuno?
BIANCO: No.
NERO: Mm. E come ci siamo finiti in un casino del genere?
BIANCO: Ci siamo nati, in un casino del genere. La sofferenza e il destino umano sono la stessa cosa. L’una è la descrizione dell’altro.
NERO: Qui non stiamo parlando di sofferenza. Parliamo di felicità
BIANCO: Be’, non si può essere felici se si soffre.
NERO: Perché no?
BIANCO: Quel che dice è assurdo.
[Il nero si butta all’indietro sulla sedia, stringendosi il petto].
NERO: Ah, che parole dure dal professore. Il predicatore è al tappeto. Eccolo che si stringe il cuore. Ha rovesciato gli occhi al cielo. Ma aspettate. Aspettate un attimo, amici. Sta battendo le palpebre. Mi sa che si riprende. Mi sa che si riprende.
[Il nero si rimette seduto dritto e si protende in avanti].
NERO: Il punto, professore, è che se nella tua vita non ci fosse la sofferenza, come faresti a capire quando invece sei felice? Felice rispetto a cosa?

Divertente (nella sua drammaticità) anche la metafora dell’ubriacone, con la quale il Nero cerca di far capire al Bianco che ciò che progetta di fare (togliersi la vita) non corrisponde a un reale desiderio. Come per chi beve un whiskey dietro l’altro, è solo un modo per nascondere un bisogno non soddisfatto.

BIANCO: E invece cos’è che l’ubriacone vuole davvero?
NERO: Avanti, lo sai anche da solo.
BIANCO: No, non lo so.
NERO: Sì, invece.
BIANCO: No.
NERO: Hm.
BIANCO: Hm cosa?
NERO: Sei un caso difficile, professore.
BIANCO: Guardi che neanche lei è una passeggiata.
NERO: E così non sai cos’è che l’ubriacone vuole davvero.
BIANCO: No che non lo so.
NERO: Vuole quello che vogliono tutti.
BIANCO: E cioè?
NERO: Essere amato da Dio.
BIANCO: Io non voglio essere amato da Dio.
NERO: Ecco, perfetto. Lo vedi che sei andato subito al punto? Neanche l’ubriacone. Secondo lui, almeno. L’ubriacone vuole solo un bicchiere di whiskey. Ma tu sei un uomo intelligente, professore. Allora dimmi quale delle due ha senso e quale no.
BIANCO: Io non voglio neanche un bicchiere di whiskey.
NERO: Però mi pare che me l’hai appena chiesto.
BIANCO: Intendo sul piano generale.
NERO: Non stiamo parlando di piani generali. Parliamo di un bicchiere di whiskey.
BIANCO: Io non ho nessun problema con l’alcol.
NERO: Be’, però qualche problema ce l’hai.
BIANCO: Di qualunque specie sia il problema che ho, stento a credere che si potrebbe risolvere bevendoci su.
NERO: Mm. Mi piace, messa così. E allora come si potrebbe risolvere?
BIANCO: Credo che lo sappia da sé come si potrebbe risolvere.
NERO: Con il Sunset Limited.
BIANCO: Esatto.
NERO: Ed è questo che vuoi.
BIANCO: Ѐ questo che voglio. Sì.
NERO: Ѐ un bicchierone di whiskey bello grosso, professore.
BIANCO: Che non voglio davvero.
NERO: Che non vuoi davvero. Infatti.
BIANCO: Be’. Io invece penso proprio di volerlo.

Com’è evidente, ci troviamo di fronte a due visioni non solo granitiche ma diametralmente opposte, dove il tentativo di trovare una conciliazione si esaurisce attraverso un dialogo grezzo, essenziale, ma nello stesso tempo pressante e potente, che non concede tregua neppure al lettore. Da una parte l’egemonia della cultura, che ha portato sull’orlo di un nichilismo autodistruttivo, dall’altra la certezza della religione, che allo stesso modo non è sufficiente per cancellare il male di vivere, l’amarezza dal mondo. Sembra di assistere a una partita di scacchi in forma di dialogo, dove chi prende a tratti il sopravvento cede poi all’incalzare improvviso dell’interlocutore e viceversa.

BIANCO: Bè, comunque continuo a non capire. Perché non se ne va da qualche parte dove potrebbe fare del bene?
NERO: Invece di stare in un posto dove del bene c’è bisogno.
BIANCO: Anche Dio a un certo punto si arrende. All’inferno non c’è la religione. Che io sappia, almeno.
NERO: No, non c’è. Dici bene. La religione è per i vivi. Ecco perché siamo responsabili dei nostri fratelli. Perché quando smettono di respirare, non li possiamo più aiutare. Da quel momento in poi, sono nelle mani di qualcun altro. Quindi bisogna che gli stiamo dietro adesso. A volte bisogna perfino tenere d’occhio l’orario della metropolitana che vogliono prendere.
BIANCO: Lei pensa di essere il guardiano di suo fratello.
NERO: Non credo che pensare sia la parola giusta.
BIANCO: E Gesù è parte dell’impresa.
NERO: Se non ti dispiace.
BIANCO: E a Gesù interessa venire qui, in questa fogna, e salvare quello che tutti sanno che è insalvabile Ma perché lo dovrebbe fare? L’ha detto anche lei, che non ha tempo da perdere. Perché dovrebbe venire qui? Per lui che differenza c’è fra un edificio che è moralmente e spiritualmente deserto, e un edificio che è deserto e basta?
NERO: Mm. Professore, vedo che sei un teologo e io non me n’ero manco accorto.
BIANCO: Ma com’è faceto.
NERO: Quella parola non la conosco. Ma tu va’ tranquillo, fammele pure cadere dall’alto. Tanto mica mi offendo.
BIANCO: Vuol dire… In pratica vuol dire che non è sincero. Che non sta parlando sul serio. C’è anche una certa dose di cinismo.
NERO: Mm. Tu non credi che sto dicendo sul serio.
BIANCO: Non sempre. Mi pare che lei dica certe cose solo per fare effetto.
NERO: Mm. Allora ti voglio dire una cosa per fare effetto.
BIANCO: Prego.
NERO: Mettiamo che ti dico che se sei capace di lasciare andare il fratello che stai strozzando con le tua mani, ti guadagni la vita eterna.
BIANCO: Non esiste la vita eterna. Moriamo tutti.
NERO: Lui non ha detto questo. Lui ha detto che si poteva avere la vita eterna. La vita. Averla oggi. Tenerla in mano. E poterla vedere. Emana una luce. Ha anche un certo peso. Non tanto. Ed è calda a toccarla. Appena appena. Ed è eterna. E tu la puoi avere. Adesso. Oggi. Solo che tu non la vuoi. Non la vuoi perché per ottenerla devi togliere le mani di dosso a tuo fratello. Anzi, devi prenderlo e abbracciarlo forte, senza stare a guardare il colore della pelle o quanto puzza, e perfino se lui per primo non vuole farsi abbracciare. E perché non lo vuoi fare? Perché lui non se lo merita. E su questo non si discute. Quello non se lo merita. [Si china in avanti, con fare lento e deciso]. Tu non lo vuoi fare perché non è giusto. Dico Bene?

Ecco, credo che da quest’ultimo scambio risalti ancora meglio la differenza tra i due. Ed è anche il momento – forse l’unico – in cui il Nero centra in pieno il bersaglio, mettendo a nudo il problema di fondo del Bianco. Che è il disprezzo totale per gli Altri. Il sentirsi, pur nel desiderio di annullamento di sé stesso, un gradino superiore agli altri. Un pendolare terminale di serie A rispetto ai tanti pendolari terminali di serie B.
In senso più generale, penso che l’opera voglia anche rappresentare l’antica disputa tra religione e cultura/scienza, tra fede e ateismo. Tra il credere che nei testi sacri ci sia indicata la strada per la salvezza eterna e il non crederlo affatto. Salvo poi che non tutti i credenti vivono in beatitudine su questa Terra, e non tutti gli agnostici la vogliono lasciare anzitempo per l’incapacità di apprezzarla. Il problema del Bianco non è tanto quello di non credere in Dio, quanto quello di aver perso ogni speranza sia negli ideali culturali che nel genere umano, che considera infatti putrido, marcescente, senza possibilità di riscatto. Da qui la nausea nei confronti della vita e la necessità di aspirare alla quiete del non-essere, tagliando i ponti con un mondo (e con un rapporto Io-Altro) che è solo fonte di fastidio, di insensatezza.
Ma forse a McCarthy interessava altresì mettere in campo il confronto/scontro (umano, molto umano) tra chi sente il bisogno di catechizzare le masse e chi, al contrario, rifugge da coloro che si piccano di insegnare agli altri ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. C’è infatti nell’atteggiamento del Nero qualcosa che stride, che appare fuori luogo, perché in realtà non fa nulla per calarsi davvero nello stato d’animo del Bianco, preso com’è solo dall’idea di redimerlo, di non fallire la missione salvifica. Il suo è un altruismo che persuade poco, visto che punta solo a convincere/convertire l’altro oppure a svilirne (seppure con battute affettuose) le convinzioni di base. Per quanto sia un personaggio simpatico e animato da buone intenzioni, il Nero manca di vera empatia verso il prossimo, rimpiazzata da un modo di parlare che ricorre spesso a frasi fatte o a esempi tratti dalla Bibbia, se non da esperienze del tutto personali… Che dal momento che hanno funzionato per lui, chissà perché dovrebbero funzionare per tutti.

«Bisogna mettersi nella fila giusta. Comprare il biglietto giusto. Prendere il treno dei pendolari normali e tenersi lontano dalla linea veloce. Tenersi sul binario come gli altri pendolari. Magari fargli anche un saluto con la testa. O addirittura dirgli ciao».

McCarthy, dal canto suo, non ci fa mai capire per quale dei due personaggi simpatizzi, resta sempre equidistante da entrambi. In tal modo ci lascia liberi di pensarla come vogliamo, di rispecchiarci o meno in una risposta o nell’altra. Il finale, oltretutto, non solo è inaspettato ma rimane anche aperto: al di là di quello che succede, non sappiamo cosa capiterà al Bianco e al Nero. Possiamo solo immaginarlo, farcene un’idea, ma in fondo non è questo che conta. Ciò che conta è quello che pensiamo noi della vita – della nostra vita in particolare – e dell’utilità di godercela, di apprezzarla o meno. Chiuso il libro, forse la domanda più pressante, quella che si affaccia con più insistenza nella mente, è questa: cos’è che fa stare la gente coi piedi ben saldi per terra quando passa il Sunset Limited? O meglio, cos’è che impedisce a noi di fare il famigerato salto?

Impossibile aggiungere altro, rischierei di semplificare e banalizzare un testo che invece merita di essere letto nella sua completezza. Perché è molto più profondo di quello che potrebbe apparire a una prima lettura, dolorosamente tragico anche nei momenti più ironici. E perché ogni lettore è comunque destinato a reagire in modo soggettivo di fronte al braccio di ferro dei due protagonisti, a seconda delle personali credenze e dello stato d’animo del momento.
Vi lascio però in compagnia di un pezzetto di film, proprio nel punto in cui il Bianco, dopo aver incassato con pazienza un’altra serie di manovre da parte del Nero, passa al contrattacco sfogando tutto il suo rancore contro il mondo… Merita di essere visto, se non altro per la bravura degli attori (Samuel L. Jackson e Tommy Lee Jones, quest’ultimo anche nel ruolo di regista), capaci di calarsi con grande intensità in un dramma per nulla facile e scontato. Se volete leggere prima il libro, non guardate però il video. Si potrebbe intuire qualcosa sull’esito finale della vicenda. Si potrebbe. Meglio non rischiare.


BIANCO: Mi faccia finire. Io non considero il mio stato mentale una visione pessimistica del mondo. Io lo considero equivalente al mondo così com’è. L’evoluzione non potrà non condurre la vita intelligente alla consapevolezza di una certa cosa sopra tutte le altre, e questa cosa è la futilità.
NERO: Mm. Se capisco bene, stai dicendo che tutti quelli che non si bevono la visione del mondo dei poveri stronzi si dovrebbero suicidare.
BIANCO: Si.
NERO: Mi prendi per il culo?
BIANCO: No che non la prendo per il culo. Se la gente vedesse il mondo per com’è davvero. Se vedesse la propria vita per com’è davvero. Senza sogni o illusioni. Non credo che troverebbe un solo motivo per non scegliere di morire il prima possibile.
[……]

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29 pensieri su “Sunset Limited

      1. La figura dell’ubriacone è sempre stata tra il comico e il tragico. Ricordi Caino, che ha dileggiato il padre Noè che,scoperto il vino, se n’era ubriacato, mettendosi tra l’altro completamente nudo? Pensa quanti milioni di ubriaconi da Noè in poi…

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      2. La Bibbia è un compendio di tutti i vizi e le virtù umane, tutt’ora veritiero nonostante siano passati secoli e millenni… E’ proprio il libro dei libri, come si usa dire 😉

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  1. He! Un bel gas!

    Nota: l’hai talmente spiegato in lungo e in largo, che se mi capiterà di leggerlo, sarà per cogliere battute o spunti di dialogo. Afferrato il senso generale, e tu l’hai reso, penso resti il godimento della scrittura e del passo. In pratica, uno ha la libertà, a questo punto, di aprire il libro a caso, e beccare-immergersi in quel che destino, la lotteria gli dà.

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    1. Quando vengo presa da un testo mi dilungo troppo, ma credimi che merita di essere letto dall’inizio alla fine. Anche per capirne meglio il senso, che non può essere reso in pieno da una recensione. Ci sono altri spezzoni di dialogo che fanno riflettere, così come altri passaggi godibili per scrittura e passo (come hai giustamente colto). Poi tutto va riflettuto secondo i propri parametri mentali, il proprio modo di sentire e vedere le cose, anche perché quello del suicidio è un tema delicato, scottante, che solleva sempre reazioni differenti.

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  2. Molto, molto interessante- e brillante- quanto scrivi a proposito di Sunset Limited . Ricordo che mi era sembrato degno di nota, ma poi non riuscivo a ricordarmene il motivo, dato che Cormac McCarthy non è esattamente un autore nelle mie corde.
    Ma chissà che invece, a luogo e tempo debito, non lo diventi………
    Ps In maniera più o meno indebita mi ha richiamato alla mente Finale di partita di Samuel Beckett, opera teatrale che non ho letto ma che ho visto , rimanendone folgorata per sempre .

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    1. Beckett è uno di quegli autori che mi piacerebbe sia leggere che vedere rappresentato in teatro. Prima o poi capiterà l’occasione. Finale di partita non lo conosco, ma mi hanno parlato gran bene di Aspettando Godot.
      McCarthy è un autore che merita, a mio avviso, fossi in te gli darei più di una possibilità. Ti consiglierei di provare con Suttree, un romanzo meraviglioso che si distingue per stile e contenuti da tutti gli altri che ha pubblicato.

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  3. Gran testo. C’è poco da aggiungere: Cormac McCarthy è uno dei grandi scrittori di questi ultimi anni. “Sunset Limited” riassume meglio di tante opere la sua visione. E siccome è un grande, non esiste un vero e proprio “finale”: non si sa cosa succederà dopo, anche se…

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    1. Il miracolo di McCarthy è che con poche immagini, con poche parole per ogni frase, quindi con una scrittura quasi sempre scarna ed essenziale, riesce a rendere molto bene l’idea di una situazione, di un dialogo, di uno stato d’animo. Non per niente dalle sue opere hanno tratto spesso dei film.

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  4. Finale di partita è in fondo molto diverso- o forse è simile solo per la struttura minimalistica, centrata anche quella su due personaggi. Una cosa è certa: non credo che, dopo aver letto questo tuo post, potrò rimanere ancora a lungo senza leggere il libro e vedere il film -in quest’ordine. 🙂 🙂

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  5. Piccola nota all’ultimo estratto: curiosamente un personaggio “pessimista” come Leopardi tenterebbe comunque di salvare il Bianco. Nel “Dialogo di Plotino e di Porfirio” (“Op. Mor.”), due personaggi discutono sull’insensatezza della vita, al punto che Porfirio da un discorso non lontano da quello del Bianco; ma Plotino osserva che, nonostante tutto quello di cui hanno discusso fino a quel momento sia vero – opinione del Leopardi – non si debba prendere la strada del suicidio: esso sarebbe un nuovo e non necessario dolore per coloro che ci stanno intorno, una sofferenza inflitta gratuitamente. Si aggiunga anche che l’ultimo Leonardi arriva a concepire una simile risoluzione anche in sfregio alla natura stessa, per non dargliela vinta. È interessante notare come possano esistere molte più posizioni, e più sfumate, delle due sole messe in scena. Per dirne un’altra, una volta ho sentito dire che un giovane avesse riconosciuto Ampere – quello che ha dato il nome a un’unità di misura – in una chiesa, nell’atto di pregare; e gli avesse chiesto come mai egli, così grande, sentisse quel bisogno; e Ampere gli rispose: “Io sono grande solo quando prego”. Il mondo è bello perché è vario.

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    1. Non ricordavo l’operetta che hai citato, sono andata a cercarla. In effetti, dopo aver dissertato in lungo e in largo sul suicidio come atto contro natura, Plotino alias Leopardi lo valuta anche nell’ottica di una scelta egoistica, dal momento che procura dolore (con la coscienza di farlo) alle persone amate, quelle più care e vicine. Non è proprio il caso specifico del personaggio di McCarthy, visto che non ha famiglia né amici e vive in quasi completa solitudine, ma il discorso potrebbe valere per molte altre situazioni. Il dialogo del Recanatese è comunque bello, interessante, e su di me ha pure sortito un effetto salutare.

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      1. Lieto di essere stato utile. Ho pensato a questo dialogo proprio perché mi pareva una riflessione interessante da aggiungere; poi, qualcosa mi diceva che il nostro Bianco non avesse nessuno che si potesse dispiacere, ma è un altro paio di maniche.

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  6. Ricordo che per un periodo, qualche tempo fa, non so quale chiesa protestante aveva fatto affiggere nella mia città grandi manifesti con scritto: Gesù ti ama. Ci passavo davanti tutte le mattine mentre andavo al lavoro e mi pareva che quella scritta, che nulla nell’esperienza confermava, avesse qualcosa di sottilmente insultante: oltre il danno anche la beffa. E’ un po’ l’effetto che ti fanno quelli che ti vogliono convertire alla “positività dell’essere” (il nero di McCarthy è un po’ diverso, più onesto, mi sembra veramente disposto a capire la posizione dell’altro).
    E’ un fatto però che il nichilismo suicidario, per quanto concettualmente ineccepibile (trovo quello che dice il bianco nel video concettualmente ineccepibile) non convince del tutto, nemmeno a livello teorico. E’ come se sotto sotto si sapesse che alla base del nichilismo c’è un rifiuto a uscire dal sé e dal suo malumore. Una specie di pigrizia.

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    1. Non lo so. Quando una persona sprofonda gradualmente (e ineluttabilmente) in uno stato d’animo sempre più vuoto e disfattista, al punto di non percepire più alcun scopo nel mondo, alcun senso nella propria e altrui esistenza, forse è anche molto difficile uscirne. Al di là della pigrizia, credo (suppongo) si venga a creare una condizione di totale sfiducia nel presente e nel futuro, che rende insopportabile continuare la vita. Ogni individuo vivrà poi a suo modo questa cosa, magari con sfumature rimosse o aggiunte, a secondo del carattere e dei trascorsi personali, quindi penso sia difficile inquadrare tutti sotto un’etichetta comune.
      Il nero di McCarthy è invece strepitoso, ci farei volentieri una bella chiacchierata. Ascolterei con piacere quello che ha da raccontare sugli anni passati in carcere, così come assaggerei volentieri un po’ di soul food, seduta al tavolo della sua squallida cucina, perché in fondo è un rompipalle simpatico… Leggetela questa pièce, sono solo 115 paginette. Si riflette, si ride, si riflette ancora. Si rimane anche un po’ turbati, ma quello ci sta. Ci sta tutto.

      BIANCO: Ѐ buonissimo.
      NERO: Certo che è buono. E’ soul food, amico mio.
      BIANCO: Cosa c’è dentro? Melassa?
      NERO: Mm. Tu te ne intendi di cucina, eh, professore?
      BIANCO: No, no.
      NERO: Un pochino sì.
      BIANCO: Sì, un pochino sì. Banane, ovviamente. E poi? Manghi?
      NERO: Un mango o due, sì. E rutabaga.
      BIANCO: Rutabaga?
      NERO: Sì. Come delle rape gialle. Mica sono tanto facili da trovare.
      BIANCO: Ѐ’ squisito.
      NERO: Ѐ ancora più buono dopo un paio di giorni. Questo l’ho fatto solo ieri sera. Bisogna riscaldarlo un po’ di volte per far venire fuori tutti i sapori giusti.
      BIANCO: Come il chili.
      NERO: Come il chili, giusto. Lo sai dove ho imparato a farlo?
      BIANCO: In Louisiana?
      NERO: Proprio qui, nei bassifondi di New York. Un piatto come questo ha tante di quelle influenze che manco te le immagini. Ci sono un mucchio di parti del mondo tutte insieme dentro quel tegame. Paesi diversi, gente diversa.
      BIANCO: Anche qualche bianco?
      NERO: Meglio di no.
      BIANCO: Davvero?
      NERO: Scherzo, professore. Ti prendo per i fondelli. Li conosci gli chef francesi dei ristoranti dei quartieri alti?
      BIANCO: Non di persona.
      NERO: Lo sai che cosa gli piace cucinare più di tutto?
      BIANCO: No.
      NERO: Le animelle, la trippa. Il cervello. Tutte quelle cacate che non mangia mai nessuno. E lo sai perché?
      BIANCO: Perché è una specie di sfida? Perché bisogna essere innovativi?
      NERO: Sai che sei sveglio per essere un viso pallido? Una sfida. Giusto. La roba che cucinano te la tirano dietro. Tanti la buttano via. La danno al gatto. Ma i poveri non buttano mai via niente.
      BIANCO: In effetti.
      NERO: Non è che devi essere chissà chi per far venir buono un filetto. Ma se uno non ha i soldi per comprarsi il filetto? E vuole lo stesso mangiare qualcosa di buono? Che fa?
      BIANCO: Innova.
      NERO: Innova. Giusto, professore. E allora quand’è che si fanno queste innovazioni?
      BIANCO: Quando uno non ha quello che vuole.
      NERO: Bravo, di questo passo ti becchi un dieci e lode. E chi è che le fa, le innovazioni? Chi è che non ha quello che vuole?
      BIANCO: I poveri.
      NERO: Quanto lo adoro quest’uomo! Allora, ti piace?
      BIANCO: Ѐ squisito.
      NERO: Avanti, dammi il piatto.
      BIANCO: Solo una cucchiaiata, eh.
      NERO: Non fare storie, professore. Devi mangiare. Hai avuto una giornata bella piena.

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      1. Leggeremo, leggeremo, e in mancanza di mango e rutabaga continueremo a farci tre pasti al giorno che è un modo simpatico di distrarsi e passare il tempo. Io però farei una differenza fra la depressione come stato patologico e il pessimismo come convinta adesione a una filosofia (un pessimista non è necessariamente un depresso). Mi è sembrato che il bianco fosse più un pessimista radicale che un depresso, ma magari mi sono sbagliata.
        Comunque,insomma, cerchiamo di stare su tutti quanti! 🙂
        A presto!

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      2. No, non ti sei sbagliata sul fatto che sia un nichilista convinto. E’ chiaro dai discorsi che fa e l’avevo anche specificato nella recensione. Sono io che poi, facendo ulteriori ragionamenti, divago un po’ sul generale, prendo in esame altre possibili implicazioni (che esulano in parte dal libro) e magari corro il rischio di essere fraintesa.

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    1. È un testo che si legge in meno di un’oretta, con estrema scorrevolezza. Immagino che renda parecchio anche sul palcoscenico, ma dipende dalla bravura degli attori. Sembra sia stato rappresentato per la prima volta a Chicago, nel 2006, mentre qui da noi è andato in scena all’Arena di Bologna (2010) e dopo pochi anni al Teatro Sala Fontana di Milano, per la regia di Fabio Sonzogni.

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      1. Ho guardato adesso su YouTube: c’è proprio la registrazione del dramma rappresentato all’Arena di Bologna nel novembre 2010. L’impressione, però, è che la recitazione non sia proprio al massimo… (insomma, se confrontata con quella del film, è tutto un altro paio di maniche). Per quanto riguarda il Teatro di Milano, non ho invece trovato nulla.

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  7. Ciao Alessandra,
    ho appena finito di leggere Sunset Limited, con piacere ma senza troppe sorprese dal momento che la tua recensione lo presentava in modo impeccabile e più che preciso. Sono d’accordo con te quando dici che il Nero manca di empatia verso il prossimo e che il suo apparente “calore” ha qualcosa di non del tutto convincente (d’altra parte, rendere in maniera convincente il modo di essere di qualcuno che è stato chiamato alla salvezza direttamente da Gesù Cristo non deve essere facile). Il Bianco, nella sua “naturale” freddezza, appare più credibile. Però anche lui ha poco di individuale, e se c’è un limite in quest’opera di McCarthy, è secondo me che i due personaggi sono lì unicamente per rappresentare due posizioni inconciliabili, come in un conte philosophique (ha ragione L’Irriverente a cercare un parallelo/opposizione con una delle Operette Morali). Se posso aggiungere qualcosa a proposito del Bianco: tu dici che il suo problema è “il disprezzo totale per gli altri”; io non parlerei di disprezzo vero e proprio, ma di una specie di intolleranza estetica: gli altri (i comuni passeggeri della metropolitana) non sono esteticamente validi – potremmo dire non sono abbastanza raffinati. Dico questo perché mi ha colpito come il Bianco sottolinei più volte, all’inizio, che l’appartamento del Nero è orrendo, che il palazzo è orrendo, e che vivere lì deve essere orribile. Mi sembrano osservazioni strane per uno che è fermamente deciso a buttarsi sotto al treno. Il Bianco mi sembra uno che è partito con una percezione estetica del mondo (non va a trovare il padre morente perché di sicuro la cosa non ha niente di “bello”) e che adesso non riesce a trovare bello più niente.
    A noi auguro invece che ogni tanto continui ad apparirci qualcosa di bello, qualcosa che dà gioia.

    A presto

    Elena

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    1. Mi fa tanto piacere che tu l’abbia letto 😉 L’inconciliabilità delle due posizioni è stata sicuramente voluta dall’autore, pianificata dall’inizio e condotta fino all’estremo. La vedo come una sorta di aut aut dialettico incentrato sul senso della vita e della morte, sull’esistenza di Dio o del nulla, che in fondo non richiede una mediazione per essere davvero efficace a livello narrativo. Hai colto bene le sfumature sparse qua e là nel testo; nel Bianco c’è infatti una visione schifiltosa del mondo, o come hai detto una sorta di “estetismo frustrato” che non fa altro che accrescere il divario tra sé e gli altri. La conseguenza è pur sempre un disprezzo generalizzato per i comuni mortali. Perché in fondo, alla base di tutto, c’è la presupponenza di credersi superiore agli altri (per cultura, per ideali seppure infranti) che rende ancora più arduo accettare il mondo e il pensiero di farne parte. Verso la fine, se ricordi, il Nero la coglie questa sua caratteristica e pure gliela rinfaccia… quando gli fa capire che è una stronzata quella di credersi un aspirante suicida di serie A, mosso da motivazioni “più nobili” rispetto ai tanti disperati che giungono allo stesso stadio. Grazie per la chiacchierata, cara Elena. E’ stato piacevole, oltre che arricchente, venire a conoscenza delle tue personali impressioni di lettura. Faccio mio il tuo augurio, aggiungendo che forse ci (mi) farebbe bene, ogni tanto, buttarci (buttarmi) su letture più frivole e scanzonate… che di sicuro favorirebbero il buonumore.

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  8. Alla fine- come si dice sempre in questi casi- non ho letto il libro ma ho visto il film…:-D
    In compenso, però, l’ho visto in lingua originale, e peraltro credo che la sceneggiatura coincida in grandissima parte con il testo di McCarthy. Tommy Lee Jones e Samuel L.Jackson entrambi grandissimi.
    E ora sono tornata a leggermi, a ragione molto più veduta!, il tuo bellissimo post.
    Grazie di cuore per avermi fatto fare questa scoperta- che ha abbattuto una buona percentuale dei miei pregiudizi su McCarthy :-).

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    1. Allora, se e quando avrai voglia di continuare con McCarthy, ti consiglio (di nuovo) di dare la precedenza assoluta a Suttree, forse il suo romanzo migliore, considerato l’opus magnum anche dalla critica. L’ho amato in modo viscerale non solo per la storia in sé (l’esistenza di persone ai margini della società), ma anche per la scrittura a volte ricercata e poetica, a volte esilarante o terribilmente triste. Un capolavoro, un’opera anomala che si distacca da tutte le altre che ha pubblicato. Sono certa che l’apprezzeresti molto 😉 e ti confido anche che mi piacerebbe poter trovare sulle tue belle pagine un’analisi dedicata a questo meraviglioso libro…

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