Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

Child bimbi guerra Siria
Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

Lo slogan Peace&Love, lanciato negli anni ’60 dalla cultura hippie, credo faccia oggi sorridere la maggior parte delle persone, presi come sono tutti da un forte cinismo contemporaneo. Ma forse sarebbe utile esprimerlo più spesso il desiderio di pace di fronte ai tanti massacri che ancora insanguinano il nostro pianeta, e magari anche urlarlo, cantarlo, manifestarlo in modo più assiduo attraverso la musica, la poesia o altre forme di comunicazione artistica. Certo, è stato fatto più volte e si continua a farlo, in modi ed espressioni diverse (a seconda dei tempi, e forse con intenti meno utopistici rispetto a quelli dei figli dei fiori), ma non è mai abbastanza. Se ne avessi la possibilità (ma in fondo anche questa è un’utopia), la canzone Child in time la sparerei ininterrottamente nelle orecchie di tutti quegli individui che, stando al potere o collaborando con lo stesso, giocano ogni giorno con la vita di migliaia di persone. Le guerre/guerriglie in atto nel mondo sono infatti ancora molte, disgraziatamente troppe, e coinvolgono svariati paesi dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente, quindi l’urlo straziante di Ian Gillan giunge quanto mai attuale. Anche perché sono proprio i bambini che continuano a pagare il tributo più grosso, vittime della follia degli adulti e della loro riluttanza (spesso subordinata a interessi utilitaristici) nel trovare accordi che vadano al di là delle differenze etniche, ideologiche, religiose, politiche. “La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri”, scriveva Hannah Arend, e mai come oggi queste parole risuonano vere.

Il 2016, per fare un solo esempio, è stato l’anno peggiore per i bambini della Siria; secondo il rapporto dell’UNICEF, le violazioni contro l’infanzia (uccisioni, mutilazioni e reclutamento di bambini) hanno raggiunto il livello più alto mai registrato, come conseguenza di un conflitto che ormai perdura da sei anni.
Non è quindi mai abbastanza sufficiente lo sdegno collettivo, l’urlo contro la guerra, contro ogni tipo di conflitto al di là delle ragioni che possono averlo attizzato, che lo alimentano dalle radici. Ѐ necessario scandalizzarsi più spesso di fronte a questi eventi tragici, è necessario parlarne, discuterne, smuovere le coscienze anche con l’aiuto delle parole scritte, delle immagini e della musica, altrimenti l’umanità rischia di perpetuare all’infinito quell’antico aforisma di Platone, secondo il quale solo i morti hanno la possibilità di vedere la fine della guerra, mentre per i vivi non c’è proprio speranza.

Ma adesso lascio spazio al video, a cui segue una bella interpretazione della canzone tratta dal sito Metallized di cui riporto sotto le parti più significative. Di ciò che penso, non voglio aggiungere altro. Quell’urlo, l’urlo di Gillan, racchiude già in sé tutto quello che mi è impossibile esprimere “oltre” con le parole.


THE CALLING OF BOMBAY CHILD

Anche se il momento che stiamo vivendo oggi non è certamente connotato dalla vittoria di quello slogan che negli anni 60 recitava “Peace and Love”, intriso com’è di conflitti in ogni angolo del pianeta, alcuni dei quali combattuti alle porte di casa nostra con ricadute immediate anche sul nostro territorio, nell’immaginario collettivo sono gli anni 60 ad aver prodotto le più belle canzoni contro la guerra. Gli esempi sono infatti innumerevoli ed appartenenti ai più svariati settori musicali. In Italia furono prevalentemente gli artisti di area cantautorale a produrre le cose più conosciute, basti pensare a La Guerra di Piero di Fabrizio De Andrè, ma gli esempi sono ovviamente innumerevoli sia che si guardi soltanto all’Italia od invece al panorama internazionale completo. Indubbiamente, e come quasi sempre succede, furono i Paesi anglosassoni a produrre le canzoni più conosciute (anche a causa proprio della lingua e dei mezzi a disposizione per diffonderle), ed il mondo dell’hard rock/blues fece in pieno la sua parte. Child in Time, per andare al pezzo che tenteremo di analizzare oggi, non è stato solo un inno contro la guerra, ma anche una delle poche canzoni a non invecchiare per nulla, sia nel testo che nella musica, ancora oggi dall’intatta bellezza sia nelle parti strumentali, con il loro crescendo parossistico di pathos, che in quelle prettamente vocali, con un Ian Gillan capace di un’interpretazione storica -immortale quella contenuta in Made in Japan- che oggi come oggi non gli è più possibile offrirci per motivi prettamente anagrafici. La musica, ad onor del vero non era tutta farina del sacco dei Deep Purple. Il tema portante del pezzo, infatti, era “ispirato” da Bombay Calling degli It’s a Beautiful Day, rock band che raggiunse un moderato successo a cavallo tra anni 60 e 70, poi ampiamente rimaneggiato dai Purple. Prima di scandalizzarsi, però, sembra che i Purple ebbero il permesso di usarla, ed in ogni caso il fatto va inquadrato nel momento storico in cui accadde, ossia in anni in cui la musica era di tutti ed il concetto di composizione esclusivamente propria molto più elastico di quello attuale. Gli esempi di altre band che raggiunsero il successo utilizzando occasionalmente modi analoghi sono moltissimi, i Led Zeppelin ad esempio, ma questo sarebbe materiale buono per un altro articolo. Andiamo dunque a leggere cosa dice il testo di Child in Time, tanto breve, quanto intenso.

Sweet child in time
You’ll see the line
The line that’s drawn between
The good and the bad
See the blind man
Shooting at the world
Bullets flying
taking toll

Dolce bambino, col tempo
vedrai la linea,
la linea tracciata
tra il bene e il male.
Guarda il cieco
che spara sul mondo
proiettili che volano
ed esigono un tributo.

La metrica italiana e quella inglese fanno spesso a cazzotti, ma certi messaggi arrivano lo stesso. Un adulto si rivolge ad un bimbo, ed anche se probabilmente è ancora troppo piccolo, cerca di metterlo in guardia, di fargli capire che presto o tardi vedrà chiaramente la netta differenza tra un bene quasi ipotetico ed un male sempre presente. L’uomo è un cieco ulteriormente orbato dalla follia, intento a sparare a caso proiettili sul mondo che, con le loro parabole assassine, colpiscono senza distinguere tra chi lo merita, ammesso che esista, e chi non ha fatto nulla per incappare in una simile sorte. Senza una logica, senza una spiegazione. Eppure, vale sempre la pena restare dalla parte giusta della linea. La lettura superficiale del testo è relativa alla guerra del Vietnam ed in generale a ciò che si pensava potesse accadere da un momento all’altro con il protrarsi della tensione tra est ed ovest, la così detta “guerra fredda” che tutti gli over 40 hanno vissuto almeno in parte, ma Child in Time nasconde, neanche troppo velatamente, un sottotesto valido come insegnamento di vita per tutti e per ogni momento storico, per i grandi accadimenti e per la vita vissuta dai singoli, non necessariamente di qualunque importanza per nessun altro, oltre che per i diretti interessati.

If you’ve been bad,
Lord I bet you have
And you’ve not been hit
By flying lead
You’d better close your eyes
And bow your head
And wait for the ricochet.

Se sei stato cattivo,
e scommetto, Signore, che lo sei stato
e se non sei stato colpito
dal piombo che volava
faresti meglio a chiudere gli occhi
e chinare la testa
e ad aspettare il rimbalzo.

Malgrado ciò, anche considerando che la gran parte del mondo sembra essere schierata oltre la linea del male (e sarebbe interessante capire cosa penserebbero gli autori della canzone della situazione odierna), se sei tra quelli posizionati oltre quel confine, aspettati comunque qualcosa. Non c’è da chiedersi se siamo stati cattivi -includendo nel termine il suo significato più ampio- ma solo quanto lo siamo stati. Ed anche se spesso il male in ogni sua forma e quantità, paga e consente altrettanto spesso di farla franca, anche se sei riuscito ad evitare i proiettili vaganti, aspettati comunque qualcosa. Abbassa la testa e resta guardingo, perché il male fatto da te o da altri assume talvolta forma di boomerang, tornando di rimbalzo a chi lo ha generato. Anche in questo caso la lettura del testo è duplice, adattandosi sia ai macro-sistemi ed alle guerre che occupavano ed occupano la cronaca dei mezzi di informazione, che tutti i giorni ci aggiorna sul conto dei morti diretti ed indiretti con cifre tali da farli ormai sembrare solo conti da oste, che ai piccoli sistemi relazionali delle famiglie, delle coppie, del giro delle nostre conoscenze private. Quello che cambia è solo l’impatto complessivo, non il meccanismo psicologico.
[CRYPTIC WRITINGS – # 45 – Child in Time – Deep Purple, Metallized]

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34 pensieri su “Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

  1. Ah, che meraviglia.
    Uno dei miei pezzi preferiti di uno dei miei gruppi preferiti.
    Purtroppo,però, rispetto a quanto tu dici del rapporto UNICEF, temo stia in realtà accadendo il contrario: l’overdose di immagini terribili, unita agli spot di continue richieste di denaro da parte di associazioni più o meno nobili e/o più o meno accreditate, ha purtroppo generato uno stato di assuefazione/saturazione che ha ridotto, banalizzato, triturato una tragedia umanitaria riducendola ad un ulteriore prodotto da vendere tra una crema di bellezza e un profumo o un panino o un nuovo miracoloso prodotto per la pulizia della casa.
    Il nostro processo di disumanizzazione inizia purtroppo dall’insensibilità.
    E la musica, quando non era semplice prodotto commerciale usa e getta ma autentica, come questo brano, serviva molto di più a comunicare profondamente, a livello emotivo, il dramma infinito della guerra, e delle vittime, che sono carne e sangue innocente.
    Vorrei concludere, se me lo permetti, con il link di un video di Gazebo per la Giornata della Memoria segnalatomi da Gabrilu, uno dei più belli, poetici e efficaci che mi sia mai capitato di vedere, e che ha appunto scelto Child in time come colonna sonora:

    Un saluto- e grazie per averlo richiamato alla nostra memoria, facendocelo riascoltare e ri-pensare.

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    1. Grazie per il contributo Valeria, è un video ben fatto e molto significativo. Già, sarebbe importante “usare” la memoria, non limitarsi a riempirla… Per quanto riguarda l’odierna banalizzazione delle tragedie umanitarie, non posso che tristemente concordare con il tuo pensiero.

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    1. Non la conoscevo nella versione originale, sono andata ad ascoltarla. Un’altra canzone di protesta contro la guerra in Vietnam (1970), di cui mi piace molto il ritornello scandito in modo ossessivo (War/ What is it good for/ Absolutely nothing/ Say it again/ War/ What is it good for/ Absolutely nothing). Sì, hai ragione, è stata riproposta dal grande Bruce Springsteen nel 1986. Ritmo fantastico, oltre che testo significativo.

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      1. La guerra
        a cosa serve
        assolutamente a nulla
        La guerra
        a cosa serve
        assolutamente a nulla

        La guerra è qualcosa che disprezzo
        perché significa distruggere vite innocenti
        perché significa lacrime negli occhi di migliaia di madri
        quando i loro figli vanno a combattere per dar la loro vita

        La guerra
        a cosa serve
        assolutamente a nulla
        Ditelo ancora
        A cosa serve
        assolutamente a nulla

        La guerra
        non serve che a spezzare il cuore
        è amica solo di chi la intraprende
        la guerra è nemica di tutta l’umanità
        il pensiero della guerra mi fa esplodere la testa
        passato di generazione in generazione
        induzione distruzione
        chi vuole morire

        La guerra
        a cosa serve
        assolutamente a nulla
        Ditelo ancora
        A cosa serve
        assolutamente a nulla

        La guerra ha mandato in pezzi i sogni di tanti giovani
        li ha resi invalidi, amareggiati e malvagi,
        la Vita è troppo preziosa per combattere
        guerre
        ogni giorno
        la guerra non porta la vita, la porta solo via

        La guerra
        non serve che a spezzare il cuore
        è amica solo di chi la intraprende
        la guerra è nemica di tutta l’umanità
        pace amore e comprensione
        ci dev’essere spazio, oggi, per queste cose
        dicono che si deve combattere per preservare la libertà
        ma, perdio, ci dev’essere un modo migliore
        migliore
        della guerra

        La Guerra
        a cosa serve
        assolutamente a nulla
        Ditelo ancora
        A cosa serve
        assolutamente a nulla

        [Traduzione dal sito http://www.antiwarsongs.org]

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  2. Purtroppo, Alessandra, siamo presi dallo sconforto, per non dire disperazione, se pensiamo che tutto questo è rimasto utopia.
    Eppure, prima di questi splendidi testi ed interpreti, ci sono stati altri poeti.
    Serge Reggiani, indimenticabile, in “Le Déserteur” recita Rimbaud et Boris Vian.
    Non so come inserire il video nei commenti, ma su questo link si possono ascoltare e, allo stesso tempo, leggere le parole.

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    1. Grazie per la segnalazione, Lilia. Non conoscevo questo brano antimilitarista degli anni ’50, né avevo mai sentito parlare di Serge Reggiani. Leggo che è stato un attore e cantante italiano naturalizzato francese. Facendo una veloce ricerca ho scoperto che anche Fossati aveva interpretato il brano. Riporto qui sotto la versione tradotta in italiano (per chi, come me, non conosce il francese):

      In piena facoltà egregio presidente
      le scrivo la presente che spero leggerà
      la cartolina qui mi dice terra terra
      di andare a far la guerra quest’altro Lunedì

      Ma io non sono qui egregio presidente
      per ammazzar la gente più o meno come me
      io non ce l’ho con lei sia detto per inciso
      ma sento che ho deciso e che diserterò

      Ho avuto solo guai da quando sono nato
      e i figli che ho allevato han pianto insieme a me
      mia mamma e mio papà ormai son sotto terra
      e a loro della guerra non gliene fregherà

      Quand’ero in prigionia qualcuno mi ha rubato
      mia moglie, il mio passato la mia migliore età
      domani mi alzerò e chiuderò la porta
      sulla stagione morta e mi incamminerò

      Vivrò di carità sulle strade di Spagna,
      di Francia e di Bretagna e a tutti griderò
      di non partire più e di non obbedire
      per andare a morire per non importa chi

      Per cui se servirà del sangue ad ogni costo
      andate a dare il vostro se vi divertirà
      e dica pure ai suoi se vengono a cercarmi
      che possono spararmi io armi non ne ho

      [Il disertore – di Boris Vian, trad. G. Calabrese; Ivano Fossati, dall’album “Lindbergh – Lettere da sopra la pioggia” 1992]

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  3. Periodo indubbiamente fertile creativamente e artisticamente quello riferito alla guerra in Vietnam.
    Di cui non si può dire altrettanto quando tempo dopo gli stessi USA hanno invaso l’Iraq. A meno che non mi sia sfuggito qualcosa.
    Probabilmente anche i grandi artisti hanno la sensibilità che viaggia a fasi alterne.

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    1. Di canzoni contro la guerra ne sono state scritte in ogni epoca, anche se molte non sono diventate così famose. Girando nel web ho trovato un articolo (“Music for peace: il mondo della canzone contro la guerra”) in cui si dice che già all’inizio del 2003 diversi artisti, tra i più noti e meno noti, si erano mobilitati per scongiurare l’attacco all’Iraq. In un’altra pagina ho scovato un cantautore che nel 2005 aveva parodiato, con duro sarcasmo, la politica guerrafondaia americana, proprio con un brano intitolato “Iraq”. Il suo nome è Vic Chesnutt; dicono sia stato un artista sensibile e impegnato (paraplegico, morto suicida nel 2009). Di nuovo Springsteen aveva tuonato contro la guerra in Iraq con la canzone “Devil’s Arcade”, ma non è stato appunto l’unico. Probabilmente molti brani stranieri qui da noi non sono arrivati e tantomeno circolati.

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  4. Ciao Alessandra è sorprendente l’attualità della canzone dei Deep Purple.
    Sorprendente anche la ‘coincidenza’ terribile con quanto è successo proprio a Manchester lunedì, il giorno in cui hai pubblicato il tuo articolo. È molto bello quello che hai scritto su questi bambini nel tempo (destinati a rimanere sempre uguali a se stessi).

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    1. E’ stata proprio una triste coincidenza, visto che la strage al concerto è avvenuta la sera stessa. Tra le vittime bambini e molti adolescenti. Non c’è fine al dolore, da un po’ di tempo a questa parte. Anche il terrorismo è una forma di guerra, una strategia di guerra. Qualsiasi tipo di lotta ideologica che usa la violenza per sopprimere la vita degli altri è una forma di guerra, da condannare senza se e senza ma.

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  5. Grazie Alessandra. Credo, è triste dirlo, ma credo che oggi, semplicemente, rispetto al tempo della guerra del Vietnam, nel nostro mondo ci siano pochi giovani, troppo pochi; le loro possibili voci schiacciate dai troppi vecchi rassegnati e egoisti che ululano. C’è ben di che domandarsi come sia avvenuto. Per colpa di chi (questa domanda inutile piace sempre a tutti quelli che si chiamano fuori) è, come giustamente dici, inutile. Per colpa di ognuno, uno per uno, che non è la facile assolutoria colpa di tutti.

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  6. il movimento musicale intorno alla guerra del Vietnam viaggiava sull’onda della contestazione contro la società e il “bigottismo” americano. E quindi a maggior ragione contro la scelta di andare in guerra. Una guerra da rifiutare come tutte le guerre. Il caso (?) ha voluto che a “cantare” tutta la rabbia e il rifiuto fossero dei mostri sacri e non semplici musicanti! Artisti che attraverso la musica e non solo hanno segnato quel periodo e soprattutto hanno dato la stura a movimenti e correnti che ancora segnano la memoria. Un’alchimia irripetibile! Questa nostra realtà non si avvicina nemmeno lontanamente alla loro, tutto è cambiato e malauguratamente in peggio.

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    1. Concordo, purtroppo è così. Oggi sono pochi gli artisti che promuovono messaggi volti a sensibilizzare la gente contro le ingiustizie, le violenze e i soprusi. Le contestazioni (anche quelle contro i sistemi corrotti) non hanno più lo spirito di una volta, sono fiacche, prive di passione e lasciano il tempo che trovano.

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      1. dici bene, ormai siamo assuefatti da tutto, anche dall’orrore. E non è per niente una bella cosa. Non riusciamo neanche a stupirci di un’alba, un sorriso, un tramonto. Troppo persi dentro di noi non ci riconosciamo più come sensibilità e amore. La guerra dovrebbe essere il male assoluto invece è diventata una vignetta e quattro chiacchiere al bar. Come una partita di pallone (anzi di meno visto che per questo “sappiamo” ancora indignarci). Ciao

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      2. Ah il calcio, hai toccato un punto dolente. Se pensi che c’è gente capace di venire alle mani per una partita, e a volte ci scappano anche dei feriti (se non il morto). Poi giù a discuterne per settimane, giocando a rimpiattino con le responsabilità. Stessa cosa in politica, non è poi tanta la differenza. Il problema, come dici, è che spesso ci si indigna per cose futili o marginali, soprattutto se vanno a toccare la sfera dell’ego e degli interessi personali, quando invece sarebbe utile arrabbiarsi per questioni ben più gravi e complesse. Grazie per la chiacchierata, mi ha fatto piacere. Ciao!

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  7. Bellissimo scorcio musicale, Alessandra! Ottimo lavoro, ho apprezzato la tua interpretazione, il tuo collegamento fra musica, poesia, arte. Parole e suoni che si uniscono per urlare contro la guerra, contro l’assuefazione! Sarebbe bello non smettere mai di far rumore! Un saluto.

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  8. Pingback: Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano | Translature

  9. Bell’articolo, ti cito qualche altro brano nel caso volessi fare una seconda parte.

    Black Label Society – Life, Birth, Blood, Doom
    Megadeth – Holy Wars
    Metallica – Disposable Heroes
    Slayer – Mandatory Suicide
    Bolt Thrower – At First Light
    Exodus – War Is My Shepherd
    Manowar – Blood of My Enemies
    Malevolent Creation – On Grounds of Battle
    Motorhead – 1916
    Heaven Shall Burn – Combat

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    1. Non l’avevo mai ascoltato questo gruppo inglese di rock-progressive. La voce di Peter Hammill è semplicemente fantastica, i contenuti dei suoi testi molto significativi. Nella canzone che hai proposto la figura dell’imperatore, alle prese con incubi più o meno ossessivi e con il timore di andare in rovina, mi ricorda chi utilizza ancora oggi una politica di soprusi per mantenere a tutti i costi il potere. Ascoltando altri brani dei Van Der Graaf Generator, ho trovato interessante anche “Refugees” (una melodia bella e struggente, sempre del 1970), che potrei forse abbinare a un prossimo articolo che avrà come tema di fondo proprio quello dei profughi. Grazie per il contributo, davvero molto apprezzato 🙂

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      1. Peter Hammill è un artista davvero “oltre”, poco compreso in patria ma amatissimo in Italia (dove qualche anno fa ha ricevuto una laurea honoris causa, a Piacenza) e nel resto del mondo. Una scrittura (musicale e lirica) quasi furiosa (oltre 50 album pubblicati), e una varietà stilistica che gli consente di scrollarsi di dosso l’etichetta di progressive-rock (che invece può calzare per i Van Der Graaf Generator, la sua band): da solista ha infatti pubblicato album solo piano e voce, album che anticipavano la new wave, altri interamente strumentali, un’opera ispirata agli Usher di Edgar Allan Poe, dischi dal piglio rock, altri vicini al synth-pop, album quasi interamente chitarra e voce, sonorizzazioni per balletti, alcuni libri di poesie. Se ti è piaciuta Refugees, esiste un seguito, scritto 4 anni dopo (nel 1973) e pubblicato nel secondo album solista di Hammill, registrato a casa sua con mezzi semplici e quasi del tutto autobiografico. Il brano si chiama Easy to slip away, e fa “il punto della situazione” su Mike e Susy, i protagonisti di Refugees, attraverso un testo in forma di lettera forse anche più emozionante di quello di Refugees, un monologo che vorrebbe essere un dialogo ma che non può diventarlo: https://www.youtube.com/watch?v=aCHkxU77a8I

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      2. Bella, davvero bella. Oltre ad essere un artista originale e poliedrico, Hammill mi sembra dotato di una vena filosofica per come affronta e tratta certi temi esistenziali. Un po’ alla volta ascolterò tutti i suoi album, compresi quelli da solista. A proposito di canzoni contro i signori della guerra (capi di stato, leaders politici), ho scoperto che nel 2005 ne aveva composta un’altra, intitolata “Every Bloody Emperor”. Sicuramente la conosci già 😉 Ne riporto la parte centrale, quella che appare più significativa, visto che potrebbe interessare altri lettori:

        Unto nations nations speak in the language of the gutter;
        trading primetime insults the imperial impulse
        extends across the screen.
        Truth’s been beaten to its knees; the lies embed ad infinitum
        till their repetition becomes a dictum
        we’re traitors to disbelieve.
        With what impotence we grieve for the democratic process
        as our glorious leaders conspire to feed us
        the last dregs of imperious disdain
        in the new empire’s name.

        Yes and every bloody emperor’s got his hands up history’s skirt
        as he poses for posterity over the fresh-dug dirt.
        Yes and every bloody emperor with his sickly rictus grin
        talks his way out of nearly anything but the lie within
        because every bloody emperor thinks his right to rule divine
        so he’ll go spinning and spinning and spinning into his own decline.

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      3. Sicuramente c’è molta filosofia in Hammill, così come molti riferimenti alla letteratura inglese. Every Bloody Emperor la conosco bene, nel 2005 ho comprato il cd che la contiene (era il primo brano dei Van der Graaf Generator dopo 27 anni di scioglimento). Sicuramente uno dei suoi brani migliori della produzione post-2000!
        Ah, un cantautore MOLTO anti-militarista era Phil Ochs! Purtroppo su youtube ci sono poche versioni ufficiali del suoi brani, mentre è pieno di versioni live.

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