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Opere, Elsa Morante, I Meridiani, vol.I, 1988

Che meraviglia! Un romanzo ricco, sontuoso, dalla prosa ampia ed elegante, ma nello stesso tempo coinvolgente, trascinante, che lascia ben impressi nella mente i tratti caratteriali e gli stati d’animo dei personaggi (in particolare quelli negativi, tratteggiati con grande maestria) e che ricorda come struttura i romanzi di stampo ottocentesco, anche per via della ripartizione in parti e capitoli, con quest’ultimi introdotti da brevi didascalie iniziali.
Pubblicato nel dopoguerra del ’48, in pieno clima neorealista, questo primo romanzo della Morante (elaborato in quattro anni) si poneva in netto contrasto con le altre opere letterarie del periodo, che vedevano l’emergere di autori come Elio Vittorini, Cesare Pavese, Italo Calvino, Vasco Pratolini e altri ancora, tutti impegnati nel descrivere gli eventi drammatici, ancora vicini e sofferti, dell’esperienza partigiana, della liberazione dal nazifascismo, e quindi ad illustrare la realtà contemporanea di un Paese appena uscito dal conflitto, alle prese con problemi d’ogni genere. La Morante, invece, con “Menzogna e sortilegio” sembrava voler percorrere un cammino tutto suo, squisitamente individuale e per certi versi paradossalmente moderno, considerata appunto la totale estraneità con i modelli letterari allora in voga. Fu quindi a suo modo provocatoria, magari senza averne l’intenzione.
Leggendo qualche nota biografica, mi sembra di aver intravisto nella sua personalità un bisogno primario di libertà espressiva, una necessità di essere sempre fedele a se stessa e all’ispirazione creativa del momento, che attingeva spunti sia dalle varie letture fatte (fra le tante, quelle degli amati Cervantes, Stendhal, Dostoevskij, Kafka e Verga) che da episodi del vissuto personale. Oltre questo, l’autrice era anche indifferente ai richiami del mercato letterario, abituata a lavorare con dedizione quasi artigianale su ognuno dei suoi romanzi, ai quali dedicava anni di scrupolosa gestazione.

Elsa_morante_gatti wikipedia

Foto da Wikipedia

In ogni caso, anche se Menzogna e sortilegio si discostava dall’attualità storica e memorialistica del dopoguerra, ciò non impedì alla Morante di avere una folta schiera di estimatori e di vincere il Premio Viareggio. La trama del libro ha infatti il potere di affascinare il lettore fin dalle prime pagine, trascinandolo dentro un’epopea famigliare che si svolge sul finire dell’Ottocento, in un luogo imprecisato del sud Italia (probabilmente la Sicilia). La storia è narrata dalla voce di Elisa, ultima discendente di tale famiglia, che ricorda e rievoca le esistenze di coloro che l’hanno preceduta (la nonna Cesira, la madre Anna e la sua storia d’amore con il cugino Edoardo, e tutti gli altri personaggi che si intromettono nella vicenda), che come fantasmi continuano in qualche modo ad affascinarla e tormentarla… Da qui pertanto il suo bisogno di scrivere, di raccontare, di ripercorrere il trascorso delle vicende parentali per fare luce su diverse questioni.

Non ho idea di che piega prenderà il romanzo, visto che sono all’inizio della terza sezione (intitolata L’anonimo, p.277), ma per darvi nel frattempo un’idea di come la scrittura morantiana sia capace di esprimere al meglio gli impulsi emotivi, le contraddizioni e gli stati d’animo dei protagonisti, vi riporto un brano estratto dal quarto capitolo della sezione precedente (La cuginanza, pp.218-222), dove l’immaturo e viziato Edoardo, per sentirsi importante al cospetto della cugina Anna, e nel contempo riassicurato dall’amore della stessa, si diverte a torturarla con la gelosia… Notate come Edoardo cerchi non solo di ingelosirla, di angosciarla, ma anche di farla sentire in colpa per questo stato d’animo. Davvero tremendo… e bravissima, la Morante, a rendere con tanta intensità il rapporto un po’ contorto e ossessivo dei due giovani innamorati, al punto di tenere sulle spine anche il lettore.

Non sempre le commedie fra i due cugini erano gaie come quelle ora descritte; a volte, anzi, quel povero, disadorno salotto delle Massia era teatro di scene crudeli.
Un pomeriggio, per esempio, sedendo i due cugini soli soli sul sofà dalle molle rotte e cigolanti, Edoardo inaspettatamente annunciava ad Anna d’essersi fidanzato. Le descriveva la propria fidanzata (una signorina della nobile società), lodandone la persona, la famiglia, la ricchezza. Ne diceva anche il nome e il cognome, un cognome che Anna non conosceva, ma che doveva essere molto illustre, a giudicare dal tono pomposo di lui nel pronunciarlo. E raccontava che il corredo della sposa era già stato ordinato a Parigi, e che durante la festa nuziale un’orchestra, fatta venire da Vienna per l’occasione, avrebbe suonato delle composizioni di lui medesimo, Edoardo. Sí che, appunto, in quei giorni, egli passava lunghe ore al pianoforte contemplando, per ispirarsi, il ritratto della sua futura sposa…
Naturalmente, la storia di questo fidanzamento era inventata; ma Anna, vedendo l’espressione seria, e un poco melanconica, d’Edoardo, non dubitava piú ch’egli dicesse il vero. Un sorriso le serpeggiava sui labbri, e il colore le fuggiva rapidamente dal volto; ma essa non diceva nulla. Allora, sogguardandola, il cugino la lodava per la sua impassibilità nell’apprendere una notizia che da un lato poteva, sí, farle piacere, come a parente dei Cerentano, ma da un altro lato avrebbe potuto rattristarla… Ebbene, giacché si dimostrava così savia, lui, per premio, il giorno dopo le avrebbe portato il ritratto della fidanzata, affinché ella potesse conoscere la futura cugina, almeno in effige: ché lui avrebbe voluto, veramente, presentare Anna alla sposa, ma ciò era impossibile. Esistono, come Anna ben sa, delle barriere sociali… a questo punto del discorso d’Edoardo, Anna alzava una spalla, e travolgendo le fosche pupille nel viso bianco, debole e spaurito, dichiarava: – Non-voglio-vederla –. La sua voce, nel dir ciò, suonava così incrinata e fioca, che il cugino doveva curvarsi su di lei per afferrare le sue parole; ma, afferratele, una luce di ineffabile allegria (da lei non vista), gli accendeva lo sguardo. – Non vuoi vederla! – egli esclamava in tono corrucciato, – nemmeno in ritratto? – Anna ripeteva il gesto d’alzare la spalla, con un sorriso che valeva una ripulsa. – E perché, dunque! – si ribellava Edoardo, – che cosa t’ha fatto quella poverina?
– Essa non ti conosce, – riprendeva a dire, dopo una pausa, – ignora perfino che tu esisti, e tu, scommetto, la detesti già. Sappilo, tu sei proprio ingiusta verso quella poverina, e io dovrei pregarti di chiedermi scusa per l’insulto che, odiando lei, tu fai a me. Difatti, per un uomo la sposa legittima non è soltanto amata e cara, è anche sacra. Egli esige che tutti la amino e la rispettino, come lui stesso la ama e la rispetta e, davvero, se tu fossi un uomo mio pari, invece d’una ragazza, io dovrei sfidarti a duello. Dunque, tu rifiuti di chiedere scusa? – Con una sospensione arguta, curiosa e tenera, ch’egli celava sotto un aspetto alquanto aggrondato, Edoardo attendeva la risposta della cugina; ma questa, senza dargli risposta, lo fissava con occhi grandi grandi e opachi; – Oh, come ti sei fatta brutta, – le diceva lui, rimirandola, – ti sei tutta aggrinzita, sembri una vecchia. È l’effetto della tua cattiveria, e fors’anche della solita invidia che ti rimorde. Credi ch’io non ti indovini? tu ti sforzi di nasconderlo, fai l’indifferente, ma i tuoi sentimenti ti si leggono in viso. Guàrdati, guàrdati allo specchio –. Egli le mette innanzi uno specchio, ma lei si torce per non vedere il proprio viso. – Infine, – egli riprende, – vorrei sapere come, in una occasione simile, avrei dovuto comportarmi verso di te? forse avrei dovuto nasconderti il mio fidanzamento? Ma prima o poi lo avresti saputo lo stesso. Tu, cugina mia, devi educarti meglio, la tua segreta ribellione è ingiusta, il nostro amore (lo sai, te l’ho ripetuto più volte), non poteva concludersi con le nozze. E, d’altronde, un uomo deve scegliersi un giorno una compagna di tutta la vita, che faccia parte della sua stessa società, che splenda degnamente vicino a lui… Ecco, il mio giorno è venuto, ho trovato la mia sposa ideale. Ho sempre immaginato una sposa piccolina, biondina, come la mia Laura… Le spilungone mi vengono presto a noia. E tu, cugina mia, con le tue levate di spalle e i tuoi sorrisi insultanti, ti sei rivelata una vera donnicciola in questa occasione. Basta, da qui al mio matrimonio debbon passare ancora quindici giorni, e in questo frattempo, se tu manterrai un contegno savio, seguiteremo a vederci… Via, consolati, Annuccia, e per oggi non pensarci più.
Durante un tal discorso, Anna aveva mantenuto quel silenzio bianco, gelido e affascinato dietro cui pareva barricarsi la sua difesa estrema. Soltanto verso la fine, allorché Edoardo aveva nominato la mia Laura, ella aveva incominciato a tossire stranamente. Edoardo aveva imparato a conoscere questa tosse disordinata, fittizia, con cui la cugina soleva talvolta mascherare la propria voglia di pianto. Or l’assalto di tosse le si tramutò presto, a suo dispetto, in acuti singulti; e, quasi per eludere la propria vergogna di piangere, e fermare, nel tempo stesso, i crudeli discorsi del cugino, ella gli gridò, fra il pianto, queste assurde parole:
– Sí, ti chiedo scusa, ti chiedo scusa, ti chiedo scusa!
Ai primi colpi di tosse, già Edoardo aveva incominciato a pentirsi; come vide, poi, la cugina rompere in lagrime, e la udí chiedergli scusa, mutò faccia, e baciandola, e ridendo teneramente, esclamò: – Oh, Anna mia, come puoi essere cosí credula! Non t’accorgi, dunque, ch’io m’approfitto della tua semplicità, e che la storia del mio fidanzamento è tutta una fandonia?
– Una fandonia… – ripeté Anna, malcerta, e gli gettò, fra le lagrime, uno sguardo obliquo, dibattendosi nella speranza insidiosa.
– Oh, ma chiunque altro al tuo posto se ne sarebbe accorto subito! Non s’è mai vista un’anima semplice come la tua! Eppure non sei mica una ragazzina, hai la mia stessa età!… Ah, ecco che di nuovo sei felice!
Difatti, Edoardo aveva incontrato in questo momento gli occhi di sua cugina, che, come due spiriti solitari, s’erano messi a raggiare in un modo meraviglioso nel volto sbattuto e tremante di lei. Raggiarono, sí, i due spiriti, ma per un istante solo, e tosto si spensero. Ché la povera Anna, vinta da emozioni cosí fiere e opposte, ripiegava la testa, priva di sensi, sullo schienale del sofà.
Uno svenimento oltrepassava, in verità, le perfide ambizioni d’Edoardo. Egli fu invaso da un violento rimorso, ed espresse questo suo rimorso con parole tanto gentili da ripagare non di uno ma di dieci svenimenti la povera Anna, sempreché questa avesse potuto udirle. Anna giacque invece senza vedere né udire nulla per circa un minuto; ma bisogna dire che per tutto il resto di quel pomeriggio Edoardo mostrò un umore mite, sollecito e sospiroso, onde, alla fine, quello fu un giorno felice per Anna.
Il rimorso provato non ritenne, però, il cugino dal tornare spesso, in seguito, sul crudele argomento delle fidanzate. Egli ripeteva ad Anna che la notizia del proprio fidanzamento, se quel giorno era stata prematura, poteva avverarsi tuttavia da un momento all’altro, che le madri piú ricche e orgogliose della città intrigavano per dargli le loro figlie, e che lei, Anna, doveva disporsi a ricevere una nuova di tal sorta dall’oggi al domani. Cosí Edoardo godeva di far divampare intime guerre nel cuore di Anna, a modo d’un ragazzetto arrogante che scherza con una leonessa chiusa in gabbia, sapendo ch’essa può nuocergli ancor meno d’un agnello. O meglio, a modo del fiero proprietario d’una bellissima cagna-lupa, feroce belva con tutti, e agnella con lui solo.
Il fatto è che Anna, come sogliono talvolta le anime forti e intere allorché s’innamorano, aveva del tutto rinunciato a se medesima e perfino al proprio criterio. Gli atti e le parole d’Edoardo, ella mai li attribuiva a malizia, anzi nemmeno li giudicava, accettandoli come i fedeli accettano i decreti celesti. Se un’offesa di lui le suscitava sdegno, ella preferiva di far la propria vendetta su se stessa piuttosto che sul troppo amato offensore: trasformava, cioè, il proprio sdegno in una piú docile sottomissione a lui, domandosi con aspro dolore, come sotto una sferza. Era proprio questo gioco che tentava il viziato cugino: nessuno spettacolo, infatti, è piú grazioso, per un amante crudele, di quello d’un cuore orgoglioso che castiga se stesso.


Una volta terminato il monumentale romanzo (700 e passa pagine!), mi piacerebbe leggere La storia (in primis) e poi anche i saggi, i vari racconti della Morante. Desidero indagarla a fondo questa complessa e immaginifica scrittrice (capace di coniugare realismo, naturalismo e atmosfere fantastiche e di sogno), consapevole di essermi persa, fino a questo momento, un grande talento della nostra letteratura novecentesca.
E voi, cari amici lettori, avete letto Elsa Morante? Vi piace o non vi piace il suo stile narrativo? C’è qualcuno dei suoi libri che vi è rimasto nel cuore, e che magari un giorno vi piacerebbe rileggere?

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